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giovedì 1 ottobre 2015

Julia Wolfe: Anthracite fields


E' una verità piuttosto evidente quella che vede le commissioni giudicatrici del Pulitzer Prize del settore musicale tendenti alla premiazione di composizioni divise tra il post-moderno e il post-romantico: nel 2015 uno dei più ambiti premi della composizione internazionale è stato assegnato al progetto di Julia Wolfe, nota compositrice del giro dei Bang on Can, a cui è stato commissionato un lavoro per coro prevalente ed ensemble da camera, incentrato dalla compositrice sulle immani difficoltà sopportate dai minatori della Pennsylvania, per lo più migranti. Direi un tema che quasi sembra essere fatto apposta per sollevare incresciose rivendicazioni che sono all'ordine del giorno nel polveroso calderone ideologico sui flussi migratori; l'idea della Wolfe è di quelle ambiziose e tende alla rappresentazione corale degli eventi; come ricorda la stessa autrice nelle note interne, l'infanzia vissuta dalla parte del benessere era un contrasto rispetto a cittadine limitrofe quasi interamente composte dai minatori, ovviamente discriminati. Quello di "Anthracite fields" diventa dunque un modo per non dimenticare, e soprattutto di sacrificare anche qualcosa dell'ideologia americanista a favore dei disadattati per motivi economici e sociali; se da questo punto di vista è semplice ritrovare la giustificazione di un premio che tocca aspetti controversi che sono particolarmente benvenuti nell'ossimoro mentale degli statunitensi (si pensi alla valutazione all'Oscar per il film La Grande Bellezza di Sorrentino e al conseguente tema vincente dell'alienazione personale), dal punto di vista musicale sono necessarie alcune precisazioni. La composizione è stata multimedializzata con l'apporto di un grande schermo e completamente affidata alle novità profuse dal mondo corale minimalista, sebbene non manchi la parte strumentale condivisa con i musicisti del Bang On Can All-Stars: non è la prima volta che l'esegesi interpretativa dei cori colpisce nel segno degli uomini chiamati al giudizio sul Pulitzer: successe già con John Adams nella sua Trasmigrations of the souls dedicata alla strage dell'11 settembre e, con un impianto vocale più ridotto, con il David Lang di The little match girl passion; trattandosi di coralità minimalista, vi troverete a dover fare i conti con le più grandi e blasonate opere del genere, cercando un confronto con l'ampio respiro di pezzi (ormai storici) come Desert music di Reich o Another look at harmony - Part IV di Glass, passando per le trasmigrazioni accennate di Adams; "Anthracite fields" si avvale di un potente volano di espressione dovuto alle prestazioni del The Choir of Trinity Wall Street diretto da Julian Wachner ed è spesso rigoroso nell'ambientazione; nell'imperscrutabilità di molte parti musicali ritornano fortissimi i richiami di Foundation, l'iniziale e triste presa di posizione nei confronti dei minatori scomparsi a causa del loro lavoro, punteggiata da un clima tetro, quasi alla Ground Zero, con i nomi dei minatori che vengono scolpiti nella ripetizione vocale ed alcuni potenti clusters al piano della Wolfe che simula i trilli di un improvviso sconvolgimento, ma anche Breaker Boy, dedicata alla falcidia infantile, ha un irresistibile passaggio rock nella seconda parte della composizione. "Anthracite fields" alla fine è validissimo e costruisce la migliore composizione mai scritta dalla Wolfe, a cui si può rimproverare solo il suo stato afflittivo, invero una caratteristica generale della sua scrittura che la differenzia dai suoi colleghi di genere; Wolfe riesce ad avere delle splendide intuizioni musicali, che forse nemmeno Reich, Glass, Adams o lo stesso, vicinissimo, Lang riescono ad avere, ma l'invenzione non sempre si comporta come turbina accesa per l'emotività. In tal senso "Anthracite fields" sembra una dichiarazione senza speranza.


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