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sabato 2 maggio 2015

Goffredo Petrassi: una vita per la musica

Non ci sono dubbi circa il percorso musicale compiuto dal compositore Goffredo Petrassi (1904-2003) almeno per chi ha avuto il tempo e la fortuna di approfondirlo. Prima della frenata sulla sua attività artistica, indotta dai noti problemi alla vista, Petrassi impose un silenzioso modello di convergenza della musica seriale con alcuni aspetti della tonalità, ma ritengo che la formazione canonica ricevuta nell'infanzia sia stata l'esperienza determinante della sua vita, che ha prodotti inconsciamente una serie di influssi ripartiti ordinatamente nella sua scrittura. In effetti il compositore laziale, fu dapprima affascinato dall'imperante neoclassicismo europeo che all'epoca della sua gioventù stava producendo capolavori musicali, ma dopo le iniziative della seconda scuola viennese in materia di atonalità e sviluppo della serie dodecafonica, l'interesse verso questo nuovo versante della musica, così aspro da accettare, fu elemento fondamentale della sua scrittura e della sua originalità nello stile, che trovò la saldatura con la formazione neoclassica che era imbrattata del fervore spirituale maturato dall'infanzia. 
La Casa Musicale Eco ha stampato "Goffredo Petrassi: una vita per la musica" curato dal compositore e musicologo catanese, Riccardo Viagrande: il libro può rappresentare un perfetto compendio dell'attività musicale di Petrassi, un puntellamento dell'analisi fatto con chiarezza cristallina, che evidenzia le massime contenute nei due maggiori interventi dedicati all'autore (quelli di Restagno e Bortolotto) come base di partenza per un approfondimento critico che non manca di fornire le sue sorprese (notevole ad esempio è la contrapposizione sul carattere innovativo dell'Ottavo concerto fatta attraverso le considerazioni di due studiosi del compositore, Weissmann e Zosi). E' l'impianto di fondo che va accettato in toto, perché tende a distribuire importanza nelle composizioni più soggette ad una difficoltosa attività interpretativa. 
Quali furono gli elementi determinanti dell'arte di Petrassi? Un primo paio di concetti al riguardo è di natura tecnica: in maniera elitaria la scrittura di Petrassi mostrava la caratteristica della "movimentazione" e la qualità "contrappuntistica", un abbinamento che in termini emotivi produceva un risultato apprensivo, come qualcosa che si allontana e poi ritorna alle nostre spalle, con dinamiche strumentali curatissime, anche nelle fasi di pausa (persino nelle fasi silenziose c'è una minima attività di fondo che si articola tra archi, fiati o percussioni); Petrassi raggiunse un primo picco grazie alla perizia mostrata nella coralità: in una fase in cui la ricetta della novità si basava su rielaborazioni moderne del passato, Petrassi si appropriò di forme rinascimentali, barocche (è con lui che si parla apertamente di barocco romano) o classiche (nel neoclassicismo a portata di mano di Stravinsky, Bartok o Hindemith non è mai nascosto il profondo attaccamento alle strutture di base di Mozart o Haydn), per costruire un'opera personale che andava contro i nefasti percorsi dell'opera lirica corale e si prodigava per nuove scintillanti proiezioni del canto in un'epoca da pre-guerra, in cui la recezione di temi incentrati sulla spiritualità e il senso della responsabilità (così particolarmente di moda in quel periodo), si adoperò quasi naturalmente per decretarne un successo inaspettato. Opere corali come le splendide Coro di Morti, Magnificat o il Salmo IX, producono risultati che sono in contenuto artistico e poetico uguali o superiori alle opere che si impongono come i drivers di un certo tipo di coralità sviluppatasi a cavallo delle due guerre, ossia una rinnovata forma di oratorio drammatico: il riferimento è naturalmente alla Sinfonia dei Salmi di Stravinsky, ma anche a Le Roi David di Honegger e ai tentativi quasi contemporanei in A child of our time di Tippett e i Canti di prigionia di Dalla Piccola.
La graduale discesa verso il mondo della serialità fu raggiunta a pieno compimento nei suoi concerti, e soprattutto dal quinto in poi: la musica di Petrassi diventò un misto riflessivo, che inaugurava una seconda stagione della vita musicale del compositore. La serialità per lui era un mondo senza dogmi, da cui attingere buoni propositi in funzione solo musicale, così come colto da Viagrande quando, a proposito dello stile, ne traccia il quadro definitivo a proposito del Sesto concerto, dicendo "..egli ha ormai quasi raggiunto la piena maturazione del suo linguaggio musicale, fondato su una grammatica atonale, moderatamente seriale, in cui la serie, però non rappresenta un vincolo strutturale ma un punto di partenza per sprigionare la sua fantasia melodica e contrappuntistica...". I tre ultimi concerti (sesto, settimo, ottavo) sono dei capolavori misconosciuti a cui sarebbe ora di dare una maggiore visibilità critica. E sono alla portata di tutti.



1 commento:

  1. Molto interessante, grazie. Finora, da quel poco che ho sentito, non mi è ancora scattato il colpo di fulmine per Petrassi.

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