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sabato 1 agosto 2015

Poche note sul jazz italiano: il ritorno imponente della melodia


"...(the) process of decomposition is not new in jazz. It originates from the ‘‘broken speech’’ of boppers, and before that in some of the greatest piano solos (think of Art Tatum), which for the first time broke the narrative continuity of improvisation. This is a fundamental characteristic of the style of Thelonious Monk, Ornette Coleman, and Paul Bley......It is not only about the end of every finished speech. It is about the ability to make several speeches and languages coexist, which might coexist if fragmented and reduced to their simplest elements, but which are invincible if they manage to keep part of their nature....."

Arrigo Cappelletti, Across the Europe: Improvisation as a real and metaphorical journey in EuroJazzLand di Luca Cerchiari, Laurent Cugny, and Franz Kerschbaumer, Northeastern University Press, 2012.


Il jazz europeo di cui spesso si fa riferimento appartiene a quella schiera di improvvisatori che confusero alcune delle sue caratteristiche: normalmente il cerchio delle analisi si stringe al novero dei musicisti storici del free europeo senza considerare spesso l'elemento melodico; in effetti in Europa gli ultimi cinquanta anni di jazz hanno visto un notevole approfondimento di tematiche jazzistiche al confine; l'altra idea di sviluppo del jazz alternativa a quella della piena libertà (della liberazione melodica e ritmica) si collocava a metà strada tra il be-bop e l'impianto melodico, piuttosto distante dai concetti degli eredi esploratori della contemporaneità. In questo nido il jazz restava ancora candido e favorito dall'ampiezza delle procedure armoniche che in esse potevano prodursi; l'elemento di novità fu quello popolare, l'elaborazione di una melodia (da qualsiasi parte essa potesse provenire) che avrebbe potuto caratterizzare un nuovo sound del jazz, cosmopolita nell'essenza. Fu questa la miccia che provocò di lì a poco la fama dell'etichetta di Eicher e di tutta una serie di musicisti che costruivano la loro sapienza artistica sulla base di una mutata configurazione musicale europea, in cui comunque gli istinti romantici non venivano mai seppelliti. 
Arrigo Cappelletti ha avuto un ruolo importante in Italia nel salvaguardare un concetto di bellezza ritenuto non scalfibile dall'avvento delle modernità musicali e ha costruito una personale discografia tutta impostata nella rincorsa alla creazione di una struttura che incorporasse in maniera intelligente l'indicibile delle tendenze popolari, non solo italiane. Forse oggi il concetto andrebbe rivisitato alla luce di possibili miglioramenti, già in corso peraltro, ma è innegabile che Cappelletti rimane ancora uno dei pochi e lucidi pianisti a saper organizzare un set completo ed invincibile di jazz in cui levigare le spigolature di Monk ed espandere la luce introversa di Bley assieme ad un motivo che potrebbe venire anche da flashback di canzoni folk ascoltate acriticamente in qualche parte del mondo.
Il trio con Furio Di Castri e Bruce Ditmas non permette critiche di nessun genere se poste nell'ottica delle sensazioni che può produrre la musica: "Hommage to Paul Bley" in realtà nasconde nella sua esplicita voglia di semplicità, un pacchetto di idee rodate e sostenute dall'esperienza di musicisti che interpretano a meraviglia lo straordinario potere dell'integrazione degli aspetti improvvisativi. 

Nel segno di un rinnovamento dell'esperienza melodica si pone anche il quartetto composto da Andrea Buffa ai sassofoni, Stefano Battaglia al piano, Fiorenzo Bodrato al contrabbasso e Dario Mazzucco alla batteria. In "Pow Bee" si ripete l'esperienza del quartetto di 30 Years Island 2012 teoricamente capitanato da Buffa, ma con coordinate totalmente diverse; una differenza sostanziale è la sostituzione di Actis Dato con Stefano Battaglia, che provoca un cambiamento di prospettiva non solo in termini relativi (tra il sax tenore e il piano) ma anche in termini assoluti, poiché obbliga tutti a dirigersi dalle parti della melodia in vari modi e secondo la propria sensibilità; se con Actis Dato le velleità di un fantomatico leader erano distribuite nel segno di una ricerca di suoni liberi e sottaciuti tra sassofoni, con Battaglia il passo verso un pastorale cammino non è assolutamente lontano. In un quartetto democratico fino all'eccesso, Andrea Buffa ha il suo pregio nel tratto, nella miscela tra il soffiato e il lirico al sax, una costruzione stilistica che avvicina l'emotività di Ben Webster e le fasi melodicamente prolungate di Elton Dean, senza gli eccessi di entrambi e senza particolari virtuosismi, con un'attenzione alla nota e alla melodia giusta: potrebbe essere un perfetto sassofonista per la musica rock; basta arrivare alla fine di "Corale" per rendersi conto immediatamente di questa evidenza. Battaglia, da parte sua, non scherza affatto, costruendo patterns (di note ed accordi) sorprendenti su cui si inseriscono le trame di Buffa in un climax in cui la sezione ritmica è continuamente in controtempo. Lento e inesorabile Pow-Bee acquista importanza gradatamente per trasportare in un mondo ovattato, di quelli che molti appassionati hanno imparato a conoscere nei dischi Ecm di Garbarek (un sound di esportazione con un proprio marchio distintivo), tuttavia non derivativo, con sue peculiarità, frutto dell'instant improv dei quattro, che si lasciano andare a strutture in itinere da arricchire individualmente con la propria fantasia artistica. Se per Bodrato sembrano esserci meno occasioni per esprimere cameralità al contrabbasso rispetto a 30 Years Island 2012 (Battaglia con il suo piano probabilmente le incorpora), per Mazzucco l'occasione è ottima per presentarci un ricamo percussivo che non fa parte di quello tradizionalmente boppistico a cui ci siamo abituati (questo si ripresenta solo saltuariamente in episodi come Mojo, uno splendido interplay tra i quattro). Qui ci troviamo di fronte ad un nuovo risvolto degli impianti melodici, di quelli che sviluppano le teorie del ricordo, con soluzioni che non stancano e che sinceramente sembrano impensabili per una registrazione nelle terre improvvisative e spesso aspre della label di Leo Feigin. 
Ma c'è veramente dell'ottimo jazz in questa incisione. Non perdetelo.


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