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venerdì 25 settembre 2015

Poche note sul jazz italiano: scavando nel giusto ruolo dell'interpretazione

Interpretare significa molte cose. Per alcuni una vera e propria arte a sé stante. Coinvolge le intenzioni, l'espressione, la volontà di creare un sottoprodotto dell'originale, parametrato sulle proprie capacità ed istinti musicali, in grado di costruirsi una propria storia. Nel jazz l'interpretazione è letteralmente esplosa, poiché l'improvvisazione è stata essa stessa condotta senza gerarchie e per sua natura riesce più difficile pensare di poter accomunare quel tipo di interpretazione a qualunque altro tipo usato nella musica in generale. Una delle domande fondamentali che mi pongo è che livello esse debbano raggiungere, dato che nel 90% dei casi, la loro utilità pratica si è rivelata vana; qual'era il motivo della loro vacuità? Principalmente si può pensare alla paura di "deturpare" il brano interpretato, che conduce a trovare spesso delle vie di mezzo tra la versione principale e quella ipoteticamente moderna, ma è indubbio che una motivazione fondamentale sta nel portare avanti nel tempo un gioiello che ha caratteristiche musicali di un passato musicale ben definito dove, aldilà di tale considerazione, c'è solo molta retorica. Così come dovrebbe succedere nell'ambito della musica tradizionale, le reinterpretazioni devono tendere all'incorporazione di nuovi elementi per garantirsi un futuro.
In questa puntata del jazz sono andato un pò a selezionare qualche operazione moderna portata avanti da musicisti, cantanti o gruppi che, in un'area davvero vasta delle eredità musicali, hanno affrontato con più sagacia il problema della "cover" e dei suoi articolati meccanismi. 

Aut to lunch! è il quartetto formato da Piero Bittolo Bon (sass.alto, clar.bas.,flauto), Alfonso Santimone (piano e Fender rhodes), Danilo Gallo (contr.) e Gioele Pagliaccia (percus. e banjo) immortalato a Pisa ai Sam Recordings Studio nel maggio del 2012 per omaggiare la musica del grande Eric Dolphy, ed uno dei suoi capolavori, ossia Out of lunch. Dall'evidente aggiustamento del titolo si intuisce che il lavoro è stato aggregato nell'etichetta discografica di Davide Lorenzon a Berlino. Le tracce di Aut to lunch!, ottenibili solo con download, forniscono la presenza estemporanea in un brano del sax soprano di Pasquale Innarella e del trombone di Tony Cattaneo in altri tre. L'ispirazione si basa sulla scaletta delle improvvisazioni di Out to lunch con l'aggiunta dei due brani introduttivi di Out there più GW presa da Outward bound, un mix che individua quindi un ricordo più completo di Dolphy.
I dischi di Dolphy nascevano nei fermenti del free jazz e si caratterizzavano per la mediazione opportuna tra opposte qualità della musica, nel suo caso l'asse con gli estremi soffice-rude, una circostanza che è stata basilare per decretare un'ampio interesse nelle generazioni di musicisti successive, giacché il successo di quella formula magica con accattivanti combinazioni di suoni, si prestava in maniera equa sia ai jazzisti di ampie vedute tonali, sia agli improvvisatori più accaniti del free. Il quintetto di Dolphy documentava in grande stile che cosa significasse il termine "formazione" dei suoni, fu uno dei tanti pozzi di riferimenti e di tecniche, che contribuirono a nuove impostazioni del jazz e dell'improvvisazione; oltre a saper mediare, i musicisti di Out of lunch erano degli splendidi esecutori che incoronavano Dolphy nella sua eclettica dimostrazione di interscambiabilità degli strumenti a fiato. Con Dolphy nel jazz cominciò lo sfruttamento sapiente delle differenti potenzialità degli strumenti a fiato, il virtuosismo scientifico su clarinetti bassi e flauti, che imponeva un criterio teso a scovare la loro forza coloristica.
Aut to lunch! si inserisce proprio in quel principio di documentazione vivace delle situazioni sonore: con un'impostazione degli abbinamenti del tutto diversa rispetto a quella usata da Dolphy, i musicisti italiani castrano la tempistica dell'americano per concentrarsi su un'improvvisazione che garantisca gli stessi risultati emotivi ma con propria rilettura: una sapida carrellata di improvvisazioni che si prestano ad un progetto che allinea conferme e fornisce anche sorprese: Bittolo Bon aumenta o diminuisce ad arte le velocità, ma colpisce sempre e comunque per il livello degli assoli, Santimone si sostituisce a quello che era il compito del vibrafono assegnato a Bobby Hutcherson in Out of lunch, dividendosi tra piano (spesso alterato in clusters) e fender rhodes (che sposta l'asse delle sonorità verso lidi davisiani); particolarmente attraenti sono anche gli inserimenti del trombone di Tony Cattaneo che smonta molte delle posizioni musicali che in Dolphy venivano attribuite ad altri strumenti. Sono ancora le soluzioni che colpiscono in questa associazione riuscita di improvvisatori che trasmette l'idea di una profonda conoscenza dell'artista americano tale da poter fornire in qualsiasi momento una personale sintesi.

Nell'anno in cui ricorre il centenario della nascita di Billie Holiday, un appassionato ed utile test per saggiare un ottimo estratto del canto jazz italiano, viene dal tributo che le principali cantanti di jazz italiano hanno rifuso in Hunger and Love, un tributo all'idolo canoro, ideato dal produttore Gabriele Rampino che ha avuto la buona idea di raccogliere la gran parte dei talenti vocali della penisola in un omaggio alla famosa musa della canzone jazz. E' un progetto nominalmente simile alle operazioni fatte da Hal Willner, di quelle che hanno contribuito ad aumentare la popolarità di personaggi come Monk, Mingus o Kurt Weill, poiché usa gli stessi ingredienti; il tributo, quando brilla di luce propria e non riflessa, si adopera per fornire differenti focalizzazioni dell'arte della cantante americana e pur non essendo in grado di superare quel magnifico dna musicale impresso dalla Holiday, si distingue per la cura delle reinterpretazioni, quando poi non prende il coraggio per trovare soluzioni più azzardate, dando al fattore strumentale un ruolo decisivo.
In ogni caso lo scopo è quello di fornire un ritratto aggiornato della Holiday, per dimostrarne la sua vitalità ancora oggi: in un clima quasi competitivo emergono da una parte alcune chicche interpretative (1) e dall'altra diversità (2) come spunti per un gancio nel futuro delle sue interpretazioni.
(1) qui abbiamo Eclipse, cantata da Tiziana Ghiglioni, che registra probabilmente la miglior versione in circolazione del classico di Mingus, spogliandolo fino all'osso della strumentazione (solo piano) con una veste sonora ed una linea jazzistica totalmente di classe, che non teme nulla al cospetto di quelle oniriche e catartiche della Thurlow o della Cusson (Billie non la cantò mai pur essendo stata scritta da Mingus per lei); Detour Ahead, invece dimostra come Chiara Pancaldi (in trio con Menci e Bulgarelli) sia dal punto di vista canoro un gran talento anche quando canta sulla personalità contrisa della Holiday; Gloomy Sunday di Serena Fortebraccio, è una versione che costeggia le sponde di Sade, una voce essenziale che si staglia contro un trio jazz che suona benissimo (Fornarelli, Vendola e D'Ambrosio); ancora da ricordare la bellissima versione quasi da festa paesana di The man I love di Rachele Andrioli (con l'essenziale apporto di Rocco Nigro alla fisarmonica).
(2) la rilettura etnica di Lisa Maroni (accompagnata da Baba Sissoko a ngoni e tamani) di My old flame; Marta Raviglia (con Bittolo Bon e Santimone) fornisce la più coraggiosa riproposizione della Holiday con These foolish things, con un'introduzione in condizione "spatial" ed elettronica leggera fluttuante che capovolge il classico originale del brano; ancora Paola Arnesano, che canta Lover Man, che deve il suo valore anche alla spettrale ed intraprendente fisarmonica di Vince Abbraciante.

Particolarmente eterogeneo si presenta il progetto del duo Simone Sassu e Marta Raviglia denominato Lost songs: qui lo spirito della reinterpretazione segue un iter temporale e tematico. Qui si tratta della calcificazione mentale di melodie o accordi che sono entrate dalle porte collaterali della conoscenza dei loro autori. Partendo dalla belle époque francese (il Dapheneo tratto dalle 3 mélodies di Satie e una versione integerrima della Berceuse di Milhaud) il duo snoda una scaletta che sembra essere stata fatta apposta per una sua continuità storica; le riedizioni di Le grand Lustucru e How can you tell an American? di Weill non solo documentano quanto di buono Weill fece al teatro musicale francese nei suoi anni di permanenza a Parigi dovuti alla fuga dal Nazismo, ma anche implorano attenzione per il fatto che fanno da perno alla nascita della canzone popolare francese (Edith Piaf) e al sentiment europeo del jazz e del blues anni settanta (qui abbiamo African Flower di Ellington e la Black is the colour portata al successo da Nina Simone) e di alcuni rappresentanti della musica classica americana del novecento (il riferimento in Lost songs è a Tombeau dans un Parc di Samuel Barber); non è un caso nemmeno che le intrusioni di Berio trovino una contropartita in un lavoro in cui si sono assimilati istinti contemporanei tra vocalità post-anni cinquanta e pianoforte preparato: in Loosin Yelav la Raviglia raggiunge vertici canori in cui l'impronta francesizzata della raccolta perde peso e non spinge su quel velato senso di meraviglia delle forme assorbite dalla musica e che proiettano una geometria quasi barocca delle sensazioni. Sono elementi di estasi musicali che abbiamo conosciuto anche negli Azimuth (oggi ormai decimati alla sola Winstone) e nel jazz di Wheeler (Sea lady è il brano "dimenticato"). Se "Lost songs" in tutto il suo sviluppo pone come problema principale il rinnovo di una espressione trascurata ma di piena attualità, il finale autografo di Kitten Caught è una dichiarazione di intenti per il futuro: scritta in tre parti con l'aiuto di Francesco Nurra alla produzione esecutiva, rappresenta quello che si suppone possa fornire il materiale per le "lost songs" del domani: schizofrenia degli arrangiamenti, allungamenti indefinibili delle ombre del lied, punti d'incontro necessari della tonalità e dell'elettronica semplice da synth, la rendono importante e gradevolissima al tempo stesso.

Concludo con un ibrido tra composizione jazz ed reinterpretazione, ossia il piano di lavoro della cantante Elisabetta Antonini. Nel suo ultimo e criticamente fortunato cd, "The beat goes on" riaffiora quella progettualità che manca spasmodicamente negli ambienti jazzistici. La Antonini costruisce un tributo ai grandi scrittura della beat generation, i predicatori della strada riconosciuti in Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e naturalmente Jack Kerouac, effettuando un'operazione di collàge delle loro poesie (prese da frammenti appartenenti alla reale voce degli autori) da montare sulla sua musica che si proietta oltre che nel jazz anche nella musica folk statunitense, proprio quella che ha ricondotto similitudini artistiche con il movimento letterario; Bob Dylan e Joni Mitchell si ricomprendono in una formula a parti distinte in cui intervengono lampi del bop di Horace Silver, di Monk o Charlie Parker; è una fresca rielaborazione corroborata da un Francesco Bearzatti in piena forma e un'audace ed intelligente attività di arrangiamento ed uso di live electronics da parte della stessa Antonini, che dimostra così di non avere solo una bella voce. Il montaggio non solo restituisce un'anima in linea con le tendenze jazzistiche ricercate dalle recenti generazioni di musicisti di stanza negli Stati Uniti (è evidente proporre un minimo di paragone con Moran o Glasper), ma si propone come un'idea universale, in possesso di chiavi utili per costruire prodotti seri e godibili al tempo stesso.



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