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sabato 18 aprile 2015

Il Jeff Cosgrove Trio e le sue Conversations with Owls


Limitandoci alla zona geografica statunitense, la composizione stilistica dei principali percussionisti delle nuove generazioni dell'improvvisazione si presenta difficile e incanalata in molti rivoli dal risvolto storico; salta all'occhio come comunque venga conservata una sorta di specificità qualora l'analisi venga effettuata per comparti, per formazioni o quantomeno per visuali artistiche; nel jazz più avvezzo alla sperimentazione formato da una pletora di musicisti poco attenta a pescare nuove risorse dalla fisicità semplice di rullanti e piatti e magari impegnata in sovralimentazioni acustiche o computerizzate, i giovani batteristi che possono considerarsi ancora degli artigiani suonatori del loro strumento senza stravolgimenti, stanno tentando di rinvigorire una formula già spesa nel passato attraverso alcuni indomiti oggetti della rappresentazione, ossia il calore della performance, la spontaneità e l'esposizione introspettiva; si può discutere se questi buoni propositi siano perpetuabili all'infinito nel sistema musicale, ma c'è una realtà nel campo del piano trio o jazz trio (cioè lo storico abbinamento piano-contrabbasso-batteria confutato ai tempi di Jamal, Monk o Peterson e portato alla ribalta da Bill Evans) che emerge non appena si legano i periodi storici e soprattutto il presente: nonostante la materia sia ancora ampiamente trattata e costituisca principalmente un veicolo espressivo dei pianisti (sono soprattutto i pianisti che inducono a formazioni la cui sezione ritmica ne costituisce il naturale complemento), molto meno pubblicizzata è la pratica del trio partita dall'ottica del batterista, dove egli pone la sua visione come centrale e la realizza attraverso la scelta degli altri due musicisti; nel passato i piano trio impostati in tal modo sono perfettamente riusciti a gente come Paul Motian o Jack De Johnette, poiché la responsabilità dell'aggregazione veniva percepita come uno stratagemma creativo. Jeff Cosgrove è realmente una funzionale continuazione di questi principi, i quali sono ancora in evoluzione: la mia precedente review fatta sul suo lavoro con Shipp e Parker individuava le qualità del batterista, ma allo stesso tempo era palese la mancanza della giusta psicosi dell'improvvisazione, con partners oggettivamente a lui riferibili: Conversations with owls, appena pubblicato con un rinnovato trio composto da Frank Kimbrough al piano e Martin Wind al contrabbasso, trova quell'oggettivo equilibrio che taglia le dimensioni eccentriche delle parti in causa: i nuovi sette episodi accolgono nel migliore dei modi quel candore e quella introspezione che è il frutto musicale idiomatico di questo genere di formazioni, rispettando però il progetto musicale che è tutto nella testa di Cosgrove. Il maggior intimismo di Kimbrough che sposta stilisticamente un pò indietro l'asse temporale delle influenze rispetto a Motian (Kimbrough è un pianista eccellente condiviso stilisticamente tra Evans e Monk a cui prima o poi dedicherò un'adeguata rivalutazione) e quello di Wind (contrabbassista sottovalutato rispetto al suo bagaglio e che qui impreziosisce di molto Forest Hunters) non permette sovrapposizioni e propina un taglio che ha un suo rigore logico: partendo da quelle inserzioni percussive di Blakey o Roach nei classici trio con Monk, che creavano uno splendido senso dello spazio dei cui effetti eccessivi se ne preoccupò più tardi Motian, il passo è breve per arrivare alle confluenze di Cosgrove. Il perno centrale dell'idea del batterista si ritrova in Excitable voices, dove lo stesso impasta lo space dei piatti con una poliritmia della parte tamburi dal sapore tribale ed in evoluzione dinamica, che detta le regole dell'improvvisazione; si crea una naturale suspence persino nei due rifacimenti standards di I loves you porgy e My favourite things, totalmente equilibrate tra l'uso introspettivo ed espressivo. Sì, perché forse più che parlare a sé stessi come nelle conversations di alcuni dei loro modelli, qui si vuole parlare di conversazioni aperte alle immagini di vita nascoste nell'oscurità, un viaggio idealmente compiuto con i gufi perché essi sono i soli animali depositari di una capacità uditiva fuori dal normale.

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