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venerdì 29 maggio 2015

La tragicommedia dell'ascolto di Giancarlo Schiaffini


Quando Luciano Berio affermava di essere uno dei più evoluti ascoltatori mai esistiti, l'intenzione non era certo quella di porre un atto di vanteria: la considerazione sull'esistenza di infinite tipologie d'ascolto era un modo per dimostrare che ogni individuo, di fronte all'ascolto, avrà una differente motivazione che ne nega l'omogeneità in tutti i sensi. In base al proprio grado di apprendimento e di esperienza, l'apprezzamento musicale seguirà un percorso personale che è frutto di quello che vuole vedere l'ascoltatore in una performance di un'artista. Ecco quindi che l'atto dell'ascolto può assumere un valore intrinseco, separabile da qualsiasi altra relazione. 
Lo svolgimento logico di queste teorie sull'ascolto è il tema ampio su cui si confronta il trombonista Giancarlo Schiaffini, che pubblica un secondo saggio musicale (il primo fu "E non chiamatelo jazz" nel 2011), intitolato Tragicommedia dell'ascolto, un emblematico turbine di considerazioni che è riflesso dell'enorme esperienza che il trombonista ha accumulato in contesti diversi.
La principale asserzione di Schiaffini, senza dubbio uno dei nostri migliori musicisti italiani di sempre, è che la musica nasce da un bisogno espressivo, un'impulso interiore che ha voglia di manifestarsi e comunicare con gli altri, senza sviluppare particolari significati. Anche quando si tratta di suoni distorti o apparentemente senza interessi oggettivamente scorporabili, c'è comunque un filo comunicativo che andrebbe colto ed interpretato. Quindi, senza assolutamente riversare la discussione nei meandri dei contenuti emotivi, Schiaffini traccia un quadro esaustivo dei pregi e difetti dell'ascolto inquadrati in una ricerca di motivazioni storiche: avvalendosi dei commenti (ampiamente ripresi e citati all'interno della sua narrazione) condivisi su eguali argomentazioni da compositori e addetti al settore*, Schiaffini riorganizza il pensiero mostrando in logica consequenziale come l'ascolto è frutto di una serie di eventi che ha come base di partenza il "classicismo" imposto come modello nella musica e valevole ancora oggi; in più sovraespone alcuni termini generici della conversazione musicale, portandoli nel campo della fenomenologia: l'ascolto meccanico (riferito all'analisi dei mezzi di riproduzione musicale), consolatorio (riferito alle garanzie di un ascolto non impegnato), ricettivo (visto come gradimento sic et simpliciter dei suoni) e critico (quello che va oltre il gradimento individuandone punti di forza o debolezza). Naturalmente non potevano mancare riferimenti a ciò che non potrebbe considerarsi ascolto sonoro, ossia alle pratiche del silenzio succubi della scuola di pensiero della relatività di Cage: pescando in territori che presuppongono un orientamento avvitato su canoni di differenziazione del mondo musicale occidentale, Schiaffini elargisce il suo punto critico migliore proprio nel capitolo del "relativismo culturale", pagine in cui scoprire quei processi che hanno portato gli occidentali ad accogliere consuetudini musicali fondate sul sistema di intonazione e sulla partitura. L'accento viene posto sulla politica imperialista dell'occidente che per secoli ha coltivato la figura del compositore (la cui figura spazia dall'ambito classico fino alla canzone leggera dei nostri tempi) disprezzando i metodi improvvisativi, ritenuti "colpevoli" di aver aperto i vacui confini dell'oriente musicale. In quest'ottica l'analisi di Giancarlo sembra indirizzarsi sulla critica all'eurocentrismo della musica occidentale come indice di supremazia intellettuale e all'adesione ad un modello non universale, in cui le culture e tradizioni locali risuonano diverse perché diversi sono gli scopi che le hanno formate. Inutile ribadire come i "difficoltosi" incontri tra culture predicati da Schiaffini siano già in un'avanzata fase di evoluzione, poiché è da tempo che larghe frange di ascoltatori di ciascuna categoria musicale (classica, jazz, leggera, elettronica, etc.) abbiano già sperimentato con successo e goduto di elementi non rientranti nel patrimonio musicale occidentale, sia nella partitura che nell'estemporanea pratica dell'improvvisazione. Il vero problema a cui da tempo l'etnomusicologia sta cercando di dare una risposta è su quella prevaricazione antica di cui si parlava prima ed in particolare sulla creazione di una teoria che possa addirittura accomunare le origini dei suoni attraverso elementi comuni a tutte le culture. In tal caso, qualora le scoperte fossero possibiliste, non esiterei a dare un finale positivo alla "tragicommedia" dell'ascolto illustrata nel bel libro di Schiaffini.


Nota:
*un riferimento molto pronunciato viene dato ai saggi di Aaron Copland, Music and imagination e Come ascoltare la musica.

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