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sabato 11 aprile 2015

Spirits rejoice!: Jazz and american religion


Nell'ascolto del jazz siamo da sempre stati incantati da quel potere liberatorio che ci viene regalato sotto forma di rilassamento quasi terapeutico; inoltre ne apprezziamo in maniera quasi automatica le sue qualità restringendo il campo d'analisi alle forme espresse, agli stili presenti e passati. Ma il jazz è stato uno dei generi musicali più importanti per individuare una delle funzioni essenziali della musica, per cercare tra le note barlumi inediti di fede e avidità religiosa. 
Jason C. Bivins, docente di filosofia e studi religiosi all'università del North Carolina, nonché misconosciuto chitarrista free jazz (Unstable Ensemble ed alcune collaborazioni), ha avuto l'ottima intuizione di raccogliere in un volume completo tutti gli spunti che la musica jazz ha offerto alla religione per evidenziarsi. Bivins ci presenta un'analisi che, evitando i noiosi tagli accademici che pervadono queste opere, riporta con assoluta chiarezza la volontà di esporre un quadro esaustivo degli eventi, un secolo di legami tra il jazz e gli istinti sacri, mostrando con profondità tutte le differenze, le particolarità condivise con la gestualità o il rito, che i musicisti più importanti della musica afroamericana hanno delineato. Naturalmente la gran parte degli attori di questi processi non imbracciavano certamente aspetti specifici della cristianità, ma condividevano pensieri più ampi frutto dell'interesse più o meno invasivo delle religioni orientali o di altra provenienza. Ne deriva che un fondamentale approccio alla materia non può prescindere dalla rilevanza che molti artisti hanno attribuito all'antico ritualismo, anche sciamanico, visto in una prospettiva adeguata alla personale maturità raggiunta dal musicista, con considerazioni che hanno spesso accompagnato anche l'impegno politico. Scorrono lentamente e con commenti quasi biografici le corrispondenze religiose in chiave universale ricercate da Albert Ayler, quelle con pantomina di Charles Gayle, le aperture islamiche di Art Blakey, Abdullah Ibrahim e quelle di McCoy Tyner, le incursioni di Wayne Shorter, Herbie Hancock o Marylin Crispell nel buddhismo, le vicende come ambasciatore della fede bahà'ì di Gillespie (e poi la devozione verso la Yoruba music), le aderenze alla filosofia religiosa di Scientology profusa da Chick Corea. Naturalmente ampio spazio è dato a Zorn e alle sue convivenze con la religione ebraica, ma anche Don Cherry viene ritratto bene nei rapporti della sua musica in relazione alla sua spiritualità "world".
Un altro criterio della realizzazione di obiettivi spirituali è stato quello mutuato dal problema razziale: Mingus, Ellington, Carter, W. Marsalis, sono stati dei grandi narratori della storia spirituale degli afroamericani e dei ricordi church della black music; così come la stessa importanza Bivins la attribuisce alle aggregazioni fondate su generazioni di improvvisatori: l'ampio riferimento è all'UGMAA (l'organizzazione di Horace Tapscott), agli artisti creativi di Chicago (AACM), alla scuola di S. Louis (BAG), nonché alle spurie manifestazioni aggregative di John e Alice Coltrane. Il tutto è corredato da spunti critici, saettanti frasi riprese a piè pari dal vocabolario "religioso" degli artisti e dall'evidenza di una discografia in tema.
Per molti famosi musicisti (come ad esempio quelli dell'Art Ensemble of Chicago o Cecil Taylor) viene fatta un'indagine sul cerimoniale, sulle movenze certificate per il raggiungimento di uno stato superiore, mentre il capitolo sulla meditazione e il misticismo vede Steve Lacy come protagonista di nuovi sperimentalismi che coinvolgono fede ed esperienza creativa. Ovviamente nella rubricazione dedicata alle cosmologie jazzistiche non potevano mancare le principali correnti di pensiero di alcune icone del jazz: il riferimento qui è alla metafisica di Wadada Leo Smith, la speculazione dell'Armolodia di Ornette Coleman, il sistema Tri-Axium di Braxton, con una scia ai concetti modali di Russell e alle teorie astrali di Sun Ra.
Raccolto in maniera estesa nell'ultima parte del volume è il pensiero di Bivins sull'importanza di questi legami tra il jazz e le plurime manifestazioni della religione: quello dell'accondiscendenza agli spiriti è un tema che se da una parte ha legato gli uomini alla leggenda artistica, dall'altra rischia di corroborare l'idea di una creazione di una patina semi divina che ne relega il posto, rendendola disponibile solo a coloro che sono riusciti a comprenderla. L'effetto mediato di una spiritualità personalistica, fondata sull'acquisizione della piena coscienza di pratiche o pensieri religiosi che vanno aldilà della normale razionalità e comprensione dell'uomo è quello di creare un'anarchia che si scontra con la tendenza alla preservazione di ciascuna religione. La scienza, poi, pone un ulteriore freno a quello che non è spiegabile con cognizioni conosciute, sebbene si siano poste le basi per un avvicinamento tra essa e le verità non dimostrate: la religiosità potrebbe essere verificata lavorando sulle analogie tra la disposizione fisica dell'uomo (sia corporalmente che neurologicamente) e quella dei suoni, come negli obiettivi dei musicisti più avanzati e visionari della Terra: nel libro di Bivins si può trovare un buon riferimento negli esperimenti del batterista Graves, che da tempo sta maturando la convinzione che sia possibile trasformare il proprio corpo in un conduttore di energia cosmica. D'altro canto anche nel mondo musicale accademico è da tempo che sotto mentite spoglia si fa avanti una concezione religiosa che rimanda agli ordini rosicruciani, alla formula della regola aurea o ad altri espedienti che tendono al sorpasso celebrale. Il jazz del novecento è stato uno dei più ampi rimedi al bigottismo o fanatismo musicale espresso per acclarare una società vigile del benessere: gli spiriti evocati nelle splendide manifestazioni musicali del jazz erano e continueranno ad essere quella vibrazione che molti esseri viventi avvertono nei confini dell'immaginario della nostra mente, dei fantasmi che percorrono l'improvvisazione e la rendono magica. 



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