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giovedì 2 aprile 2015

Poche note sul jazz italiano: verità ed insegnamenti dal bacino Mediterraneo


Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il sassofonista Roberto Ottaviano esordì nel 1985 con "Aspects", quattro brani che lo proiettavano nel mondo del jazz come uno dei sopranisti spaventosamente vicino al registro di Lacy; ma Ottaviano era anche un musicista umile, che si è guardato bene dal voler etichettare qualcosa come innovativo più di quanto si potesse spingere sulle conoscenze; era creatività sincera e non effimera come molti sassofonisti odierni non rivelano. Eppure Ottaviano viene ricordato soprattutto per qualità tecniche che si concretizzano in avvincenti assoli, inseriti in composizioni jazzistiche che hanno il sapore della classicità, ma non viene delineato a sufficienza un evidente calore etnico di cui in verità né la stampa specializzata né lo stesso Ottaviano hanno cercato di nutrire a misura (così purtroppo pare dalle interviste); sebbene il jazz imponga una conciliazione con misure musicali di altro genere, la dominazione storica dell'Oriente è qualcosa che non può essere esclusa e, quando ben compresa, porta a considerare che certi istinti mediterranei di risulta siano necessariamente più forti in zone geografiche in cui il mix storia-ambiente assume intensità più nitide.
Ad Ottaviano va dato il merito di aver creato spettacoli al confine come Time Zones, manifestazioni poi artisticamente riprese in varie parti d'Italia con altre nomenclature, ed aver contribuito a sviluppare un interesse verso sonorità di raccordo che solo inizialmente hanno colmato leghe old style sudamericane (si pensi a The leap o ad Alma do nagual in The Leap); poi, pian piano Ottaviano ha allungato lo spettro dei suoi progetti, cercando di virare in alcuni molto impegnativi, al limite di un accademismo jazz (il suo capolavoro etnico Items from the Old Earth, un album del 1990, è praticamente passato nell'oblio, un lavoro in cui il jazz di Beiderbeck, l'improvvisazione moderna e le timbriche da brass band si mettevano di fianco alle melodie mediterranee (soprattutto Sardegna e Sicilia). Ottaviano ci ha riprovato qualche tempo fa con i Pinturas, dove però i luoghi geografici di rappresentazione si moltiplicavano e la perfetta esecuzione doveva impattare con un repertorio che comunque non gli apparteneva (le covers di Un Dio clandestino). 
Qualcuno ha affermato che il sopranista avesse l'handicap di essersi trovato alle spalle il carisma e il peso di Lacy, ma nessuno ha intravisto proficuamente che lo stesso avrebbe potuto avere un originalissimo posto nemmeno condivisibile, solamente spostando l'attenzione sull'improvvisazione caratterizzata dall'istinto etnico. In Italia pochissimi sassofonisti hanno provato a mischiare le carte del jazz con la tradizione popolare in un modo che non reclamasse una qualsiasi presunta tangibilità anacronistica. 
Nel 2013 Roberto ha pubblicato una nuova incursione in questi subdoli territori collettori dell'anima, incidendo Arcthetics - Soffio primitivo, che purtroppo solo in questi giorni sono riuscito ad ascoltare. Questo nuovo lavoro non è solo una conferma, ma esprime anche una nuova visuale del prisma così come lo vede l'artista, di una musica che possa fantasiosamente ricevere istanze dalla diversa maniera con cui organizzare tipologia e caratteristiche della strumentazione; godendo dell'intelligente e significativo appoggio di alcune all stars italiane dell'improvvisazione (Botti, Parrini, Maiore, Maier, Dani), i quali intervengono con ordine e pathos nella trama musicale, Ottaviano sembra volerci buttare fuori strada sin dalle note di copertina, dal momento che esse sembrano con forza voler evitare qualsiasi aggancio alla tradizione, al paesaggio pugliese, alle bande locali o alla mattanza della taranta: in realtà si tenta ottimamente una decostruzione musicale che è conseguenza di una poetica. Chi conosce il poeta e (poco considerato) sassofonista Vittorino Curci sa che cosa voglio dire: qui Ottaviano ha suonato pensando ad immagini tratte virtualmente dai reading di Curci, anche se sarebbe stato meglio arricchire il packaging del cd con qualche stringa poetica (questa è l'utopia dell'ascolto moderno in files). Perciò lo scopo era di recuperare quel senso storico della terra, non retorico, che non appartiene al "popolo", ma è patrimonio vissuto del "popolo": si vuole intendere che basterebbe camminare per le strade in riva al mare per rendersi conto come siano poco importanti i legami culturali dettati dagli usi o costumi, e più significative le espressioni che stanano quasi in maniera spirituale quel mix di aria, luce, sentimenti e saggezza che pervade da sempre le nostre esistenze. Il sax di Ottaviano è sempre pronto a pilotare situazioni (con alcuni assoli strabilianti, vedi quelli in Era notte in sud o Zone di guerra), può evocare sirene di porto, barche che nostalgicamente lasciano la terra ferma intrappolando ricordi nella loro essenza, la confusione di una affollata giornata al mercato, un ballo avvincente che non si usa più o l'urgenza espressiva di una veloce denuncia. E Sospeso tra due solitudini estreme potrebbe costituire un oggetto identificabile per lo sviluppo di percorsi alternativi tra improvvisazione libera ed ethnic sentiment.


Sergio Atzeni è lo scrittore, saggista regionale della Sardegna, che costipa l'ispirazione del nuovo lavoro del chitarrista Paolo Angeli: S'U è il nome di una dei personaggi più misteriosi della sua più famosa opera, "Passavamo sulla terra leggeri", opera con cui Atzeni si è ritagliato un vero e proprio culto nell'ambito della letteratura sarda. Nella rielaborazione della storia dell'isola si utilizza un linguaggio mitico che si accompagna a temi che impattano con molta imponenza sulle forze naturali e geografiche, tra cui un ovvio e fondamentale posto viene attribuito alle storie del mare. Nella presentazione del cd, Angeli richiama un passo ove S'U è una giovane e coraggiosa figura navigante che compie un gesto eroico liberando altri naviganti nella stiva durante una tremenda tempesta di mare, ma che non seppe resistere alla tentazione di pensare di utilizzare preziosi gioielli ritrovati sulla barca e che in forma quasi mitologica venne risucchiata dal mare.
Il S'U musicale vive di questa ricordo anacronistico, che sembra non interessare a nessuno, ma che deve trovare il suo habitat sonoro. Il Paolo Angeli di S'U è piuttosto in controtendenza con quello conosciuto agli esordi: l'esperienza così gratificante del suo chitarrone preparato era l'oggetto della sua ricerca sui suoni; un lavoro come Bucato o i duetti con Salis in Ma.Ri., costruivano un musicista che sembrava figlio di un Bailey soggiornante in Sardegna, con un livello prefigurato di atonalità musicale che lo poneva nell'ottica dei grandi sperimentatori. Angeli ha da subito soddisfatto l'idea che si potesse creare un nuovo modulo nell'interazione tra improvvisazione libera ed elementi etnici, un modulo futuristico poiché a ben vedere è improbabile allo stato attuale un qualsiasi aggiornamento del libro di Atzeni nei termini musicali di Angeli. S'U segue il riallineamento già iniziato con Sale quanto basta, in cui ci si sposta sull'elemento melodico e sulla capacità della musica di possedere un'essenza narrativa: lo si intuisce subito dal breve inizio di Due Tempi che scova dallo strumento un suono stridulo ed ancestrale allo stesso tempo e promette di "coniugare" tempi.


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