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martedì 2 giugno 2015

Poche note sul jazz italiano: note itineranti che indirizzano pensieri


Non è un'incongruenza il fatto che nel tempo una politica del suono possa sbiadire i suoi effetti. La domanda è: c'è un modo per tenerla viva, in un'epoca di consolidamento di stili e valori? Molti risponderebbero col cuore, altri con la consapevolezza dei momenti vissuti; quest'ultima circostanza è spesso una costante dell'espressione jazzistica, trasferire le fragranze e i dolori della vita in un apparato sonoro pronto per la comunicazione. 
"This is the day" del Giovanni Guidi Trio (con T. Morgan cb e J. Lobo bt.) potrebbe ben rispondere al concetto di continuità della musica, specie quando si pensa che il progetto del trio è nato per scovare energia positiva nella melodia e nel sussurro: "....cerchiamola nei tempi lenti, nell'asciuttezza, nella riflessione e nell'attesa senza forzature...." (da intervista a Guidi di Russo, Repubblica, 8/4/2015). Alcuni giornalisti massacrano letteralmente questo punto di vista così come massacrano il Jarrett odierno, ritenendo che la loro musica sia estremamente datata e che non giovi ai tempi; ma qui si entra in un terreno minato, poiché si dovrebbe chiarire che cosa s'intende per modernità, quali ambiti temporali assegnarli e se la stessa oggi produca estetiche accettabili. Perciò superata questa obiezione non resta che guardare alla musica di Guidi, scoprendo che quel giro che lega parziali di Jarrett, Winston e classicismo non è certo una deriva ed è frutto di una elevata consapevolezza di come agire sulle corde dell'emotività musicale. La legatura delle singole note nonché il frequente arpeggio compulsivo non lascia molti dubbi sul fatto che il pianista italiano abbia una capacità non generalizzata, ossia quella di sorreggere l'espressione delle intime essenze della vita presentandosi alla stregua di un vent doux che trasale senza retorica; tutto è calibrato attraverso l'arma pianistica che trova il sostegno fondamentale di due partners (?), i quali per ciascun conto disegnano territori simbolici dell'immaginazione musicale, allineandosi a Guidi con libere e raffinate costruzioni che sconfinano dal tradizionale ruolo di sostegno dei loro strumenti (vedi The Cobweb o Baiiia). Sulle basi del tocco e della veemenza improvvisativa allo stesso modo si decretò qualche anno fa il talento di alcuni pianisti nordici (sulla base di quegli elementi si può trovare in Tord Gustavsen un pianista in parallelo a Guidi, sebbene al momento Guidi non presenti minimamente il manierismo sopraggiunto del norvegese). Io spero che duri e non posso negare che brani come Trilly, Carried Away o Game of Silence lascino un ottimo ricordo anche in un ascoltatore esperto e compassato.


Un rinnovato e adeguato interesse lo suscita anche un nostro bravissimo pianista romano operante in Belgio e di cui su queste pagine ho avuto modo di parlare e di incensare in passato. Lo scorso anno Giovanni Di Domenico è stato subito ospite dell'Umbria Jazz per un concerto che mi porta ancora rammarico il fatto di non aver potuto assistere alla sua esibizione e il lavoro con Akira Sakata è arrivato sulle pagine di The Wire. Tra i tanti progetti, quelli corroborati negli ultimi mesi sono stati il produttivo duo già citato con Sakata, nonché quello con la jazzista francese Alexandra Grimal (il loro ultimo lavoro per Ayler intitolato Chergui è un'altra perla discografica che va assolutamente scoperta ed assimilata). Ora Di Domenico pubblica in edizione vinilica per la sua label il secondo episodio dei Going, un quartetto formato da lui e Pak Yan Lau alle tastiere e i due percussionisti Calleja e Lobo.
"Going II (Machinery)" si snoda in due lunghe suites memori della lunghezza di un disco di progressive rock, ma è un progressive del tutto incubato nelle prospettive stilistiche di Di Domenico e colleghi. La "side A" coglie di striscio essenze diverse: una tastiera che intercetta Third dei Soft Machine ma che si comporta come un macchina minimalista, con ritmica incrociata in continuo controtempo e appropriati effetti di elettronica in odore berlinese. La "side B" invece vi proietta nella parte propedeutica del Davis elettrico con uso di campionamenti che tagliano labilmente i confini dell'ambient music. 
Il progetto Going procrastina la versatilità del pianista, che con molta parsimonia ed attenzione sceglie di spingere su progettualità che siano in grado comunque di delineare il proprio pensiero musicale e la lezione di Going II va inquadrata in quella capsula sonora emotiva percepita a fasi in cui Giovanni illustra un mondo sottinteso, una descrizione del "grande viaggio urbano" che quotidianamente percorriamo nella nostra esistenza.  


Per finire vi segnalo due dischi di chitarristi pubblicati dalla Auand Records che si inseriscono nel novero delle promesse tendenziose del momento: uno è "Frammenti" del napoletano Marcello Giannini, l'altro è  "Rame" del beneventano Giovanni Francesca.

Di Marcello Giannini avevo già segnalato il suo valido contributo al Tricatiempo di Stefano Costanzo; "Frammenti" è diverso, si basa su un pesante lavoro di produzione svolto dopo aver dato le sue tracce incomplete ai musicisti prescelti per l'improvvisazione in aggiunta; è quindi una sorta di topo di laboratorio, fatto con un tema di chitarra ricorrente, una strumentazione ricognitiva ben congegnata e toppe di vario genere di elettronica. Molta la positività durante l'ascolto: Eta carinae è oscura con riff di chitarra che mi ricorda i Sisters of Mercy di Dominion/Mother RussiaSonico ha dei ritorni interessanti di violino che approcciano al pop style inglese anni novanta, Antigone cura benissimo la parte elettronica con una techno dance finale particolarmente azzeccata, Ansia trova melodia perfetta su cui costruire assortimenti ipnotici; il jazz va molto avanti con Sonnanbuli e sinceramente mi riesce difficile distribuire l'operato di Giannini su di un qualche appiglio stilistico. La premessa va filtrata con le conclusioni: non vi aspettate assoli che mettano in mostra particolari capacità, quello che colpisce qui è l'idea di un prodotto con chiare stimmate jazzistiche di partenza che si evolve in un caleidoscopio di sensazioni che quasi sempre evitano di pullulare nel deja-vu.


"Rame" di Giovanni Francesca suona molto più potente ed essenziale del suo primo Genesi. Coadiavuto da un quartetto comprendente alcuni tra i più promettenti musicisti italiani (Dario Miranda al cb, Alessandro Tedesco al tromb., Aldo Galasso alla bt e Raffaele Tiseo a violino, viola e violonc.) Francesca intensifica dinamiche e acquisisce dimensione di gruppo con stacchi calibrati tra gli strumenti come è buon uso nelle tematiche musicali che oscillano tra jazz e rock; qualcuno con un pò di superficialità ha paragonato "Rame" a certe cose di Frisell, ma non saprei trovare in verità nessun riferimento troppo specifico, poiché Francesca è un prodotto stilistico di sintesi di cui Frisell è un piccolo elemento a cui bisognerebbe aggiungere un carico di altri nomi che hanno operato nelle intersezioni tra musica rock e jazz (da Rypdal a Harrison). Non troverete carichi innovativi in questi brani, ma scelte sonore compiute, semplici e ben costruite, che si inseriscono in un'operazione musicale corale che evidentemente è stata abbracciata con entusiasmo e creatività. Da non sottovalutare l'intervento solista alla tromba di Fabrizio Bosso in Lite e quello della Marcotulli in Greta


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