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mercoledì 6 gennaio 2016

Aggiustamenti della libertà creativa: il caso svizzero tra la Schweizer e la Weber

Nella platea degli improvvisatori europei degli anni settanta ciascun paese svolse un ruolo fondamentale nella promozione di una libertà musicale variegata, in possesso di fondati elementi di diversità da ascrivere ad un fattore, quello nazionalistico, che sembrava non potesse aver posto in un campo di azione che non preservava affatto i suoi contenuti normali. In Inghilterra Parker e Bailey fecero scuola nel proporre un'improvvisazione quasi totalmente sganciata dai dettami jazzistici di riferimento aprendo di fatto le porte della sperimentazione segmentata; in Germania Brotzmann, Schoof e tanti altri del giro delle "orchestre" portarono il suono verso una rudezza che faceva i conti con la prospettiva atonale o seriale che Stockhausen e i suoi affiliati avevano imposto a Darmstadt; in Olanda Mengelberg o Bennink rievocano spesso il senso del teatro olandese, laddove in Italia Rava o Mazzon rivendicavano quello dell'opera italiana. In Svizzera una pianista originariamente condotta allo studio della musica classica assieme a sua sorella, trovò il coraggio di cambiare registro, trovando la sua strada nel jazz e soprattutto nella nascente improvvisazione free europea: Iréne Schweizer (1941) fu assieme a Favre ed altri pochi svizzeri l'asse portante di un'originale svolta del jazz del suo paese, che con molta somiglianza del nuovo jazz francese, portava la dimensione free nel più puro degli obiettivi degli improvvisatori europei di quel tempo: il godimento ironico incarnato nello spettacolo musicale. Partendo da modelli americani (Dollar Brand, Cecil Taylor, Paul Bley) la Schweizer trovò il suo stile non appena seppe coniugare istinti e formazione, lanciandosi in una vulcanica rappresentazione della letteratura pianistica jazzistica che si nutriva delle nuove possibilità offerte dall'atonalità e dalle tecniche non convenzionali, con in testa i cambiamenti di scena di un'opera buffa: con qualche oggetto, tanta percussività tematica e uno straordinario senso delle soluzioni, la Schweizer si impose subito singolarmente con albums come Wilde Senoritas e Hexensabbat (quest'ultimo il suo reale testamento per i posteri) senza contare la ventata di aria fresca apportata alla materia dei duetti, una pregevole determinazione che plasmò indirettamente la carriera migliore del sassofonista tedesco Rudiger Carl e che lanciò la moda del duo pianoforte-batteria, un terreno di confronto rinnovato a cui parteciparono a raccolta tutti i migliori batteristi/percussionisti operanti in Europa (Moholo, Sommer, Favre, Bennink, Neumeier); la teatralizzazione venne coltivata attraverso il Feminist Improvising Group e tramite il Trio Les Diaboliques (con Nichols e Léandre), esperimenti lontanissimi dalla Irene dei primi passi e di quell'antecedente creato nei rapporti tra jazz e musica orientale di Jazz meets India, che però non lasciava spazio alcuno per discorsi qualitativi; per quelli il periodo assecondato dalle registrazioni per la FMP è sufficientemente ampio per enucleare la pianista funambola e aggressiva che smusserà gradatamente il tiro con il passaggio alla Intakt. 
Ci si chiede se Schweizer abbia lasciato eredi nel comparto femminile: quando nel 1991 con Marilyn Crispell incise Overlapping Hands: Eight Segments fu chiaro che la sperimentazione compiuta attraverso l'ausilio di pianoforti preparati e percussivi aveva le sembianze di un sasso lanciato nel mare a molti chilometri di distanza dalla normalità pianistica. In patria e rimanendo al settore femminile la Svizzera ha da tempo un'onorevole e incredibilmente sottaciuta pianista ed improvvisatrice che potrebbe raccogliere il testimone: si presenta manco a farla apposta con tratti somatici simili alla Schweizer, pur avendo caratteristiche musicali un pò diverse; la cinquantasettenne Katharina Weber (1958) ha diviso la sua carriera tra concertistica contemporanea, organizzatrice di eventi, progetti multimediali che la vedono sistemare l'improvvisazione in criptici pacchetti di arte e che raccolgono gli enigmi musicali di Kurtag o Holliger senza disdegnare la pantomima e la teatralità insita nella tradizione dell'improvvisazione così come esportata dalla Schweizer. L'invito è a scoprire le potenzialità artistiche della Weber in un paio di registrazioni disponibili per la Intakt, una in solo (Woven time) e l'altra in trio con Fred Frith e Fredy Studer (It rolls), che dimostrano non solo un talento sconfinato ma anche come l'improvvisazione abbia sempre più digerito le radici jazzistiche per raggiungere la massima ampiezza qualitativa del messaggio musicale, dove si fa fatica a riconoscere un Cecil Taylor che si sia adattato agli schemi pensosi di Feldman o alle risonanze della Oliveros, senza poter far distinzioni di sorta. Frith ha descritto la Weber come la nuova icona del pianoforte, riflettendo una rinnovata impostazione dell'improvvisazione a carattere totale in cui diventa fondamentale il coraggio esplorativo e lo slancio verso quella marea esplorabile di suoni che si trova anche negli interni dei pianoforti ed a cui attribuire un significato definitivo.


Alcuni consigli discografici:

Iréne Schweizer
-The very centre of Middle Europe, Hathut, 1978 (con Rudiger Carl)
Periodo FMP:
-Wilde Senoritas/Hexensabbat, 1977/78 (solo)
-Tuned Boots, 1978 (con Carl e Moholo)
-Die V-Mann Suite, 1981 (con Carl)
-Overlapping Hands: Eight segments, 1991 (con Crispell)
Periodo Intakt:
-Irene Schweizer & Gunter Sommer, 1988
-Irene Schweizer & Andrew Cyrille, 1989
-Les Diaboliques, 1993

Katharina Weber
-Woven Time, Intakt 2008
-It rolls, Intakt 2015 (con Frith e Studer)


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