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sabato 24 ottobre 2015

Poche note sul jazz italiano: chitarristi di fusione compensabili


Spesso mi sono chiesto quale fosse la linea di demarcazione temporale del massimo sviluppo di ciò che comunemente denominiamo "fusion", quel prodotto di intersezione tra jazz e ritmiche rock che ebbe un predominio assoluto negli anni settanta; le cose son cambiate dopo il Pat Metheny Group del 1978 o dopo Tutu di Davis del 1986? Difficile non ammettere che la fusion tradizionale abbia subito profonde scosse non appena sono arrivate spinte di un certo tipo, in cui fosse più logico pensare a sue trasfigurazioni. Nata in sensibilità artistica dagli Stati Uniti ma subito condivisa anche nei paesi evoluti dell'Europa, la fusion è stata più volte oggetto di analisi che hanno cercato di porre davanti elementi sempre più decisivi: ma di fronte ad una proliferazione a macchia d'olio di musicisti del comparto, la bravura degli artisti o l'evoluzione verso forme ibride senza confini sono stati elementi non sempre sufficienti per giustificare le varie proposte. Sta di fatto che uno degli sviluppi intrapresi da molti mostri sacri del settore è stato quello di centellinare una forma di mainstream jazz di classe, dove importanti restavano gli attacchi strumentali, il tema e la verve solistica, quando poi non si è arrivati al debordo di libertà degli elementi. Quanto alla parte chitarristica, in Italia per molto tempo si è pensato che artisti come Franco Cerri fossero casi isolati, scoprendo subito dopo che invece la scena era ricchissima; con tutti gli aggiustamenti del caso, il fantomatico gruppo di "fusione" è ancora oggi una realtà su cui continuano a crescere nuove generazioni di jazzisti. Qui vi propongo tre ottimi esempi di giovani chitarristi che possono ben spiegare l'asse evolutivo indicato, ossia il percorso fusion tradizionale ---> mainstream jazz----> fusione moderna (free fusion).

Uno dei più bravi chitarristi italiani del settore in chiave tradizionale è Dario Chiazzolino. Torinese, classe 1985, Chiazzolino è diventato ben presto una potenzialità espressa a livello internazionale: è quasi sempre vincitore delle classifiche top italiane delle riviste annuali di chitarra ed ha suonato con molti dei principali protagonisti della scena fusion storica (da Cobham agli Yellow Jackets), traendo esperienze fondamentali per costruire un proprio gruppo. La creazione del classico è stata la via indicata nel 2012 dalla fondazione dei Principles Sound, un trio con Gianni Branca alla batteria (purtroppo prematuramente scomparso) e Pino D'Eri al basso, in cui è stata richiesta la partecipazione dinamica di Bob Mintzer al sax, Russell Ferrante Piano alle tastiere e Jimmy Haslip al basso. "Lost in the jungle", registrato per Tu Kool, è una esibizione perfettamente rodata per rimembrare una sottaciuta qualità del genere, ossia la somatizzazione della freschezza compositiva che procura un'idea giovanile ed allettante del jazz e la cui evidenza è il risultato della bravura dei partecipanti. In particolare Chiazzolino dimostra di avere tutte le armi dimensionali per impostare una prolifica carriera da poter disporre per ulteriori approfondimenti stilistici che al momento sono latenti e pur non lasciando niente al caso, si impone già per caratteristiche strutturali per nulla comuni: la veloce dinamica e la fantasia delle linee melodiche sono testimoni del suo turbinìo. Ovunque si vada per il cammino musicale prodotto in "Lost in the jungle" ci si trova sempre in un rigenerante alone di benessere che, rispetto anche alla produzione discografica susseguente del chitarrista torinese, non è stato ancora superato.

Sulla via di un mainstream di tutto rispetto si pone invece il nuovo lavoro di un altro chitarrista molto stimato negli ambienti jazzistici, Francesco Diodati (1983). "Flow, home" è l'espressione di un quintetto di giovani promesse italiane: Enrico Zanisi al piano, Francesco Lento alla tromba, Glauco Benedetti a sousaphone ed euphonium ed Enrico Morello alla batteria. Si pone in luce il tipo di incrocio tra la scrittura di Diodati e l'improvvisazione, in quanto è palese l'attraversamento di stadi congeniali, spazi musicali confezionati per fondere le prerogative di peristalsi delle dinamiche di un gruppo di fusion jazz con quelle di una rivisitazione delle linee melodiche, non sempre calibrate sui canoni: in tal senso emerge la volontà di ricreare con propri mezzi quella abilità descrittiva che proveniva dagli esperimenti di Charlie Haden nel gruppo di Folk Song: non a caso l'omonimo pezzo di Diodati nonché la conclusiva Casa do amor fanno pensare a delle modificazioni personali degli acquerelli sognanti del gruppo dello scomparso contrabbassista americano. In "Flow, home" la parte solistica spesso lascia completamente il passo al tema ed è l'appoggio necessario per imbastire l'improvvisazione, che in questo modo ne guadagna in libertà. Naturalmente si tratta di spunti che gli Yellow Squids sviscerano con una insospettabile classe e che in Flow spesso diventano monumenti anche un tantino intricati, ma che rispondono alla necessità di creare scenari ricercati, astruse variazioni di un panorama fin troppo esplorato.

Nondimeno agganci ad una tipologia di jazz-rock contesa a livello stilistico tra lo Zappa di Hot Rats ed il primo free inglese, caratterizza anche il substrato formativo del chitarrista elettrico Marco Papa (1985) nel progetto in trio denominato Ugo. Nato nella progettualità berlinese delle stanze Aut Records, Papa si unisce a Federico Eterno (sax alto e clarinetto) e Gioele Pagliaccia (batteria) per "Fish Tales", in cui determinante è la sincope del suo strumento dinanzi ad una sorta di advanced schema di composizione. Incamerato nel be-bop, nelle esteriorità free, nelle melodie senza tempo dello swing o nei rivoli dei ritmi e costumi di certo rock alla Waits, Papa e soci usano il jazz come ingrediente per dar vita ad una forma intelligente di "fusione", che alla fine si merita un posto tra le parti del Frisell meno iconoclasta o del Ribot meno distorsivo. L'obiettivo è ben espresso in Medea o How long is this track ed è confermato nelle parole del chitarrista di Prato "...la mia ricerca nel campo della composizione si dirige verso lo sviluppo di sequenze tematiche entro i confini di un quadro predeterminato di parametri. Mi piace utilizzare il materiale spingendomi in nuovi territori dell'improvvisazione guidati dall'interplay..."


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