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domenica 24 maggio 2015

Jarrett tra "solo" e concerti


Un insegnamento oggettivo che scaturisce dall'ascolto delle registrazioni di musica classica è che talvolta esse non riescono a riprodurre interamente le dinamiche dell'esibizione che è alla loro origine: questo principio può essere applicato con sufficiente argomentazione per alcune composizioni in cui è necessario trovare un equilibrio perfetto tra impianto concertante e strumento solista: il concerto per piano di Samuel Barber ne proietta un esempio; concerto dedicato al pianista John Browning, che ne dispensò la premiére artistica nel 1964 con la partecipazione della Cleveland Orchestra diretta George Szell, rappresenta uno splendido esempio di esecuzione condivisa tra il neoclassico e l'impressionismo musicale in cui forse le registrazioni non rendono piena giustizia per quello detto poc'anzi; da quel momento ci sono state parecchie incisioni in chiave duplicativa, tutte pregevoli, ma che tuttavia non hanno scalfito quelle di Browning, incentrata su uno stupore, candore che nemmeno le recenti versioni riescono a trarre, con le note rallentate ad arte. Tuttavia, come ad esempio succede nei concerti al piano registrati di Shostakovich, la mia impressione è che manchi una dinamica adeguata all'orchestra soprattutto negli adagi; pur non essendo un collezionista di versioni (la similarità non porta da nessuna parte) quando con pazienza ho atteso una nuova versione che eliminasse questo superfluo difetto, essa non è mai arrivata; spesso il miglioramento non collimava forse con la mia idea di profondità. 
La Ecm ne consegna un'altra, di eguali caratteristiche, nelle mani di Keith Jarrett con la RundFunk-Sinfonieorchester di Saarbrucken diretta da Russell Davies: nelle ampie configurazioni di stile di Jarrett, il pianista risulta essere più a suo agio nelle evoluzioni veloci, mostrando una vena più compassata nei tempi più lenti, motivo per cui specie il terzo movimento del concerto di Barber risulta qui più attraente in una chiave storica ripropositiva. Sul concerto del compositore americano se ne dissero tante in positivo e negativo, dove a molti lo stampo strutturale del concerto sembrò una rivisitazione del concerto di De Falla, il suo Nights in the Gardens of Spain, ma quest'ultimo era un'altra cosa; in realtà l'unico neo del concerto di Barber era quello di essere stato realizzato in un periodo in cui l'avvento della composizione contemporanea, con i suoi nuovi carichi teorici, impegnava l'audience in una ricerca di novità che non poteva certo essere ravvisata nella classicità tinta di impressionismo di Barber. Tuttavia, specie, gli ultimi due movimenti (il famoso secondo, Canzone e il più agitato terzo a disposizione del virtuosismo) tracciano un saggio eloquente dello stile di Barber e del peso orchestrale che si stava imponendo grazie al miglioramento intrinseco dei suoi "colori". 
Il riferimento ad un Beethoven moderno conduce al classicismo del terzo concerto di Bela Bartok, che qui viene ascoltato nella sua partitura modificata dopo che sono state scoperte delle variazioni su tempi e accordi non eludibili prima della morte del compositore. Essendo un concerto di per sé sulle righe, non ci sono assolutamente problemi di dinamicità: l'esecuzione è stata immortalata in un'esibizione fatta a Tokyo con la New Japan Philarmonic Orchestra diretta da Kazuyoshi Akiyama che è stata unita a cinque minuti circa di un solo di Jarrett (Nothing but the dream).
Interamente in solitudine, Jarrett può essere ascoltato, con sue composizioni, in "Creation", che raccoglie pezzi suonati in varie sedi nel corso del 2014: Toronto, Tokyo, Parigi, Roma. Se ne ricava una sorta di lunga suite a parti, omogeneamente disposta per l'incastro. Si tratta di brani che non superano singolarmente i nove minuti di lunghezza, in cui Jarrett si lascia andare al piano in modo parecchio discorsivo, tirando fuori armonizzazioni all'istante che hanno comunque un unico filo conduttore. Non ci sono variazioni eclettiche, solo un umore di fondo trasognato e malinconico che in alcuni momenti sembra ricalcare la parte morbida della scaletta degli standards. La mancanza assoluta di virtuosismo e la semplicità delle improvvisazioni inducono a pensare che Jarrett stia facendo quel percorso dei grandi pianisti che con l'età tornano incredibilmente indietro nel tempo per trovare un appagante riparo nella base scultorea dei suoni. Tuttavia, in qualche parte della nostra esistenza, queste soluzioni hanno ancora un loro effetto e ci insegnano a conoscere una parte della personalità di un'artista totalmente differente da quella mostrata in carriera. 


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