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mercoledì 1 luglio 2015

Poche note sul jazz italiano: Carlo Actis Dato (Earth is the place)

Qualche anno fa sentivo un capo di governo italiano sentenziare sulle decisioni politiche argomentando con frasi del tipo "problematiche da far tremare i polsi a qualsiasi governante"; bene, trasponendo la tematica alla musica ed in particolare al giudizio critico di essa (governante=recensore), analoghe difficoltà possono rinvenirsi per classificare con esatta cognizione la musica del sassofonista Carlo Actis Dato. Sotto le apparenti spoglie di una musica semplice e bene augurante si cela una complessità di scarsa visibilità primaria. L'errore che spesso si commette è quello di puntare sull'humor dell'artista e non dare adeguata importanza al resto. Si possono individuare tre soglie progressive di interessenza alla musica del sassofonista torinese, basate sull'ascolto: il primo sentire è spiazzante e fa credere ad un grande bluff (è la dimensione marginale dell'artista che incontra l'immediato favore del pubblico poco attento); il secondo sentire porta all'emersione un'idea e alcune brucianti soluzioni strumentali (c'è un costrutto che fa pensare); il terzo sentire conquista definitivamente (la musica va oltre il semplice asserimento delle qualità artistiche). 
Se si vuole comprendere qual è il fascino originato dalla formula fornita dal pluristrumentista ai fiati torinese, ormai sulla breccia dei riconoscimenti da trent'anni circa, è necessario partire dalle sue origini musicali. Fondamentalmente Actis Dato ha ricevuto una scintilla creativa non indifferente (poiché ha commissionato il suo stile) dalla dimensione giovanile vissuta nelle bande paesane e delle orchestre da ballo, ne ha assimilato alacremente il repertorio e ne ha trasferito il loro fulgore in una versione parametrata sul jazz e sulla world music. Operazione di commistione di geni, Actis Dato ha incredibilmente trovato una giustificazione plausibile a melodie semplici, rinvenute nelle "bassezze" popolari del mondo, gli ha dato un vestito nuovo (il suo contributo) e le ha sottoposte ad una sorta di trapianto della qualità, in cui foggiare forme edulcorate del jazz e dell'improvvisazione libera; quello che in principio sembra una presa per i fondelli, votata solo al più sano senso del divertimento, diventa anche qualcosa che è estremamente intelligente da ascoltare e seguire. E' in questo spazio che si può apprezzare la parte meno accettabile della sua musica, perché avanguardista, ma che non è scollegata assolutamente da quella più tradizionale.
Per chi l'ha conosciuto dagli esordi, quando con il suo primo quartetto (Piero Ponzo alle tonalità alte dei sassofoni, Enrico Fazio al contrabbasso e Fiorenzo Sordini alla batteria) pubblicava albums asincroni come Noblesse Oblige o Oltremare alla Splasc(h) Records, può testimoniare come la qualità della musica del torinese non si sia abbassata di un centimetro nel tempo e constatare la validità e l'omogeneità di una discografia che in blocco va detenuta. Oggi che l'interesse pubblico si è congelato per effetto di una ovvia mancanza di novità nell'ascolto, bisogna ricordare che l'apporto profuso nel jazz da Actis Dato ha una sua importanza ed originalità tutta verificabile nella costruzione dei brani: dentro ci trovate non solo le sghembe dimostrazioni melodiche di un mini orchestra etiopica o di una banda del Sud Italia, ma anche articolate soluzioni funk e jazz che stanno tra Fela Kuti e un avanzato improvvisatore del sax baritono (lo strumento più caratterizzante del suo stile), dove le vie rassicuranti del jazz si sposano con una ricorrente dose di bizzarria non fine a sé stessa, come un divertissement ironico che non risparmia nessuno in realtà. Con i suoi lavori Actis Dato ci ha fatto girare il mondo quasi al contrario, con pluralità di riferimenti (soprattutto mediterranei, ma anche dell'area africana e sudamericana), facendoci conoscere la musica dal suo lato empaticamente politico, un risvolto mai minimamente evidenziato dal giornalismo musicale. Affrontare la tradizione con la libertà di espressione dell'improvvisazione è un modalità di riscatto di essa, ma allo stesso tempo grazie a quella disincantata ironia che resta alla fine, la sua musica costruisce dei risultati effimeri, che sottolineano il gran nulla del mondo nel suo complesso e la conseguenza di prenderlo per quello che è.
Negli ultimi quindici anni circa, la Leo Records di Feigin è stata una sua seconda casa: non solo ha cercato di verificare le congruenze della musica in contesti più ampi del quartetto (che comunque è sempre stato strutturato per avere parvenze di un ensemble con somma strumentale superiore a quella dei suoi elementi), ma anche adottato soluzioni di raddoppio di sax ed inserimento di ottoni. In verità Actis Dato si è anche accorto di poter avere una solida dimensione solistica che ben reggeva l'impostazione delle idee sul proprio ego strumentale (con molte soluzioni innovative per i tempi specie al baritono), mentre più defilata si è presentata l'efficacia delle soluzioni in duo (da questo punto di vista si devono relazionare le collaborazioni svolte con Baldo Martinez e Enzo Rocco).
"Earth is the place", il suo ultimo cd appena pubblicato dalla Leo, riaccende le luci sul suo recente quartetto, quello composto da Beppe Di Filippo all'alto e soprano, Matteo Ravizza al contrabbasso e Daniele Bertone alla batteria: parafrasando un celebre lavoro di Sun Ra, ci si tuffa nel consueto turbine di melodie arabe o balcaniche, si avvertono echi delle serata in balera e dei films di Totò e Peppino delle feste romane, nonché esterrefatti restiamo di fronte a quelle digressioni free jazz/impro presenti in Immigrati o Albania, che sviluppano amarezza e tanta esuberanza strumentale. Naturalmente, come sempre è accaduto nelle produzioni di Carlo, il merito della buona riuscita dell'opera va condiviso con i partners, che in Earth is the place sembrano più vivi che mai. 


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