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martedì 26 gennaio 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: eleganza, impeto ed astrattezza

Non è sbagliato pensare che agli improvvisatori si possano attribuire delle qualità impressionistiche di sé stessi: ciascun musicista ha un suo mondo interiore da esprimere, frutto della formazione ricevuta, che durante la perfomance può ben intercettare una serie di elementi che ne individuano il "carattere". Come già ribadito da molti studiosi, l'improvvisazione può costituire uno studio della personalità dell'artista, poiché scava nella sua psiche mostrando punti di forza e debolezza. La mancanza di barriere è un presupposto per il miglioramento continuo del proprio ego e questo aspetto, nulla affatto secondario nell'improvvisazione, è quello che ogni buon ascoltatore dovrebbe riuscire a carpire durante le esibizioni. 
In questa puntata ho trovato alcuni bei lavori che sembrano vivere a stretto contatto con queste configurazioni del "carattere" quasi in maniera didattica: ci si può confrontare sia nelle intenzioni improvvisative idiomatiche sia, a maggior ragione, in quelle libere. Le immagini caratteriali utili per queste segnalazioni sono piuttosto diversificate, così come molto diversificati sono gli stili, e vanno dalla raffinatezza all'impeto, dal visionario al diabolico, dal compatto all'acuto.


Un sassofonista che mostra una padronanza del suo strumento è Mattia Cigalini: Claudio Sessa, giornalista ed esperto di musica jazz, lo propose come uno dei pochi musicisti dall'età giovane a potersi imporre alla stregua di un consumato intrattenitore del jazz e, nel suo paese natio, Agazzano, in provincia di Piacenza, deve essere molto amato, dato che gli è stata subito affidata la direzione artistica del Val Luretta Jazz Festival, una manifestazione che si svolge proprio nel suo paese; inoltre è entrato nelle grazie della blasonata etichetta Cam Jazz per la quale ha già inciso alcuni lavori; l'ultimo di questi è Astrea, un trio senza contrabbasso con il pianista Gianluca Di Ienno e Nicola Angelucci alla batteria, un lavoro che naviga negli anfratti melodici dell'improvvisazione per trarre una inusitata sensazione di pace e benessere per i sensi; questo succede però senza ricorrere a sciccherie inutili o volendo mostrare a tutti i costi una verve personale; è un interplay democratico, fatto di umori che rinunciano anche alle usuali forme ritmiche, scegliendo un approccio che non è demotivante (si naviga delicatamente nelle esperienze nostalgiche tra Ecm sound e modern classical) e introduce una diversa convinzione sulle possibilità creative di Cigalini (la posizione più discussa da alcuni), soprattutto nei lunghi percorsi come Est, Day of true light o Joachin, in cui Mattia si produce in assoli dalla propulsione dinamica, che sono il compimento di un progetto non lasciato al caso. Quello che si rimprovera a Cigalini è la propensione allo standard dei suoi componimenti, invero una sorta di classical pop immerso nel jazz, un elemento che si ripresenta pronunciato in Right Now, il duo imbastito con l'altro talento del giovane jazz italiano, Enrico Zanisi: la domanda è se questi elementi siano in grado di rovinare la sincerità dell'improvvisazione, un problema che venne confutato (con le dovute differenze del caso) anche a Coltrane quando egli rivolse la sua attenzione agli standards di Ballads; in questi frangenti c'è un fragoroso scontro tra il sentimento e l'autenticità della composizione che va risolto, un intervallo di valori di confidenza in cui ognuno può scegliere il proprio posto.

Quanto alla vitalità dello standard, il nuovo cd della cantante Chiara Liuzzi in omaggio a Billie Holiday è uno spunto di diversità che intercetta tre direttrici che teoricamente sembrano poco collegate: la propensione vocale a sfondo psicologico della Liuzzi, il sax invischiato in pratiche di libera improvvisazione di Francesco Massaro e l'elettronica astrusa da synths di Adolfo La Volpe; "Floating...Visions of Billie Holiday" è una mappatura surreale della grande cantante statunitense, in cui si incontra uno spirito moderno di rappresentazione che è ben coerente con il congelamento sentimentale che spesso si incontra nelle nuove generazioni; se vogliamo qui trovare una qualità per definire queste visioni sulla Holiday, si potrebbe pensare a qualcosa che ha fare con il bucolico: il contrasto tra le declamazioni melodiche dei versi della cantante americana e la "robaccia" che viene dal sax di Massaro (andatevi a sentire che cosa tira fuori Francesco da Visions of God bless the child) e dai sintetizzatori di La Volpe (in bilico tra segnali radiotrasmittenti alla Titanic, battiti ritmici irregolari e droni ambientali) è l'elemento catalizzatore di un lavoro speciale, mai fatto sulla Holiday, che lavora nel senso di quella attualità di cui dovrebbe godere l'improvvisazione spogliata dei suoi confini.

Luca Brembilla è un chitarrista di Bergamo di cui si può fare un'ottima conoscenza nel suo cd pubblicato dalla Creative Sources nel 2015: Via Lucis Trio è un quartetto in cui Brembilla suona chitarra elettrica e classica assieme ad alcuni sconosciuti ma eccellenti improvvisatori europei. Philippe Lemoine al sax tenore, Arin Dodò a tromba e trombone e Samuel Hall alla batteria, bazzicano territori ambigui, che trascinano l'improvvisazione in quei vortici di sana incomprensione, che però alla fine restituiscono un risultato; contatti con il rock claustrofobico e una diabolica teatralizzazione di un free spasmodico, diramano questi sette brani nelle prospettive sanguigne dei Borbetomagus meno romantici o comunque di un espressionismo musicale spinto al limite delle sue manifestazioni; ci sono molti elementi convincenti a supporto della lugubre esposizione del quartetto di Brembilla: innanzitutto il lavoro dei musicisti, uno spessore creativo che si spalma continuamente nello sviluppo dei brani con soluzioni azzeccate e rientranti nel carattere che si persegue: con tanta energia, impeto e qualche congeniale tecnica espansiva si creano delle jams vivide, allucinate e godibili al tempo stesso. E' una disperata consequenzialità di una progenia accusatrice che sembra voler anche indicare quella scottante esigenza di denuncia/cambiamento dell'attuale società che è provenuta da molte parte della musica negli ultimi trent'anni (in tal senso si può considerare l'invettiva dell'iniziale La vulcanologie progressive est obsolte). Ma di tempo per far progredire il suo messaggio Brembilla ne ha ancora molto.

La stessa compattezza si ripropone nel quartetto dei Toxydoll, composto da Alberto Cavenati (ch. elettr.), Bob Meanza (tast.), Vicent Doménech (sax alto) e Olga Nosova (batt.) in terra berlinese: Bullsheep si poggia sugli scatti strumentali veloci, su un caos organizzato che ricorda certe cose di Berne nei settanta ideologicamente a cavallo tra free jazz e rock. In lavori di questo tipo la differenza tra un lavoro medio ed uno di qualità sta nelle soluzioni che si riescono a trovare e in Bullsheep ci sono parecchi tentativi di lambire la pesante densità dei suoni; spiccano capacità nel disegno apparentemente ingenuo che il gruppo ha riservato all'idea (coltivata in copertina) di restituire un significato alla tossicità animale. Con Cavenati e Nosova realmente sugli scudi in Bullsheep c'è molta sostanza improvvisativa sebbene non si possa naturalmente parlare di novità generative.

Volendo continuare a tracciare una immaginaria tendenza delle proposte citate (in questo momento siamo tra jazz e istinti punk-rock), non si può fare di menzionare il più recente sforzo del duo Luciano Caruso e Ivan Pilat. In mezzo a tanti buoni numeri della HoaxHobo Records (tra i quali non posso fare a meno di segnalarvi uno dei dischi più belli e sottovalutati del jazz italiano, mi riferisco a Belfagor di U.T. Gandhi), Theory of Turbulence è un'oasi di creatività interamente plasmata e vissuta nelle membra dei due musicisti. Pilat acquisisce l'alias di John Pil, una contrazione che potrebbe riguardare non solo il suo cognome, ma speculativamente interessare quella di un punkster storico di cui ne condividerebbe la tensione espressiva: John Lydon e i Pil, una delle sue magnifiche creature. Il lavoro si snoda come un mini show compreso tra poche note di baritono e soprano sclerotizzate e una serie di invenzioni vocali che abbracciano la poesia, il reading, un corredo esistenziale di concetti, una satirica esposizione in accenno doo-wop a la McFerrin. "Theory of turbulence" è un pugno nello stomaco, di quelli che però dopo l'assorbimento viene voglia di ricevere nuovamente: operazioni come queste, che potrebbero avere plurime platee di rappresentazione, sono tesori preziosi da custodire e raccontano verità. 
"....la nostra vita non è che un aggregato, un addensamento di materia sperduta nello spazio, in uno spazio infinito...." (da "Much ado about nothing").

Nelle maglie della sperimentazione di Derek Bailey molti chitarristi hanno trovato una vera libertà di espressione e una immacolata identità da esibire; Bailey terminò il suo libro Improvisation, dichiarando .. ".....improvisation has no need of argument and justification. It exists because it meets the creative appetite that is a natural part of being a perfoming musician and because it invites complete involvement, to a degree otherwise unobtainable, in the act of music-making....". Per Bailey è un evidente potere quello che si cela dinanzi all'oggetto improvvisativo, che si scopre in ogni momento. In Italia, in una situazione che certamente non conforta le sperimentazioni della chitarra poste in modo non convenzionale, Eugenio Sanna può vantarsi di aver resistito benissimo, cercando di trovare nei suoni le risposte allo sciacallaggio proclamato per l'estinzione del genere e il nastro che generosamente ho ricevuto direttamente da lui per l'etichetta Tutore Burlato, conferma quanto già detto in altre occasioni su di lui. Frutto di una perfomance a Nipozzano nel 2008, "La porta stretta" contiene alcune scheletriche improvvisazioni che lavorano sui labirinti mentali testati sull'atonalità completa della chitarra elettrica debitamente congegnata. E' un lavoro ai fianchi effettuato con oggetti, con arpeggi situati in zone amorfe dello strumento o con scordature volontarie, che portano in un mondo fantastico dove Eugenio è quasi un tramite per parlare con un'altra dimensione. Se vi concentrate un pochino sull'ascolto potreste cominciare a vedere omini che dialogano o animaletti di campagna che camminano in fila indiana. Come non mai un arpeggio così costretto è fonte di benessere uditivo. Una reale alternativa all'ordinarietà degli ascolti, che vi consiglio di procurarvi, perché è probabilmente uno dei suoi highpoints.

Un altro benemerito Sanna sperimentatore è Paolo, percussionista sardo già molto conosciuto negli ambienti improvvisativi non idiomatici: Paolo ha da tempo intrapreso un percorso fruttuoso di studi inteso come ricerca di possibili sovraesposizioni della sonorità percussiva ovunque essa si trovi. Suona spesso con Elia Casu sotto la nomenclatura OnGaku2 e fa parte del Collettivo di Resistenza Culturale; tuttavia è nelle prove solistiche che si può apprezzare in pieno la sua ricerca. A tal proposito il materiale di lavoro è accuratamente pensato per la dimostrazione delle sue capacità acustiche, e passa attraverso forme dissipate di un metallo recuperato o di un aggeggio sonoro: non è indifferente usare particolari conduttori della vibrazione, così come non è indifferente pensare alla costruzione di qualcosa in cui il martellamento del suono o un provvisorio silenzio produce nell'ascolto. La generosa emotività strumentale internata da Sanna nella sua sperimentazione è una via di incontro tra la filosofia di Cage e il sommesso artigianato strumentale di Partch, una compiuta astrattezza che ha trovato già modo di essere sottoposta al pubblico e ad una registrazione ufficiale. 

Segnalo qui due lavori appena pubblicati che lo riguardano nella veste di percussionista in solo:

Miniatura obliqua  -Setola di Maiale- 
Kazuo Hono è stato uno dei danzatori pionieri della danza Butoh, una ramificazione del teatro giapponese contemporaneo: Hono è stato celebrato più volte per la sua arte (anche in Italia), concentrata sulla rivolta contro la guerra e l'accoglimento dell'impostazione occidentale della società giapponese. Plasmata su caratteristiche opposte alle danze giapponesi tradizionali, la danza butoh è qualcosa che potrebbe sconvolgere ed affascinare allo stesso tempo: in una struttura pilotata nel potere viscerale del butoh, Miniatura obliqua capta i suoi segnali, diventando l'asse centrale della sperimentazione di Sanna. Music for a butoh dancer è il cuore dell'avventura che in sei movimenti si fa carico di scoprire un clima di cultura e di suoni futuristici; nei ritmi e nelle catene di risonanze provocate da battenti e raschietti su lattine, piatti o gongs, le orecchie fini rileveranno che la ripetizione o lo stridore del gesto fisico che strofina l'oggetto percussivo, porta ad una serie di accadimenti sonori che dettano un tempo oggettivo, aprono confini del suono e portano contributi alla ricerca sonora sui metalli. In quest'esperienza Sanna fa ricorso anche al field recordings, donando maggiore enfasi spaziale all'iniziale ed ipnotica Zhou (nonché in misura minore a Water Gamelan), mentre un piatto preparato da Giacomo Salis accompagna l'evoluzione plumbea di Birth, che potrebbe essere scambiata per una composizione lavorata con l'elettronica se invece non si sapesse che è tutto rigorosamente acustico ed improvvisato.

Two improvisations for snare drum -Bunch R.-

L'esplorazione "sinfonica" di Sanna continua anche nelle due improvvisazioni dedicate al rullante. Dimenticavi di ascoltarlo nella versione normale, perché qui Paolo lo copta con dei rastrelli metallici prima, e con dei battenti di gomma dopo: nel primo caso l'effetto della ripetizione del gesto è quello di creare suoni sussidiari che si producono in sovrapposizione con quello originario, come una sveglia che non smette mai di emettere sub-toni; nel secondo il particolare arroventato delinea una suite di 26 minuti in cui si avvertono distintamente degli equivalenti multifonici degli strumenti a fiato: il cambiamento dell'azione incontra la scoperta di voci incorporate, ruffiane e dilaniate a seconda del caso. 


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