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martedì 1 settembre 2015

Poche note sul jazz italiano: un focus su Bunch Records

Nel panorama della musica italiana spesso restano sfuggenti attimi musicali che invece rivestono un gran valore artistico. Così facendo si perdono, per sbrigatività, momenti che dovrebbero celebrarsi per il loro contenuto. In molti casi per un gran lavoro musicale non sono necessari particolari mezzi produttivi, ma solo avere chiare le idee su come organizzare il trapasso emozionale dal cervello allo strumento che si ha tra le mani.
Luca Pissavini, in queste pagine già più volte menzionato come uno dei più eclettici contrabbassisti italiani, si distingue anche per avere messo in piedi un'etichetta privata, la Bunch Records, totalmente alternativa al consumo giornaliero di quisquilie simil-musicali che popolano l'universo sonoro; imbastendo più campi d'azione progettuali per dare adeguato spazio alla creatività debordante, quella che si può rinvenire indistintamente sia nella composizione che nell'improvvisazione, la Bunch ha in poco tempo raggiunto un primo soddisfacente catalogo di proposte, che naturalmente non ospita solo le idee di Pissavini, ma permette di osservare altri artisti, non dotati di una adeguata visibilità commerciale. Tra i progetti di Pissavini, comunque, uno recente e validissimo è quello che lo stesso sta portando anche in giro con Andrea Baronchelli, un trombonista/tubista bergamasco ventiseienne, conosciuto per le infelicitazioni ambigue ma per fortuna temporanee, profuse con Carla Bruni e il festival di Sanremo, ma che con il jazz ha anche altri efficaci rapporti (l'Extemporary Vision Ensemble di Chiapperini o gli Antani). 
Il Basa (questo è il nome del duo nato probabilmente come contrazione sillabica derivata dai cognomi dei due musicisti) svolge una incredibile trasversalità tra incrostazioni remote della memoria, attraverso un accostamento contrabbasso e tuba (qui unico strumento utilizzato da Baronchelli) del tutto anticonvenzionale; mentre Pissavini esplicita la gamma interiore del contrabbasso vibrando di vitalità tra strofinamenti di corde, pizzicature da polpastrelli d'acciaio ed archetto dalle soniche rappresentazioni da camera, Baronchelli in modalità low-fi e con dinamica soporifera, letteralmente borbotta con la tuba, creando delle lasche nebulose sonore la cui esplicitazione immaginativa ci viene fornita nella titolazione dei brani. La gran capacità di "Basa" sta nell'appiccicare all'improvvisazione, leggermente impostata sul jazz, significative dosi di simbiosi acustica, spesso portate avanti in jam sessions di oltre sei minuti, in cui "The valley", "The sounds of the Earth" o le "Leaves dancing in the wind", vivono una dimensione reale, totalmente appannaggio di quel principio di sussidiarietà della musica, da scoprire nelle pieghe dei suoni, che fa di tutto per risalire alla sua essenza comunicativa. Nell'impianto stilistico di Baronchelli usato per Basa non c'è naturalmente un prefissato svolgimento melodico che lo possa avvicinare ai grandi tubisti moderni del jazz, da Howard Johnson a Jon Sass, passando per gli approcci europei di Michel Godard; il riferimento più consono è all'unicità dell'improvvisazione libera di Schiaffini o al massimo ai controcircuiti di Oren Marshall senza la manipolazione elettronica. 
L'altro progetto altrettanto interessante in cui il contrabbassista milanese riveste una parte più bombastica e percussiva (suona un upright bass con intonazione in quinta) è quello costituito con i Dream of Bison, con Masahiko Ueji (un giovane tastierista giapponese di formazione classica innamorato dell'improvvisazione e dedito al sintetizzatore e clarinetto basso) e il chitarrista Fabrizio Bozzi Fenu, il vero ideatore del progetto; nato casualmente a Marsiglia, il trio ha ulteriormente affinato il sound con una serie di concerti in Francia che sembra possano avere una derivazione utile in altri paesi europei (compreso l'Italia) con l'aggiunta del violista Benedict Taylor. 
Il sound dei Dream of Bison è pienamente immerso nelle concettualistiche recenti dell'improvvisazione elettroacustica, poiché è evidente che la lezione di Derek Bailey non è stata ancora smaltita e fornisce spunti per ulteriori intersezioni: se si prende "Wall paper's song" sembra di assistere ad uno strano incrocio tra il Davis elettrico e il Bailey sperimentale ed atonale, ma il resto non insiste su quel crocevia e si adagia sull'esplorazione dei timbri e sul loro raccordo strumentale, così come sul benessere dei congegni musicali e delle impermeabilizzazioni sonore che solo l'improvvisazione libera è in grado di offrire. I risultati, benché perfezionabili, già fanno intravedere spiragli di alto profilo, specie quando il legame subliminale fa capolino in pezzi improvvisati particolarmente riusciti e moderni, come Important Ratio o soprattutto in Fish in the Dune
Sempre per la Bunch, Fabrizio Bozzi Fenu, ha anche condotto il progetto Saruxi, in duo con il trombettista Mauro Medda, in cui il chitarrista però suona la chitarra acustica e lo scenario interpretativo è il porto Sa Ruxi nei dintorni estremi della costa a sud-est della Sardegna. Consci di essere defilati rispetto alla normale programmazione improvvisativa ed armati di preparazioni varie (sassi, sabbia e fogliame) i due musicisti si impegnano per sfruttare il potenziale ispirativo della natura circostante (il mare, la ventilazione e tutto ciò che è udibile in spiaggia), sfornando un prodotto che viaggia sulla linea di pensiero cageana che vede il silenzio "macchiato" dai suoni e non il suo contrario. Un riuscito viaggio semi-concrète su un lido sardo, dove l'improvvisazione stessa fa fatica a misurarsi e dove emerge una visione naturalistica fatta dell'estaticità e del rilassamento provocato dall'ambiente (Sa Ruxi fa parte di un complesso geomarino) che s'impegna a sottolineare quanta armonia e benessere può provenire da un efficace immersione nei suoni naturali.
Un altro laboratorio espressivo dell'improvvisazione emerge dalle associazioni di idee del compositore/pianista veneziano Giovanni Mancuso. Per la Bunch Mancuso ha pubblicato due cds notevoli direzionando lo stile a seconda del progetto: in "Terra Matta", collaborazione al piano con il batterista Francesco Cusa denominata restrittivamente Mancusa, l'impronta classica piena di clusters e spigolature jazzistiche aveva nel suo dna la voglia di attrarre con le armi della fascinazione acustica e della satira, quest'ultima un leit-motiv che in molti nella musica hanno percorso per raggiungere i propri obiettivi (si va da Zappa a Bollani), ma Mancuso è attento a non attribuirle particolari enfasi con soluzioni dadaiste o bizzarre: ripercorrendo il pianismo del novecento Mancuso evita le beghe retoriche e impone una linea personale, in stile perpetuo, che ha un forte aggancio nel primo novecento; pianismo francese, americanismi e stigmatizzazione del suono "percussivo", scampoli di relativismo russo basato sulle futuristiche proiezioni dell'avanguardia di inizio secolo; il futurismo di Mancuso è del tutto speciale, è anti-futurismo ed è trapiantato in una edulcorata casa della costruzione sonora senza barriere, in cui in una stanza dell'astrazione, con tanto di sirene e fischietti alla Varese, si condivide il giaciglio con le peripezie di Cecil Taylor. In quel lavoro l'interposizione alle percussioni di Cusa (tra lo sperimentale e lo spirituale) fu una delle migliori contropartite a cui poteva aspirare il pianista veneziano. Il jazz è addensato nelle invenzioni che propongono una linea di confronto tra Debussy e Antheil in "Tufopolifonie", che forte dei suoi 19 minuti di durata, è marchio distintivo che va a parare direttamente nell'oggetto concreto della musica del secolo passato, pescando nei suoi accenti più enigmatici, lavorando ad una loro ricomposizione umorale (ombre, geometrie, spiritualità, memoria).
Il secondo progetto denominato Ulika Krokodyli, svolto ancora in duo ma con il clarinettista Alberto Collodel, afferisce ad un sistema ancora più in crescita creativa e si proietta nella naturale propensione di Mancuso nel fornire una testimonianza musicale appropriata di quello che può definirsi grottesco, spogliata dei suoi orpelli e delle sue estremità ed intinta in un nuovo significato, mutuato da una particolare linguistica inventata per lo scopo. "Bruno Schulz lost thoughts" richiama i racconti dello scrittore polacco e mostra una serie di improvvisazioni lanciate di gettito che ipnotizzano per fascino e collegamento neurale; vive di una tensione narrativa che è perfettamente corroborata da un Collodel in stato di grazia al clarinetto basso, in cui le variazioni oblique fornite dal Mancuso così come descritto in Terra Matta, tra clusters, andanti al piano francesizzati e spirito iconoclasta del free jazz, cercano di incontrare la debordante significatività poetica di Schulz, a cui si vuol fornire una risposta tutta musicale.
In questo lavoro "I manichini" sono l'alter-ego della "Tufopolifonie" del lavoro con Cusa: dotata di un implacabile accordo evocativo al piano e da una melodia vincente che gira decomposta intorno al clarinetto di Collodel, essa naviga in un imperscrutabile anelito del mistero di Magritte, una nebbia descrittiva di situazioni che trova sbocco nella meraviglia del Il signor Karol, quando poi non si infila nel canale psicologico di Nemrod, un fascino da attrazione radar per richiamare costruzioni mentali metafisiche. Qui siamo nei territori di Craig e dell'indecifrabile Odradek di Kafka, quel posto in cui le fiabe prendono un verso insospettabile ed esplicitamente surrealista e dove la musica dona l'immagine delle vetrate trasparenti delle costruzioni di Bauhaus o dei manichini surreali di De Chirico. Un lodevole sforzo che non deve rimanere sottaciuto. Compratelo, anche perché ditemi chi è capace di tanto in questo momento in Italia?



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