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sabato 11 luglio 2015

Marco Momi: Almost quiver

Le composizioni di Marco Momi intercettano campi di ricerca ulteriori rispetto alla musica così come è composta: l'accettazione del principio in cui i suoni si caratterizzano da sé, dove il compositore ha il compito solo di individuarli e lasciarli interagire è qualcosa che accompagna non solo la riflessione filosofica ma soprattutto quella semiotica. Non a caso Pierluigi Basso Fossali, apprezzato semiologo di origini padovane, chiamato a commentare le composizioni di Momi nelle note interne, lascia a ben ragione intendere che la musica di Momi possa soddisfare l'ampia sezione delle ragioni della significazione in maniera del tutto antitetica. 
In Almost Quiver, secondo cd monografico per la Stradivarius, si ripropongono e si specificano ulteriormente, quelle nuove frontiere multidisciplinari che tendono all'oggettivazione: dopo che Lachenmann ha aperto il campo dell'organizzazione concréte e Sciarrino individuato le zone mediane del rapporto suono-silenzio, il fattore descrittivo viene accantonato per una visione della musica alla Hanslick, che riporta i suoni ad una mera funzione edonistica, senza nessuna volontà di segnalare particolari contenuti da porre in una ipotetica immagine riflessa. I suoni si fanno avanti da soli, proponendo fin dalla loro nascita una personalità ben distinta: il compito del compositore è solo quello di scoprirli e assecondarli una volta che essi abbiano assunto una loro forma; dal momento che nella musica contemporanea esiste ancora un margine di manovra dei suoni, è necessario solo addentrarsi in questo raggio d'azione probabile, evitando di conseguenza qualsiasi ipotesi retorica.
La bravura di Momi sta nel creare quello che io chiamo un "cortocircuito" aurale: soprattutto di fronte all'ascoltatore esperto e alla sua innata capacità di precostituire degli orizzonti mentali/musicali frutto della conoscenza, la sua musica non lascia spazio a rimandi stilistici, né tanto meno configura in maniera immediata immagini particolari; s'impone soprattutto per l'elevato livello "prossemico"* raggiunto dai suoni. Da questa prospettiva si possono ricavare solo languidissime sensazioni (prossime allo zero) e ci si concentra pedagogicamente ed in maniera esclusiva sull'ascolto dei suoni: si proietta una sorta di calamita dell'ascolto che resetta continuamente il contenuto emotivo. In aderenza ad un linea di pensiero che potrebbe unire Stravinsky a Nattiez, esiste un livello di materialità dei suoni, una neutralità di essi che è l'unico riferimento per impostare un collegamento con delle relazioni funzionali non conosciute. Come lo stesso Momi afferma: "...la mia estetica non è impositiva: non si basa sullo sfruttamento del suono; è invece mobile perché si apre ai suoni con cui convive: non cerca la definizione dello stile in quanto confida nell'autenticità dell'impronta digitale....". 
E' in piena simbiosi e gratitudine che il Divertimento Ensemble diretto da Sandro Gorli esegue i brani in questa raccolta dove scorrono le "Iconica" (la II e la IV) in cui è impossibile non notare la ricercatezza di spazi sonori trovati per sottrazione: non è lo sviluppo di un processo musicale che ci conduce ad una forma risultante di comprensione dell'opera musicale, quanto le sue singoli parti, i dettagli apparentemente frastagliati, che la compongono. E' come azionare uno zoom su quelle "icone" e scoprire zone dense, vuoti o disegni enigmatici sottaciuti; nella Ludica III compaiono anche voci di tre gruppi di bambini facenti parte del laboratorio dei piccoli musicisti del Divertimento Ensemble che sembrano sincronizzati a perfezione nel delicato gioco di equilibri profuso dagli strumenti. I "Nudi" (per solo viola e piano) riescono persino a produrre un inaspettato candore (a proposito delle preparazioni per piano, Momi sottolinea la ricerca di intimità nella scarsità delle strutture), mentre della serie Almost, qui viene proposta la Almost quiver for E.P., composizione che evidenzia la ricerca sull'interattività delle timbriche degli strumenti, fornendo un glaciale metodo di osservazione. 
Qualcuno dalle mie parole potrebbe pensare che la musica di Momi sia priva di un'anima: in realtà lo stesso compositore si sforza di dimostrare il contrario poiché è logico che in una struttura complessa e del tutto priva di riferimenti immediati, si scateni l'ipotermia musicale. A questo proposito mi sembra opportuno richiamare una splendida considerazione di Luigi Pareyson, fornita nei suoi libri di estetica e che può essere ben applicata al mondo di Momi: "....anche il più stilizzato arabesco, la più fredda architettura e il più elaborato contrappunto, che non esprimono di per sé alcun sentimento, e non hanno certo un carattere lirico, contengono, fattasi stile, tutta una civiltà, tutto un modo di interpretare il mondo e di atteggiarsi di fronte alla vita, tutto un modo di pensare vivere sentire, tutta una spiritualità collettiva e personale nell'infinita ricchezza dei suoi aspetti....".


Nota:
*termine usato dal compositore in un'intervista con Stephane Ginsburgh, per esprimere la vicinanza al mondo semiologico. 



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