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sabato 4 aprile 2015

Poche note sul jazz italiano: lavorare sui modelli americani


Non c'è dubbio che gran parte dei riferimenti dei chitarristi jazz odierni sia nata nel contesto creativo statunitense, con un paio di grandi variazioni stilistiche introdotte dopo Charlie Christian: quella della rilevanza blues e soprattutto quella della fusione con il rock. E' questo un motivo per cui molti chitarristi europei (nonché italiani) si accingono a fare le valigie per cercare di assaporare quelle fragranze utili per il loro bagaglio formativo. Quello che ci si chiede oggi, peraltro, è se esista una nuova equazione di guitar jazz o di mainstream jazz (adeguandosi ad una terminologia che ne ha proiettato alcuni sviluppi nei temi e negli strumenti), che abbia eguali potenzialità di sopravvivenza senza esser retorici. Se escludiamo le recenti e speciali caratterizzazioni musicali di Frisell e Metheny, la chitarra americana memore delle istanze di fusione tra rock e jazz, è probabilmente entrata in crisi di idee intorno al 2003, quando il chitarrista Kurt Rosenwinkel incise Heartcore; in verità una scia un pò più lunga si potrebbe scorgere sino al 2005 quando Joel Harrison incise uno splendido tributo alle canzoni del musicista dei Beatles, Harrison on Harrison, circondato da musicisti in forma smagliante, ma ricordo che già in quegli anni in un modesto concerto proprio di Rosenwinkel, riflettevo sulle modalità con cui le nuove generazioni avrebbero potuto evitare i rischi di una standardizzazione e sul fatto che esse non potevano crogiolarsi solo nelle armi della fantasia strumentale, poiché le formule erano state sfruttate a dovere e quindi era necessario un miglioramento dell'idea creativa a monte: il filo diretto che univa gli ultimi guitar jazz heroes dai mostri sacri come Hall o Montgomery si era addirittura accorciato in un'ottica temporale, facendo rassomigliare troppo gli ultimi con i primi. Eppure quel jazz aveva dei pregi, specie quando veniva suonato con perizia e con intelligenza nelle soluzioni, poiché bypassava quelle moderne ragnatele stilistiche multistrato di parecchi musicisti in cerca di un graal della chitarra: in passato segnalai alcuni eccellenti continuazioni nelle persone di Ben Monder, di John Moulder ed in parte di Nels Cline, che con varianti ricercate nel campo delle idee e soluzioni, riuscivano a produrre qualcosa che non dovesse solo preoccuparsi di piacere generalmente al pubblico.
Qui vi propongo due valide modificazioni "italiane", quelle dei chitarristi Gabriele Orsi e Nico Soffiato.

Gabriele Orsi è un chitarrista milanese che ha cominciato a farsi notare negli ambienti jazz con un progetto ben preciso, in cui lo scopo è quello di ingabbiare le strutture spigolose di Monk in quelle più ariose della fusion musicale. Il Fluxus quartet è l'asse su cui ha lavorato Orsi, con alcuni fidati collaboratori delineati nelle figure del contrabbassista Daniele Petrosillo e del batterista Francesco di Lenge; qualche volta il quartetto è diventato trio con la sola sezione ritmica (il C.O.D. Trio), finché nel 2013 Orsi è entrato in promiscuità sonora con il trombonista Beppe Caruso, suonando nel suo "Caos", con vicinanza di obiettivi e ricambio profusi nell'esperienza del suo trio. (in parallelo, inoltre, c'è anche il lavoro nei nDem). Il manifesto programmatico della musica del chitarrista fu ben rilevato in occasione di "Odd original songs" del C.O.D. Trio, in cui Orsi dichiarava di lavorare ad "....un progetto di musiche originali dove le differenti esperienze ed approcci alla composizione vengono filtrati attraverso un'estetica timbrico-ritmica allo stesso tempo ancestrale e nuova, intrigante e discreta, neurotonica e soporifera....". 
"Spettacolo", il nuovo lavoro di Orsi, è posizionato ancora su un quartetto, con composizioni per la quasi totalità personali, in cui la sezione ritmica è affidata a Francesco Carcano (cb) e al solito Francesco di Lenge (bt), con la partecipazione direi ormai paritetica di Beppe Caruso al trombone; la soluzione chitarra-trombone, anche in presenza di sezione ritmica, non è strada delle più battute nel jazz elettrico, ma in Spettacolo si va incontro ad elaborazioni diverse, si cerca di raffinare i contenuti, con classe e ottimi abbinamenti tra gli strumenti, si aprono squarci, veri e propri dialoghi frutto delle fantasie improvvisative degli artisti. Orsi e Caruso stanno cercando di reimpostare la formula della dinamicità del jazz corroborata dalla potenza rock, ma senza cullarsi sugli allori, partendo da temi melodici che vengono sviluppati con sagacia, con inevitabili momenti di composizione al proprio interno: sebbene gli episodi finali del lavoro escono un pò fuori dal seminario (forse in cerca di brani-consenso?), altri come l'iniziale Fluxus o la successiva Friends, dimostrano che è ancora possibile creare materiale trasversale arricchito dalle proprie capacità: Orsi disegna linee e curve veloci con la sua chitarra elettrica, mentre Caruso lavora sopraffino di tecnica per offrire un timbro pieno di sfumature, utile per esteriorizzare quel dialogo che si cerca di comporre attraverso il jazz; ottima anche l'erraticità apparente di Carcano che sfrutta le coordinate di Mingus e Holland, ma che usa archetto classico in Song for, mentre Di Lenge è ormai divenuta una garanzia per la buon riuscita dei progetti di Orsi.

Sul fronte dei percorsi battuti per rinnovare la tradizionale vena della chitarra jazz, la difficoltà di intercettare nuovi territori si è necessariamente riflettuta in vere e proprie nebulose concettuali: il chitarrista Nico Soffiato nel suo progetto con il trombettista Josh Deutsch sta ultimamente tentando di ridare ossigeno ad una pratica in cui serpeggia l'involuzione; Soffiato, che è anche residente negli Stati Uniti e di cui vi ho parlato già in queste pagine a proposito del suo lavoro come Ost Quartet, introduce per questo duo un binomio poco sfruttato nel jazz, chitarra-tromba svincolata da contesto ritmico, che fa inevitabilmente pensare ad interazioni di scopo: Reverse Angle, che uscirà ufficialmente a Maggio prossimo, è la seconda prova discografica dopo l'esordio di Time Gels e continua a dimostrare la volontà di rendere evidenti certe esplorazioni soniche che sposano i frutti dei modelli di Montgomery, si avvitano sulle poche esperienze fatte in materia di tonalità (tra quelle che ricordano con più forza gli sforzi di Reverse Angle vi sono i morbidi tentativi di Chet Baker/Philip Catherine in There'll be another you o Ralph Towner/Paolo Fresu di Chiaroscuro), emblemi di un jazz nostalgico che oggi, rimanendo in tema americano, vede ottime devianze in certe modulazioni di Lage o Monder; si tratta di interazioni anche semplici su cui non c'è voglia di costruire ossature particolarmente forbite da mirabili escursioni agli strumenti, ma piuttosto di creare un assioma, basicamente jazzistico, senza nascondigli, fatto per il piacere della "vibrazione" sonora. Qui il jazz-rock si intravede timidamente nella title track (con un innesto estemporaneo di batteria), ma in generale Soffiato si mette a disposizione di una predisposizione melodica tesa a creare nuovi standards di riferimento. Le diversità emergono nel finale non appena arriva Silica Sand, un minimale pezzo di chitarra in cui trovare languide divaricazioni di suoni senza l'apporto di Deutsch, mentre Mix Tape utilizza dei loops di elettronica.
"Reverse Angle" perciò sta bene agli amanti del vecchio jazz ed offre solo timide soluzioni per un suo aggiornamento, ma in definitiva, pur non riuscendo a fare scintille, resta uno dei quei dischi rari al cui sapore tutti ritornerebbero prima o poi.



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