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venerdì 18 settembre 2015

Uwe Oberg: Twice, at least



"Twice, At least" is a further test of Uwe Oberg's intelligent formula, who confirms the stylistic line of the German musician, a whirlwind of 70 years of jazz pianism: starting from Monk, he forges ahead into areas inaccessible but explorable of free improvisation profuse in the interior of the instrument; with Oberg you will have limited protection in the territories of Monk or Paul Bley, temporarily confused by arpeggios performed on the strings inside the piano structure, which simulate acoustic post-modern improvisations, and you will realize how limited is the time difference between a bebop pianist and a free improviser.


La seconda generazione degli improvvisatori tedeschi già risultava diversa dalla prima: se in quest'ultima la lezione di musicisti originatori di stile come Brotzmann o Mangelsdorff minacciavano direttamente l'assetto teorico del jazz comunemente inteso, nella seconda il tiro si spostava nella ricerca di una formula intelligente con elementi diversi che costruivano un predicabile sviluppo del passato jazzistico; tra questi gente come Matthias Schubert, Frank Gratkowski e tanti altri nati a cavallo della prima decade degli anni sessanta, si impegnarono a convertire il jazz verso la collisione completa dell'essenza ritmica del jazz, navigando nel mare magnum della libertà dell'improvvisazione con tanto di connotati "contemporanei"; tra questi eroi misconosciuti della storia della musica recente, nati in terra germanica, non si può dimenticare il ruolo del pianista Uwe Oberg come raggiungimento di quegli sviluppi di cui si parlava: Oberg ha saputo costruire un canovaccio su una fortissima identità afro-americana, che però lo trasporta con una facilità impressionante nei territori dell'arte totalmente improvvisata allo strumento; partendo da un amore incondizionato per Thelonious Monk, Oberg ha dimostrato di quanto fosse stato precursore quel gigante nel trovare le angolature primordiali dell'improvvisazione libera: di questa esperienza creativa si intravedevano già i risultati nel laboratorio che Leo Feigin gli mise a disposizione in compagnia di jazzisti di eguali prospettive (Georg Wolf, Jorg Fischer), e discograficamente parlando, pur essendo modesta la sua presenza, Oberg ha fornito sempre un ottimo ed omogeneo esempio delle visuali artistiche da presentare: il quartetto con Wolf, Fischer e Gratkowski o il trio con Christian Thewes e Michael Grenier in Lacy Pool, senza tralasciare i duetti con Evan Parker in Fool Bloom, in cui respirare un'ambientazione "lightly odorous" (il titolo di una suite bellissima di 14 minuti), commentano da soli l'impegno e la passione per un concetto poco proverbiale di jazz.
"Twice, At least" è prova discografica in solitudine al piano che conferma la linea stilistica del musicista tedesco che risucchia 70 anni di pianismo jazz, spingendosi nei territori impervi ma esplorabili dell'improvvisazione profusa anche negli interni dello strumento: con Oberg vi sentirete poco tutelati nei territori di Monk o Paul Bley, temporaneamente confusi dagli arpeggi effettuati sulle corde interne del piano che simulano assetti acustici post-moderni dell'improvvisazione, e vi renderete conto di quanto sia contenuta la differenza temporale tra un pianista be-bop ed un improvvisatore libero al piano; in Twice, at least" gli umori sono rivolti all'obliquo senso della prestazione griffata premiata ditta Bley con annessi (Annette Peacock), con un Monk impuro che viene preso in causa per aprire e chiudere il lavoro. La bontà di queste espressioni non sta solo nella capacità di attaccare sensazioni ed umori basilari che hanno una propria e riconoscibile identità (un riconoscimento cospicuo del suo stile è rinvenibile anche nei confronti di Cecil Taylor), ma anche nel dimostrare che anche quelle più enigmatiche o bistrattate oasi del benessere musicale (dalle immobilità alla Morton Feldman alle ripetute connotazioni sui registri alti) possono garantire un futuro vero a quei giganti a cui oggi bisogna sistemare il tiro. Il raccordo poderoso di Oberg viene fuori soprattutto nelle lunghe sovrapposizioni: sentite Magnetic Wood/Blues (una rielaborazione personale con il tema di Steve Lacy) per scorgere il collegamento tra Evans, Cage, la frammentazione minimalista e lo splendido tema melodico del sassofonista americano. Una panacea per le orecchie.



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