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lunedì 28 settembre 2015

Poche note sul jazz italiano: forme di drammaturgia della rappresentazione


Una delle vie più trascurate degli sviluppi jazzistici moderni è stata quella della rappresentazione pluri-disciplinare: il canovaccio di un'orchestra jazz che impone raccordi nell'area della letteratura, delle arti visuali e della danza è stata materia che spesso è stata trattata in maniera incompleta e forse, per la sua strana tendenza biologica ad entrare nel colto e nel spirituale, si è anche confinata nel mero ricordo di un'esibizione. Tale attività si mimetizza in un impianto scenico che di solito tende a calamitare l'attenzione dell'ascoltatore e molto spesso costituisce un pregiudizio per la musica stessa che ne regge ovviamente le fila. Wagner nel suo concetto di opera totale comprese i punti di debolezza a cui una rappresentazione musicale poteva andare incontro in compresenza di coreografie, luci e movimentazioni sul palco e fece di tutto per creare una prevalenza della musica come bene primario della composizione e del gradimento. Il messaggio del tedesco fu riconsiderato da Kagel quando quest'ultimo si accorse che era addirittura possibile un legame funzionale tra scenografia, atteggiamenti dei musicisti e musica e introdusse anche gli elementi idonei per scacciare l'ipotesi della prevalenza della forza visiva rispetto al prodotto musicale e forgiarne un'unione.
Riguardo al versante jazzistico, gli spettacoli multi-direzionali non sono stati certamente una progettualità all'ordine del giorno ed è arduo anche proporre una loro casistica: le spinte più valide sono venute dalle associazioni creative americane fin dagli anni settanta e poi si sono sviluppate più forme di differente natura e dimensioni in cui l'improvvisazione jazzistica o anche quella tout court si è abbinata al reading letterario, alla danza, al folklore e ad altri elementi.
Quelle che qui vi propongo, come risultanti di percorsi in cui l'improvvisazione si è guardata intorno, sono due espressioni globali italiane che condividono un fascino perverso per la memoria storica e soprattutto per un'evidente forza drammaturgica della rappresentazione che sembra essere diventata evanescente nel mondo odierno dell'improvvisazione; viste nella loro interezza posseggono un contenuto teorico ambiguo, una panacea per l'archeologo musicale come manifestazioni ammiccanti di cui si comprende l'importanza e una delusione per l'avanguardista che si può lagnare per la mancanza di nuovi riassetti, compreso quello tremendamente attuale della contaminazione contemporanea.

Nato per celebrare il 50° anniversario della Repubblica di Cipro, il progetto Cypriana del sassofonista Nicola Pisani sviluppa un'idea di Yiannis Miralis, un docente di musica all'Università Europa di Cipro; il piano di lavoro è il trasferimento, in un'opera a più elementi eterogenei, delle traversie psico-fisiche indotte dalla battaglia sostenuta dai ciprioti per ottenere l'indipendenza dall'Inghilterra nel 1960. Pisani, qui in veste anche di compositore, mette assieme più elementi: un'orchestra con stimmate jazz, un coro misto ad impronta classica (il Cantus Vitae di Giuseppina Conti), una cantante popolare (Erica Gagliardi), degli strumenti tradizionali del posto (oud, bouzouki e percussioni) ed un estratto di testi poetici di autori ciprioti in stile drammaturgico curato da Maria Luisa Bigai: quest'ultima scandisce (anche come narratrice) le poesie di Margherita Dalmati, in cui ha un posto prevalente quella dedicata al diciottenne Evagoras Pallikaridis, impiccato senza una plausibile giustificazione; sono azioni essenziali che puntellano la rappresentazione, indicandone i percorsi. 
"Cypriana" si compone di 5 movimenti che portano alla memoria reminiscenze varie: dal reading all'accostamento simbolico dell'opera teatrale, dall'improvvisazione in stile gruppi progressive di Canterbury (sentire la jam strumentale di Insulae) all'afflato etnico suscitato dall'inserimento di folk songs cipriote e motivi popolari strumentali preparati con forte rispetto filologico; ed ancora flash di alcune modalità usate nelle produzioni bandistiche, il cool jazz di Chet Baker e la trasversale composizione classica intrisa di bramosia popolare (un certo senso di somiglianza osmotica alle composizioni del grande Fiorenzo Carpi). 
Pisani ha evidentemente pensato a lungo su questo progetto, in cui niente è lasciato al caso; si basa su un fattore esplicito, quello che vuole sottolineare come una dottrina ribelle delle arti possa soccorrere l'interventismo intellettuale e politico dell'indipendenza di Cipro. Nelle poesie della Dalmati c'è però un pensiero splendido, universale ed attualissimo: "....la Grecia è stata sempre alleata del "mondo libero"...." e alla fine è la libertà il vero movente di Cypriana, una libertà da trovare attraverso la musica. E' per questo che viene scelto il jazz, la coralità semplice e distante anni luce dalle pastoie storiche detenute dall'Occidente oppure gli istinti letterari alternativi della poesia nazionale. La registrazione dal vivo contenuta in Cypriana è stata effettuata nell'Aula Magna della Sapienza di Roma e forse non rende pienamente giustizia alla perfetta compenetrazione acustica (che assolutamente non raggiungono nemmeno gli estratti caricati sulla rete), ma è indubbio che la formula compro-impro di Pisani, lavorata sui principi della conduction di Butch Morris, funziona.

Una drammaturgia esistenziale coinvolge anche "Uomo Invisibile", l'ultima prova discografica degli Odwalla, il gruppo eterogeneo formato da Massimo Barbiero. Registrato dal vivo al Teatro Giocosa durante l'Open Jazz Festival, l'operazione musicale qui accoglie alcune espansioni: oltre ad una più ampia esposizione del parco percussioni (il naturale raddoppio di Cigna alle marimba, il grande spazio riservato ai percussionisti africani e non, che raggiungono gli otto elementi, e il focus sull'ospite Israel Varela) e del gruppo di ballerini che scandisce l'improvvisazione con le proprie configurazioni libere, viene accolto un ensemble di cantanti diretti da Marta Raviglia, arrangiatrice e forza narratrice (Marta si avvale di una splendida Gaia Mattiuzzi, Manuel Attanasio e Sabrina Olivieri). Il groove ritmico calibra le dinamiche dell'esibizione, un senso del richiamo primordiale che si unisce sottilmente agli arrangiamenti canori e alla sfida intellettuale del testo, che catapulta il sentimento ideologico di Barbiero nell'alienazione subita da quella categoria di uomini che sono costretti ad assistere alla farsa comportamentale a cui non aderiscono. E' certamente un passo avanti per il percussionista italiano nello sganciarsi da molte formule che gli sono state addebitate: qui l'Art Ensemble of Chicago è piuttosto lontano e quello che si riesce a vedere e sentire è un italianissimo status virtus che pesca nella saggezza delle note, una saggezza che viene da lontano, l'affermazione di un umanesimo che si produce anche in chiaroscuri che hanno tutta la voglia di proclamare le tante verità della filosofia greca. In questo suono che si lega al passato, misto tra ancestralità ritmica, canto etnico e ricerca filosofica, sta la bellezza del progetto Odwalla, che è quasi un delitto non apprezzare anche visivamente (Massimo comunque ha caricato su youtube delle pagine con estratti completi dello show, io segnalo qui la conturbante Il Cappellaio Matto, con tutti i musicisti al massimo e Uomo Invisibile per apprezzare anche i quattro danzatori). Sul tema dell'invisibilità, che ha coperto con diverse sfaccettature molta letteratura anglosassone, gli Odwalla hanno trovato lo spunto per raggiungere probabilmente il loro punto più alto di espressione.




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