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domenica 18 ottobre 2015

Strade sperimentali di space ambient: Centrozoon

Tra i tanti professionisti della musica ambient tedesca va segnalato come alcuni di essi abbiano fatto di tutto per storcere l'idea del solito pinzimonio berlinese fatto di sequencer ed effetti speciali. In linea anche con le proiezioni tecnologiche provenienti dalle nuove modalità di pensiero della computer music e dell'Intelligent Dance Music, il duo dei Centrozoon ha esplorato quella parte oscura dell'ambient music di derivazione space con le armi di una diversa disciplina invischiata nella sperimentazione e nell'improvvisazione. Il duo formativo, composto da Markus Reuter (una tipologia di chitarra processata) e Bernhard Wostheinrich (i sintetizzatori), si fecero notare con Blast, una pubblicazione perfettamente a cavallo del nuovo secolo (gennaio 2000) che in qualche modo oggi può essere considerata testimone di uno spartiacque delle nuove tendenze tedesche sull'elettronica degli ambienti. In Blast si tentavano nuove soluzioni, ancora più iconoclaste di quelle utilizzate dai Tangerine Dream o dai Can, dove l'elemento psicologico veniva elevato a vangelo estetico. Nessuna cavalcata alla Schultze o espressionismo alla Kraftwerk, ma uno space raffinatissimo recondito con tanta texture implicita negli strumenti. Pur avendo progetti alternativi e singolari, sia Reuter che soprattutto Wostheinrich, nell'esperienza Centrozoon, mostrarono di poter scacciare il ricordo bonario degli spiriti nel cosmo e così avvenne perfettamente con i successivi "Sun lounge debris" e "The cult of: bibbiboo", uno splendido, ambizioso ritrovato di electronic music, basato su molte fluttuazioni simulatrici di una pianificazione orchestrale piuttosto lontana da simili esperimenti fatti nell'elettronica leggera fino a quel momento, che insinuano strali chitarristici, pozzi artesiani di drum'n'bass, graffi dance ed una linea di condotta surreale. Per questo lavoro la critica scomodò la figura di Stockhausen ed è innegabile che esso fu curato anche negli aspetti ideologici, pronti a denunciare le alienazioni dell'uomo ed una figura spirituale paradossale, quasi demoniaca.
In questo turbine subdolo di musica e pensieri i due Centrozoon coinvolsero anche Tim Bowness per una riuscita operazione di electronic pop a rotta sperimentale, per poi ritornare in piena forma per "Angel liquor", cinque brani di alto livello in cui compaiono in copertina i dipinti di Francesco Lauretta; significativo al riguardo la correlazione con il suo La Patetica, che mostra un angelo sui generis su un terrazzo altissimo indotto a custodire la prospettiva di una città, con un mano esterna di un uomo che gli punta un telecomando, a testimonianza di una terrificante sottomissione tecnologica. La musica al riguardo mostra tutte le sue ansie: timore, confusione, decadenza vengono espresse da uno space portato al limite, quasi gotico nell'incedere, in cui si rinnovano improvvisazioni alla Frippertronics ed inserti percussivi modulati in lunghezza e stile. Il successivo Lovefield è addirittura alla ricerca di un nuovo filone di space da camera, poiché si compone di "campi" di suono rielaborati in presa diretta, adatti per una esperienza subsonica dell'attività camerale: esso mostra una catena di riuscite concatenazioni di suono, che rimandano ancora alla rappresentazione di un mondo in pieno regime del declino.
Il passaggio a trio con l'entrata di Tobias Reber coincide con una fase (ancora perdurante) in cui i tecnicismi prevalgono sull'interesse caratteriale dei suoni: in attesa che essa possa svilupparsi in una nuova proiezione sonora ed escludendo la carriera solistica di Reuter (da affrontare meno sinteticamente), vanno rammentate anche le esperienze di Bernhard Wostheinrich, compiute parallelamente alla sua entrata stabile nella DIN Records di Ian Boddy, etichetta in cui ha registrato anche musica space ambient delle più convenzionali, scevra da particolari organizzazioni, con l'ausilio del fattore collaborativo: con Boddy stesso, con Hoffman-Hoock, Conrand Schnitzler ed Erik Wollo; con quest'ultimo sembra aver trovato un rapporto più proficuo dal punto di vista della creatività, tant'è che il recente "Weltenhur" riscatta ampiamente la corda temporale mostrata dal genere, puntando al tema dell'alterazione delle forme, grazie alle inserzioni quasi apocalittiche dei testi di Judith Krafczik, bisbigliati alla maniera di una chanteuse fatale dalla voce di Elke Marleen Schumacher, un fattore che costringe anche Wollo ad un lavoro interessante ed inusuale sulla chitarra.



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