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sabato 10 ottobre 2015

Dave Douglas sempre più a rischio


Negli anni in cui si intensificava la ricerca di punti di contatto sempre più stringenti tra mondo classico contemporaneo e jazz, Dave Douglas spuntò fuori come una forza emergente del tutto particolare; il suo esordio discografico, "Parallel worlds", costellato del gotha dello string contemporaneo statunitense applicato al jazz (Feldman, Dresser, Friedlander), era lavoro che costituiva jazz di tendenza all'epoca della sua pubblicazione (1993), da sistemare in un'agenda personale fatta di un eccelso solismo alla tromba, inventiva e tante idee sviluppate. Tuttavia Douglas lo si ascoltava anche in vestigia tipicamente jazzistiche e poco dopo si capì che il trombettista americano aveva impiantato un'alternativa validissima alla sua musica principale e cioè puntare anche su un'improvvisazione che stratificava i suoi umori non solo nel mainstream, nel bop o nel free jazz (generi che venivano praticati con profitto e perizia), ma che avesse dei ritorni melodici che si stringevano tra il sudamerica e i balcani. Mentre Parallel Worlds richiamava addirittura la serialità di Webern e l'ostracismo di Stravinsky, il Tiny Bell Trio (composto assieme al chitarrista Brad Schoeppach e al batterista Jim Black) tentava di instillare nel jazz una componente motivica folk invero ottenuta senza sintesi (il miglior esempio fu offerto da Constellations, che resta uno straordinario cd di jazz). Quindi tre direzioni/dimensioni (una tradizionale, una "contemporanea" ed una "etnica"); tuttavia mentre la modalità "contemporanea" venne affrontata con prove successive sempre più ambiziose ed intricate (dallo String Trio di Five agli esperimenti musicali del gruppo di Witness), quella "etnica" trovò un incredibile incrocio magico in una formula particolarmente accattivante, che molto probabilmente gli procurò la celebrità definitiva: il trittico di registrazioni che venne inaugurato da Charms of the Night Sky e poi proseguito con A Thousand Evenings e El Trilogy, mise assieme le migliori potenzialità di un quartetto con Douglas in testa, Guy Klucevsek alla fisarmonica, Greg Cohen al contrabbasso e Mark Feldman al violino; Douglas, in particolare, si procurò quello che fino ad allora non gli era riuscito, ossia un suo segno distintivo, davvero difficile in un'epoca in cui la sete di scoperta era neutrale: la virata etnica, così ben curata negli umori, è guidata da un sottaciuto interesse politico per le emigrazioni dell'Est Europa e la sua tromba incarna alla perfezione la malinconia di quelle trombe tante volte sentite nelle nostre città; lo stile di Douglas assume i contorni di un sottoinsieme delle intuizioni world di Cherry e Charms of the night sky è diverso dalle rappresentazioni world che molti trombettisti hanno profuso nella storia del jazz o affini; niente a che vedere con Hassell o Davis, qui c'è microcosmo nascosto che viene fuori da un trombettista eccellente. Capitalizzando il gran lavoro solistico fatto in precedenza, Douglas impone il suo magnifico fraseggio, un tour polistilistico tra il bop e il free, pieno di inventiva e con un perfetto controllo delle emissioni. La rinnovata prospettiva balcanica contagia anche la progettualità jazz tradizionale di Douglas, modificando in ampiezza le velleità del quartetto di Magic Triangle e del quintetto di Convergence soprattutto. Ma le registrazioni alla Bluebird confiscano l'impegno etnico e propongono invece un ripensamento melodico molto più accondiscendente alle teorie di Miles Davis, con Douglas che viene affascinato dalle possibilità di estendere la melodia in un contesto jazz conosciuto: con un solismo come sempre notevole, lavori come Freak in o Strange Liberation contestualizzano una generale caratteristica di molti jazzisti americani di quegli anni nel cercare soluzioni sugli standards o formarne dei nuovi.
Il lancio della Greenleaf Music, etichetta discografica di proprietà di Dave, coinciderà purtroppo con una lunga fase di stabilizzazione musicale (perdurante ancora oggi), in cui il trombettista si innamora della relazione tra musica e cinematografia, dedicandosi inoltre a progetti specifici nel campo del jazz che però restano ingabbiati in una aureola algida e che inaugurano un virtuale passaggio nella categoria dei mostri sacri a cui difettano le idee e vivono del loro strumento senza limiti temporali. Il recente High Risk, che per la prima volta lo vede a contatto con l'elettronica usata non come spezia ma come catalizzatrice, è una cocente delusione di contenuti, poiché nel tentativo di instaurare una diversa valenza all'elettronica nordica ci fa rimpiangere quella tenerezza che abbiamo imparato a riconoscere in pezzi come Bal Masqué o Dance in Thy soul.


Discografia consigliata:

-Parallel worlds, Soul Note 1993
-Constellations, Hat Art, 1995
-Five, Soul Note 1996
-Convergence, Soul Note 1998
-Charms of the night sky, Winter & Winter 1998
-A thousand evenings, Rca Victoria, 2000
-Soul on soul, Rca Victoria,2000
-Witness, Bluebird 2001
-El trilogy, Rca 2002
-Freak in, Bluebird 2002
-Strange liberation, 2003


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