Translate

venerdì 8 gennaio 2016

Il canto semiologico di Jen Shyu

Seth Rosner nel fondare la filosofia musicale della sua etichetta discografica si è rifugiato in una cerchia ristretta di musicisti di qualità, andando contro la generica libertà delle labels dell'improvvisazione jazz: non c'è dubbio che Henry Threadgill, Roscoe Mitchell o Braxton siano stati gli ispiratori opulenti della Pi Recordings, ma è anche vero che in seno all'etichetta di Brooklyn si sono avvicendati alla registrazione quelli che vengono considerati un pò il gotha delle recenti generazioni del jazz negli Stati Uniti; Steve Lehman, Vijay Iyer, Rudresh Mahanthappa, Amir El Saffar, Tyshawn Sorey e recentemente Matt Mitchell, David Virelles e Jonathan Finlayson a turno sono stati commentati anche nelle pagine di Percorsi Musicali sempre con meriti acclarati da una serie di validissime prospettive musicali. La selezione di Rosner ha privilegiato direzionalità ben precise degli artisti nel senso che ognuno di essi si è appropriato di uno o più modelli del passato per configurare uno proprio, a volte intinto nella complessità, ma sufficiente per dimostrare il suo valore non appena si fossero approfondite le qualità. Non tutto naturalmente è calzato a pennello: se prendiamo gli esperimenti compiuti da Braxton nei meandri delle risonanze creabili in ambienti diversi e con i musicisti in movimento sembra difficile che essi possano essere apprezzati in una "limitata" registrazione su supporto cd, così come l'applicazione delle teorie di "congiunzione" di Coleman (che con la Pi Recordings ha totalmente cambiato registro) è un flusso ideologico piuttosto distante da una realizzazione a scopo emotivo; in contrapposizione invece emerge quella corrente giovanile composita, che mantiene nel jazz i piedi saldi pur addentrandosi in tutt'altra boscaglia di sensazioni: Lehman verso gli armonici, Iyer e Mahanthappa nel polistilismo concepito a mò di terapia tumorale (dove il tumore è la ripetizione storica), Virelles e El Saffar in un recupero intelligente della provenienza etnica. E' proprio su quest'ultimo aspetto che si fonda anche il lavoro della cantante Jen Shyu, in circolo nella Pi R. grazie ad un cd con Mark Dresser (Sinastry nel 2011 è rimasto nell'ombra di qualsiasi considerazione critica) e soprattutto con un progetto chiamato Jade Tongue, un quintetto composto da alcuni degli improvvisatori più stimati negli ambienti del jazz newyorchese: Ambrose Akinmusire, Dan Weiss, Thomas Morgan e Mat Maneri partecipano all'ennesima esperienza di Jen Shyu, non lasciando dubbi che tra essi esiste un'affinità ed un affiatamento insospettabili. Di origini taiwanesi e dell'East Timor, Jen Shyu è un'astrazione del canto jazz nel vero senso della parola: partendo da un base di canto modello Jeanne Lee, la Shyu compone un puzzle di elementi che al primo aspetto sembrano indigeribili per via dell'incontro del canto di varie tradizioni: la morsa si stringe intorno alle culture orientali a lei prospicienti (non solo Taiwan o East Timor ma anche Indonesia, Cina, Sud Corea) e a quelle di alcuni paesi dell'America Latina (Brasile e Cuba); nel suo recente "Sounds and cries of the world" la Shyu compie il suo capolavoro, limando a perfezione i collegamenti tra un jazz assolutamente contrastato ma dove i musicisti compiono evoluzioni di contorno da brivido, così come assolutamente speciale si dimostra la vocalità della cantante, che in una giornata storta, di nubi e nervosismo, mette assieme l'asettica volontà di espressione delle cantanti free jazz anni settanta, una colorazione operistica che viaggia su territori alquanto diversificati (si potrebbe andare da un soprano non geograficamente localizzato alla tenerezza di una Nyro) e il naturale carico culturale di una cantante world (con teatralità e danza annessa). Dentro c'è tanto studio, modulazioni eccellenti della voce che in alcuni momenti brillano di luce propria non ascrivendosi a nessun modello, così come succede nelle Aku Yang Lahir Dari Air Mata/Bawa Sida Asih o Song for Naldo, vere e proprie gemme moderne del canto jazz. Nel progetto dei Jade Tongue c'è qualcosa di più di una vocalista jazz che sperimenta sulle possibilità di interazione semiologica tra canto e musica, si sostanzia uno scopo più nobile, ossia la volontà di costruire un prodotto in cui i popoli sottostanti alla sua ricerca possano darsi una mano anche senza mai essere stati in contatto.


Nessun commento:

Posta un commento