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domenica 31 maggio 2015

Callas and other personalities in the new works of Ivo Perelman

Ivo Perelman's new works suggest an explicit reference to some fundamental musical figures of the past: the sources of inspiration of the saxophone player are Maria Callas (a novelty for his style), the great tenor saxophonists in jazz (from Rollins to Ayler) and probably an irriconoscible Bach of the free improvisation.

Sebbene non abbia ulteriori riscontri, mi sento abbastanza sicuro nell'affermare di essere stato uno tra i pochi in Italia a scrivere una biografia ragionata (con commento discografico progressivo) sul sassofonista Ivo Perelman. Purtroppo, nonostante Ivo godi già di un'ottima popolarità, i miei scritti (tesi ad evidenziare l'utilità di una ulteriore valorizzazione del sassofonista di origini brasiliane) non hanno ricevuto la giusta considerazione, e le ondate di interesse sul musicista arrivano ancora da fonti diverse e sporadiche (vedi l'inserimento di un paragrafo a lui dedicato nell'ambito dei problemi della spiritualità del jazz nel volume di Jason C. Bivins). Fatto sta che Perelman continua ad avere una densa carriera professionale con numerose registrazioni, componendo una discografia purissima, attenta, quasi mai con pause che possono far pensare ad un decadimento fattivo della creatività, insistendo sul rinnovamento di uno stile jazzistico che fu di Coltrane ed Ayler e che Perelman è stato tra i pochi sassofonisti a portare ad estreme conseguenze.
Il 2014 è stato un vero anno della novità per Ivo, poiché lo stesso ha dovuto affrontare un  fastidioso problema alla laringe provocato dal particolare uso dell'imboccatura del suo strumento: era in pericolo quella saettante modularità del sax sui registri alti, quello spasimo anche drammaturgico che rivestiva il suo espressionismo astratto. La fortuna è stata quella di leggere un libro di Dave Liebman in cui lo stesso indicava che lo stress della laringe ha effetti simili a quelli provocati dal canto: in sostanza era necessario prendere lezioni di canto ed imparare a respirare come nelle esercitazioni di un cantante d'opera; Ivo non solo è guarito dalla disfonia ma ha preso spunto da questa imperfezione sopraggiunta per rendersi conto che poteva esistere anche un tipo di liricità indotta dal canto, adattabile non solo per risolvere i suoi problemi, ma anche per impostare simulazioni al sax aventi lo stesso temperamento. Tra i modelli lirici entrati con maggiore interesse nel mondo di Perelman non poteva non costituire uno shock quello di Maria Callas; Ivo si è ritrovato con parecchi elementi comuni: la cosiddetta spumeggiante "agilità" riconosciuta al soprano, la rappresentazione di situazioni drammatiche ed alienanti, la forza dell'espressione, le particolari estensioni che la Callas riusciva a trovare e che potrebbero accostarsi alle "pennellate" astratte del sassofonista. L'entusiasmo, quindi, è stato così forte da impostare un doppio cd, in modo da ripescare in qualche modo le stesse emozioni: "Callas" è un disco di improvvisazioni condiviso con il pianista Matthew Shipp che riporta 15 titoli ritraenti molti dei personaggi rivestiti dalla cantante greca, e come già successo nelle acide storie letterarie dedicate alla scrittrice Lispector, è teso a catturare, con le armi di una debordante modernità artistica, l'essenza delle storie che si distribuiscono all'interno dell'involucro narrativo; la differenza è che rispetto ai numerosi lavori prescritti in favore della Lispector, questo sulla Callas si adopera in maniera diversa, dipanandosi su una contrapposizione tra stadi successivi di liricità espressiva, che è prerogativa esclusiva del canto operistico: le sferzate sulle note diventano quindi solo un aspetto del pensiero improvvisativo: lo stesso Perelman dichiara nelle note interne curate da Neil Tesser che "..I am now even more able to surrender, to get lost in the cathartic process - but with more control...It's becoming my second nature. I don't see it ending soon...". Tutto fa supporre che "Callas" sia un nuovo percorso dell'artista destinato ad essere replicato in qualche modo con successive elucubrazioni in materia, sulle quali mi sento in dovere di segnalare le trappole insidiose che il canto operistico può insinuare, ma mi preme sottolineare come (ancora una volta) sia essenziale lo sfondo pianistico proteso da Shipp, che non solo elimina qualsiasi interferenza retorica con eventuali ed indiretti riferimenti musicali della Callas, ma fornisce il "suo" strato drammaturgico, un eccellente stato di ruminazione mentale che è lontano dall'avere un potere catartico.

Come già successo in passato, Perelman fa il tris di lavori: di fianco a Callas, egli pubblica "Counterpoint", un trio con un riflessivo e compassato più del solito Joe Morris alla chitarra elettrica e un compagno di viaggio già sperimentato nelle dimensioni camerali, ossia Mat Maneri alla viola. Pleonastico un riferimento al contrappunto classico in un settore della musica in cui si potrebbe parlare di esso come di un elemento costitutivo del tutto smontabile dalle regole di formazione conclamate nell'architettura classica: nell'improvvisazione libera Bach avrebbe fatto proprio fatica ad assumere un senso. Ma si può certamente scoprire un nuovo Bach nell'equivalente capacità di dialogo, di amalgamare a mò di gruppo da camera voci personalizzate che tendono a delineare un quadro espressivo complementare, ponendosi su livelli paritari di confluenza degli stati d'animo. Da questo punto di vista le dieci parti della suite di Counterpoint nel loro complesso non rappresentano assolutamente un episodio minore della discografia di Perelman. Tutt'altro.

Il carattere rough di Perelman ritorna più bianco della luce in Tenorhood (che completa il tris), una registrazione in duo con il batterista Whit Dickey: qui c'è qualcosa che ricorda le fragranze toste del passato, quel Perelman art sound jazz dell'intorno temporale di Sound hierarchy, un inesorabile e spasmodico disegno pronto per fornire immagini dirette e vivide nei regni della dissonanza. E' utile rimembrare come l'omaggio che scaturisce dai titoli ai maggiori sassofonisti tenore della storia del jazz non abbia nessun legame con la loro musica, il tutto è riconducibile al percorso improvvisativo di Perelman, che sparge le sue figure anatomiche nella sostanza jazzistica, roba da far scappare i vicini da casa per l'intensità proposta, molto probabilmente uno dei vertici tecnici di tutta la sua carriera, basterebbe ascoltare gli esilaranti 13 minuti della conclusiva "For Rollins".



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