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martedì 1 settembre 2015

La ricerca della visibilità dei suoni


Nella musica la materia vibrazionale ha un futuro davanti a sé: le accresciute capacità tecnologiche stanno provocando una divaricazione tra scienza e musica stessa, che si manifesta allorché si cerca di sviluppare il concetto della "visibilità" dei suoni. Nel campo delle arti visuali è da tempo che sta guadagnando sempre più consensi la pseudoscienza della cimatica, ossia quel fenomeno fisico ampiamente sperimentato in cui la materia assume determinate forme geometriche sotto l'impulso di un qualsiasi generatore di suoni; tralasciando gli aspetti esoterici che molti hanno invocato per spiegare tali fenomeni (dall'antroposofia di Steiner alle rappresentazioni religiose orientali), la realtà sottintesa alla visualizzazione di suoni e immagini non capta a sufficienza l'importanza di un principio lasciato in disparte senza nessuna enfasi, ossia l'oggettivazione dell'immagine musicale. 
Le spinte al raggiungimento di tale risultato provengono da più parti, coltivate nella ricerca accademica oppure nella carriera personale di musicista od artista: dal momento che trattasi in sostanza di visualizzazioni della musica, la cimatica o le altre tecniche informatiche di copertura, si estendono anche nel raggio d'azione dei dipinti o delle fotografie, operando anche in senso biunivoco; non solo si può partire da un suono per costruire una rappresentazione dell'immagine (l'esempio classico è quello della polvere di licopodio che si muove su una base sottoposta alla vibrazione dei suoni generatori), ma si può partire anche da un quadro o da una foto per risalire alla giusta vibrazione musicale, alle sue esatte frequenze (anche attraverso tecnologie digitali di visualizzazione inversa). Vi porto alcuni recenti esempi concreti più o meno evidenti: per ciò che concerne il trapasso suono ->immagine, le corrispondenze trovate in "Cymatics" (tratta da "Solar Echoes") del musicista new age neozelandese Nigel Stanford giungono come un classico risveglio in una materia che aveva già creato le premesse per rendere evidenti le sperimentazioni di Chladni e Jenny nella pratica non musicale; il video relativo caricato sui social network sta avendo un successo incredibile (vedi qui), tanto da aver superato gli 8 milioni di passaggi. Al riguardo si potrà obiettare sulla personale opinione estetica delle combinazioni sonore utilizzate, ma di sicuro nulla può argomentarsi sul fenomeno fisico e sull'effettiva disposizione di acqua, fuoco o polvere che accompagna la sonorizzazione; il ritorno di interesse è un intelligente boomerang per operazioni musicali che ebbero un primo approfondimento negli esperimenti di Alvin Lucier sulla vibrazione sonora, lasciati poi ad un oblio non pienamente giustificabile e dettato probabilmente dal rispetto che si voleva attribuire all'immaginazione soggettiva dell'ascoltatore. Naturalmente non mancano gli studi compositivi che trattano il problema della risposta sonica come parte integrante della formazione accademica, usando la tecnologia disponibile per soluzioni miste, dove la visualizzazione del suono è affrontata seguendo spesso solo il principio "artistico" e molto meno quello "scientifico" (l'immagine finale è prodotta non dai suoni progenitori di essa ma è una manipolazione di suoni ispirata ad essa).
Quanto invece al trapasso inverso immagine->suono, la maggior parte delle considerazioni tecniche discende dalle teorie vibrazionali della fotografia Schlieren, che oggi si sono completate in un avanzato sistema fotografico digitalizzato applicabile alla cinematografia e alla televisione. Il collegamento tra immagine e suoni è attivato tramite l'analisi particolareggiata della foto, un'analisi direi microscopica ed ultra-stratificata, fatta attraverso l'High Dynamic range imaging (HDRI), un software che tende ad evidenziare zone più o meno addensate insite nell'equilibrio ecologico degli spazi fotografati, dotandole di una luce incredibilmente chiara; se l'analisi computerizzata riesce a costruire una casistica in cui avere la certezza che ad una determinata immagine corrisponda uno o più specifici suoni, si potrà assegnare a quei suoni una ben determinata frequenza sostenuta solo dall'immagine fotografica, nonché capire la tipologia di suono prodotto (ad. esempio se c'è un eco o un interferenza). Non sono in molti i visionari fotografi che cercano di applicare queste teorie, né tanto meno sono dei musicisti veri: un buon esempio è quello della fotografa francese Joséphine Michel, ossessionata dal dare una veste sonora ai suoi report fotografici: la Touch Records le ha consegnato il primo numero del Folio, una sub-serie dedicata alle esposizioni delle arti visuali combinate con la musica, raccogliendo un set di sue eclettiche ed impalpabili foto dal titolo Halfway to white: pur se affiancata da uno dei più importanti musicisti di elettronica moderna dedita alla composizione rumoristica e glitch, il finlandese Mika Vainio, l'esperienza della francese qui si ferma ad una generica dichiarazione di intenti, con procedimenti costruiti da Vainio su equivalenze tra aspetti fotografici e musicali. Tuttavia, c'è comunione di idee tra i due artisti, impegnati sul fronte dei nuovi obiettivi dell'arte contemporanea, idonea a formare una nuova cifratura o codifica di essa, in cui le immagini o gli spazi bianchi, i suoni/rumori o il silenzio nondimeno, in qualsiasi forma essi si esprimano, diventino il veicolo di nuove eredità misconosciute che al momento paiono quasi impossibili da diagnosticare.
Un più elaborato esempio di sonificazione da base visiva a suoni, che riprende la diagnostica di immagine, le tecniche di elaborazione del colore e il sistema MIAP appositamente implementato per una spazialità astratta dei suoni, è quello costruito dall'équipe di lavoro del Calit2, l'Istituto californiano di ricerca per le telecomunicazioni e l'informazione tecnologica affiliato all'università di S.Diego, con un progetto attribuito con un vasto raggio d'azione al compositore Lei Liang: dando sfogo alla passione per i dipinti del cinese Huang Binhong, Liang ha organizzato un gruppo multidisciplinare in cui sono confluiti ingegneri del suono, sviluppatori software ed esploratori video allo scopo di trasformare gli enigmatici dipinti del cinese in musica. Dotandosi di tutti i mezzi a disposizione per scandagliare gli anfratti dei dipinti di Binhong, Liang ha cercato comunque di preservare la funzione del compositore, studiando i possibili collegamenti emotivi tra la pittura di Binhong e alcuni temi popolari del passato che gli fornivano analogie stilistiche, in modo da fornire una caratterizzazione del progetto fortemente depurata da una pura casualità; la spettralità dei suoni ricavati è strabiliante, uno spettacolo audio-video che assomiglia ad un landscape amplificato, la cui dignità è data dalla sequenza con cui lo scanner visuale parcellizza le porzioni del dipinto (vedi qui e qui).
Le soluzioni qui proposte alla lettura non solo sono un potente volano per approfondire gli studi tra arti in possesso di qualità morfologiche diverse, allo scopo di comparare i legami, ma rappresentano anche solide tracce per creare una nuova strada che si basi su un percorso aurale oggettivamente qualificato e non preda di fantasiose impressioni. In tutti questi esperimenti la volontà è quella di trovare, riducendo ad atomo o comunque a particella minuta qualsiasi informazione visiva*, equivalenze del suono progenitore. Invero una teoria rivoluzionaria se fosse trasferibile alla vita normale e alla cosmologia.


N.B.
Nel riquadro in alto, foto di Joséphine Michel tratta dalla raccolta Halfway to white.

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