Translate

sabato 27 giugno 2015

Tom Russell e l'opera folk

In un momento in cui una nuova generazione di musicisti americani cerca un'emulazione credibile da cui far discendere eredità sviluppabili, c'è ancora qualcuno che invece pensa bene di riavviare in maniera originale una storicità a cui probabilmente non riesce a veder seguito. Con "The rose of Roscrae", Tom Russell, uno dei più considerati musicisti dell'area country-folk statunitense, dà compimento ad una vera e propria opera-folk (intendendo con questa l'equivalente classico con tanto di libretto agganciato alla musica americana di campagna), sulla falsariga di quelle che abbiamo conosciuto nell'ambito rock (pensate tra tutte alle riuscite rappresentazioni di gruppi come gli Who di Tommy e Quadrophenia); non nuovo a questi tentativi già abbozzati in un paio di episodi (The man from God knows where e Hotwalker), Russell trova pieno compimento delle sue idee in questo doppio volume di canzoni (52 per l'appunto compresi intermezzi e narrazioni), che mettono intelligentemente in connessione gli antichi fenomeni migratori verificatisi negli Stati Uniti nell'Ottocento con le attuali realtà del Sud degli Stati Uniti, attraverso la storia di Johnny Dutton, un ragazzo irlandese che giunge negli Usa e diventerà prima un cowboy e poi un fuorilegge e la attraversa seguendo la cerniera del sud fin quando non sarà condannato alle prigioni del Canada. In questo viaggio fatto di bivacchi, frontiere da superare, fiere pugilistiche, cowboys, storie d'amore (quella con Rose), nativi americani, disperati messicani e riflessioni fatte alla luce del sole, ci passa tutta la storia che Russell vuole rappresentare: ma non è un'operazione sterile, come si può pensare, perché Russell fa un lavoro che affianca in modo più o meno sommesso la canzone alla documentazione, trasferisce una registrazione di campo o un ricordo musicale in un quadretto ammodernato; Russell inserisce alcuni capisaldi della tradizione statunitense a mò di memoria storica (rifacimenti ottenuti ricorrendo quando possibile anche agli originali autori) facendo fuoriuscire un ripasso reale e sentito di quello che quella storia vuol raccontare, ossia le difficoltà di mantenere in vita equilibri ed affetti; ne viene fuori un'opera strutturalmente pensata come il Tommy degli Who, dove molti dei temi melodici venivano pedissequamente ripresi per dar vita a lievi cambiamenti di prospettiva o dove le brevi ouvertures assegnavano un panorama (in questo senso "This is the last frontier", Johnny behind the deuce" o "The water is wide" hanno la stessa funzione che la ricorrente e scintillante ouverture debitamente spezzettata in tranches aveva in Tommy); ma naturalmente essa è sbilanciata tutta nel country di Cash e delle culture tradizionali del sud statunitense. 
"The rose of Roscrae", con la sua schiera di ospiti imponenti del settore, si candida ad una spettacolare ambiguità: da una parte fissa in maniera definitiva la consuetudine di un genere, probabilmente creando l'opera finale; dall'altra potrebbe essere sottoposto alle più feroci critiche di manierismo e mancanza di innovazione; il tutto dipende da come la si prende. Se non guardiamo troppo avanti, "The rose of Roscrae" ci sembrerà un capolavoro, con canzoni azzeccate, arrangiamenti sobri ed essenziali, con un filone narrativo ben congegnato che può forse trovarsi in una rappresentazione cinematografica; viceversa se buttiamo alle ortiche qualsiasi pretesa di storicità e pensiamo esclusivamente al lato della contaminazione e a quello che il country potrebbe diventare con operazioni di laboratorio (sperimentare con più coraggio la linea della tendenza contemporanea dei suoni), allora forse saremmo propensi a pensare che si continuano a perdere occasioni. 
Il nuovo rock americano (sempre ammesso che sia realmente nuovo) porta esempi di come ci sia una corsa per trovare entità gemellari con una propria personalità: pensate alla cantautrice Laura Marling che sta mirabilmente aggiornando con una versione alquanto più depressa le psicosi di una Joni Mitchell oppure a Chris Stapleton, che potrebbe diventare un nuovo equivalente di un Bob Seger ripreso nella bellezza dei suoni e dell'istinto soul. Sono esempi che dimostrano come esiste ancora una via possibile ed alternativa nel codificare personaggi ed opere che vogliono imporsi per il loro vero carattere artistico.


Nessun commento:

Posta un commento