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martedì 17 novembre 2015

Robin Fox tra mitologia e nuovo rumore


La storia dell'elettronica e della susseguente pratica della computer music mostra come il tempo abbia modificato le aspettative e le direzioni artistiche in maniera quasi definitiva: se nell'epopea dei Berio, Stockhausen, Maderna, dei compositori di Princeton o di quelli di Berlino il risvolto principale dell'attività di ricerca sui suoni risiedeva in una loro inequivocabile destinazione subliminale, costruita su una sorta di quasi umanesimo dei suoni elettronici, nell'epoca avventizia della composizione filtrata interamente al computer la creazione del soggetto artistico e delle sue probabili immagini è stata consegnata ad una mera attenzione timbrica dei suoni che ha bevuto l'acqua dei cambiamenti sociali, dirigendosi spesso verso tendenze aggressive o per usare le parole degli esperti, tendenze "accelerazioniste". Se invero nella pratica, ancora oggi, in quantità assolute non esiste una loro prevalenza, un riscontro di queste teorie trova un'attenzione sempre maggiore, una base evolutiva di suoni che subisce il conforto anche dell'insegnamento accademico: quasi a voler emulare fenomenologie attinenti alla musica contemporanea (dalle mineralizzazioni di Lachenmann alle scariche heavy di Romitelli), la computer music più gettonata criticamente sembra essere quella che "esorcizza" proprio i suoni della tecnologia: gli scultori del suono è da tempo che stanno battendo questa strada irta di difficoltà, fatta di assembramenti di bip di cellullari, computers, oggetti digitali, etc., nella speranza di percorrere strade immacolate che possano ricomprendere anche ampliamenti condivisibili ai campi delle arti affini (tipicamente quelle visuali). Un esempio concreto viene dal compositore e visual artist australiano Robin Fox, il cui nome è legato già a qualche importante evento compiuto in questi primi anni del nuovo secolo; Fox sta cercando di sviluppare temi intelligenti e rappresentativi del disturbo ideologico provocato dalle nuove leve della gioventù musicale elettroacustica e il suo nome venne alla ribalta nel 2006 grazie ad una registrazione fatta con l'altro compositore australiano Anthony Pateras intitolata "Flux compendium", un lavoro edito per la Editions Mego in cui si assisteva ad una colta composizione di "terrorismo" sonoro infarcito di scheletri punk e cibernetici; nell'ambito di un'ampia progettualità compositiva, Fox ha poi lavorato ad un paio di eccitanti esperimenti di futurismo combinato tra arti, prima organizzando plurime installazioni per esplicare la sensazioni musico-spaziali della la luce laser (i partecipanti entrano in una sala accecati dalle evoluzioni rapidissime della luce verde) e poi sfruttando le intuizioni acustiche del tam-tam amplificato del Mikrophonie di Stockhausen, nel progetto di Transducer, con la collaborazione del percussionista Eugene Ughetti: con tutta una serie di atteggiamenti concludenti dei musicisti coinvolti, la novità sta nella pletora di microfoni utilizzati e in una loro rinnovata funzione musicale, dove alcuni penzolano nel vuoto acustico, altri vengono lanciati in stile cowboy o catturati, tramite tam-tam od oggetti percussivi, nelle loro possibilità acustiche più recondite e noise

La relativa tranquillità che si respira in queste opere la si trova anche in un nuovo Lp per la Editions Mego appena pubblicato da Fox in cui egli ha elaborato una soundtrack per le danze della coreografa Stephanie Lake: "A small Prometheus" si costruisce su un tema che nella musica è stato ripreso molte volte (i casi migliori sono quelli di Scriabin e Nono, naturalmente con altra impostazione musicale) ma che nel caso di Fox consiste nel captare con gli strumenti informatici il fuoco divino che il personaggio mitologico profuse per la creazione dell'uomo. E' evidente che nell'atto dello smorzare i toni  per adeguarsi ad una ricomposizione estetica che non è solo parte del presente, i risultati vengano ripuliti totalmente dai sovraccarichi di un'attività sperimentale aggressiva: un'elaborazione meno ossessiva e più concentrata su un concetto di naturale bellezza dei suoni rende "A small Prometheus" molto più godibile delle virtù tecniche di un Flux compendium, facendo collassare anche quella efficace teoria che vede discrepanze tra l'ascolto della musica e la rappresentazione visuale (vedi qui l'intrigante trailer relativo). Le fasi puntillistiche della ricerca (dal crepitio del fuoco alla ventilazione divina), che in realtà rappresentano quella condizione estrema della digitalizzazione, sono calibrate da un sotteso recupero delle corrispondenze con i magazzini dell'immaginazione sonora, che ha il dovere di rispondere musicalmente ad una presenza antica ed epica la cui simulazione musicale non può che essere idealmente abitata dal quel senso di onnipotenza degli Dei dell'Olimpo. 



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