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mercoledì 29 luglio 2015

The Pogues e la fine del mito celtico


Tra le entità musicali aventi a che fare con le tradizioni celtiche, quella portata avanti dal gruppo dei The Pogues assunse una valenza del tutto speciale. Quando si parla di relazioni con le tradizioni celtiche spesso si pensa ad un "flusso" positivo di una civiltà tutta rose e fiori, dimenticando invece come un fenomeno così omnicomprensivo di storie e significati, avesse bisogno di risolvere tutte le sue ambiguità. Purtroppo anche nella musica si è cercato di cogliere gli aspetti positivi delle tradizioni celtiche e mettere da parte quelli negativi, contribuendo così ad un abuso del termine; in verità la ricostruzione di "celtico" andrebbe fatta specificando abitudini e relazioni musicali che possono essere ricondotte alla personalità dei fondatori. Quando ci permettiamo di parlare di "celtico" è giocoforza indurre attenzione al flusso comparativo creato dalle danze, un fortissimo elemento di compenetrazione che presupponeva necessariamente un accompagnamento musicale: reels, jigs e hornpipes hanno però sposato quello che si può definire un'articolazione della società celtica antica (tralaltro oggi nemmeno immaginabile), in cui la musica restituiva importanza in maniera oggettiva e senza specifiche alla tutela familiare (con all'interno anche la copertura per le sue pecore nere), alla sfaldatura del pensiero aristoteliano rispetto al comportamento religioso e per quanto riguarda l'arte, alla fenomenologia umana (leggende e miti) spiegata alla luce di quella naturale. La storia non adeguatamente pubblicizzata dei celtici combattenti, ritenuti crudeli testimoni del gioco delle supremazie delle dominazioni, costituisce quantomeno un contraltare all'idealizzazione artistica.
Di fatto il celtico nella musica ha vissuto varie tappe, raggiungendo già nell'ottocento romantico, con i progressi della notazione, un elemento su cui infondere istinti nazionalistici e composizioni dedicate; ma è nella musica del novecento che arriva il più popolare impulso alla sua diffusione tramite la musica rock. Equamente diviso in una vena lenta, melodicamente vicina alla litania ed un'altra velocissima, frutto dei vortici creati dalle danze, il celtic sound si è insinuato, in successive ondate revivaliste, nella canzone d'autore, nei gruppi psichedelici, nella cultura progressiva, nel punk o nella new age, creando i presupposti per il mantenimento di uno stato di virtù da contenere nell'immaginario riflessivo popolare (la lista è davvero lunga passando da Fairport Convention fino a Loreena McKennit).
Resta però materia di approfondimento il concetto appena accennato all'inizio riguardo ai Pogues: in una situazione cinicamente trascurata dalla critica, il gruppo di Shane MacGowan produsse uno dei più eccitanti e condensati esperimenti di fusione etnica, perché fino ad allora gran parte della tradizione celtica era stata proposta solo guardando al ludico aspetto delle danze e del potenziale illimitato delle fiabe, da collettivi strumentali che in nome di una purezza dell'origine quasi rifiutavano le asperità rock; di certo le storie dei pirati o delle navi scomparse nella nebbia sul mare erano trattate con atteggiamento mitologico, come fatti da raccontare su cui rimanere inerti senza imporre nessun'altra logica di lettura. I Pogues, tagliando gli argomenti trasversalmente con dei racconti imparentati anche con una visuale politica e rivendicativa, proposero una arcaicizzante, diretta e militante versione delle "pecore nere" delle famiglie celtiche. Le antiche storie scozzesi od irlandesi venivano incartate dal qualunquismo dei testi e della musica, una contraddizione che tipicamente potrebbe emergere dopo una sbronza in un pub in cui si è scelta la strada del sacrilegio e la lotta alla menzogna; McGowan e i suoi compagni sotto gli effetti dell'alcool fecero qualcosa che si impose in equivalenza all'esperienza degli allucinogeni dei Grateful Dead, solo ringraziando le grezze qualità dei musicisti. La più lodevole delle canzoni/ballate scritte per il Natale, la famosa "Fairytale of New York", è sintomatica del rinnovamento che si vuole dare alla tradizione e alle sue perbenistiche conclusioni: sotto le campane e il coro che simboleggiano la sentita festa celtica ci sono gli umani relitti dei personaggi. Joe Strummer, che per breve tempo fece parte del gruppo, l'avrebbe voluta un'idea simile. Ma è anche dal punto di vista musicale che la differenza rispetto al passato si sente, dal momento che l'elemento tradizione viene stupendamente filtrato con la realtà inglese contemporanea, attraverso una serie di veri tours de force strumentali che riscoprono quell'ambiguità caratteriale celtica che proviene dalla storia: la modalità turca, il jazz, la spanish music e l'arrangiamento classico, lavorati allo spasimo sviluppano temi tutt'altro che antichi, evidenziando i fenomeni migratori di una certa consistenza; non fu un caso l'inserimento di una foto di James Joyce nell'album, lo scrittore irlandese principe dell'inizio del novecento, per eccellenza in combutta con il sistema sociale inglese.
Forse i biografi non ufficiali di Shane McGowan avevano colpito nel segno quando parlarono a proposito dei Pogues, come degli ultimi "ribelli" della tradizione celtica; da quel momento in poi, se si eccettua qualche sparuto tentativo di modernizzazione (si pensi ai Black 47), i Pogues di "If I should fall from grace with God" scrissero probabilmente l'atto finale di un fenomeno di recupero, di cui a livello armonico si era probabilmente sviscerato tutto.


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