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mercoledì 15 luglio 2015

Zooom Trio: What's for dessert

Zooom trio renews the feelings of the language of Davis's Bitches Brew, but changes two essential parameters: there is more space for freedom of the rhythm section and the climate of improvisation is immersed in contemporaneity because of a certain level of the music's melancholy / depression. What's the dessert cannot yet claim maturity, but gains value in perspective, for the solutions found between wurlitzer piano and rhythmic coloration, in the wide operating range of improvisation.


Per molti nebulosa, la storia del Wurlitzer piano è totalmente incentrata nel rapporto tra jazz e rock: rispetto al suo antagonista, il Fender rhodes, il wurlitzer si è affermato nel jazz grazie al precipuo interesse di cogliere la particolarità del suono; dotato di una personalità tensiva inglobata in una riflessiva, in verità, nonostante fosse molto apprezzato tra i musicisti ed i pianisti, il wurlitzer non ha partorito figure musicali che hanno basato la loro carriera su di esso, specie quando pensiamo a coloro che l'hanno accolto nella loro musica come parte di un percorso creativo che aveva altre direttive. Nel jazz Sun Ra lo ha collegato al cosmo e allo spazio, Joe Zawinul lo ha fatto diventare una culla melodica, Herbie Hancock se ne è servito per proporre le sonorità amene del Davis elettrico (nell'ambito della polveriera di tastiere utilizzate a quel tempo), Medeski gli ha dato un sapore progressivo; ma per tutti il wurlitzer non è stato lo strumento principe, a differenza di quanto è successo nel rock per alcuni artisti importanti (tra tutti va sottolineata l'esperienza reiterata dei Supertramp che hanno basato la loro carriera sulla funzione armonica-ritmica dello strumento). Ultimamente un gradito ritorno di interesse lo ha portato in circolo la pianista Angelica Sanchez nel suo Life Between. 
Gerry Hemingway, famoso batterista free jazz, segnala un suo favorito nell'invito all'ascolto del suo esordio in trio, lo Zooom trio: il pianista tedesco Christian Lorenzen debutta discograficamente per la Leo R., imbastendo qualcosa al wurlitzer che sa di acerba riscossa. L'impossibilità di creare adeguate preparazioni è stato sicuramente uno dei motivi principali della completa sua assenza nel repertorio della free improvisation e certamente Lorenzen non si presenta come un innovatore in tal senso: tuttavia un paio di elementi emergono come nuovi, come punti di partenza per un eventuale approfondimento. Quali? La sezione ritmica e il "tono" usato da Lorenzen. Quanto alla prima, la coabitazione con David Helm al contrabbasso e Dominik Mahning alla batteria è speziata spesso di quella libertà che il jazz non ha riconosciuto perdendosi nelle avanguardie; in sostanza non è la solita sezione ritmica che abbiamo conosciuto nelle esperienze jazz-rock, contiene anche degli strappi alle regole; quanto al "tono", Lorenzen fa di tutto per scrollarsi di dosso gli ambienti sonori di Bitches Brew e pur essendone discendente, imposta gli umori del suo wurlitzer verso una piena contemporaneità, rincarando la dose del ricordo malinconico o il sentore depressivo che circonda gran parte della musica odierna. Le modifiche riescono fin tanto che si è dentro quel recinto di emozioni che abbiamo imparato a riconoscere tramite Davis, diventano più difficili da decifrare quando l'improvvisazione si liberalizza inesorabilmente, poiché in quel momento è richiesto uno scatto creativo. Si può obiettare allora che in What's for dessert manchi una certa maturità strumentale nell'affrontare il delicato passaggio allo spirito dell'improvvisazione libera, un fattore poco curato nella gioventù artistica in cerca di istintività, ma non si può non pensare a quello che esso può aprire alla luce delle soluzioni combinate, in un campo di attrazione vasto ed inesplorato a cui porre attenzione.


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