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martedì 3 marzo 2015

Poche note sul jazz italiano: disegni a pastello e torbide realtà


Ascoltare oggi un pianista che fa jazz è cosa alquanto ardua; è difficile trovare una caratterizzazione, un fondamentale e creativo aspetto a lui riferibile, spesso è un tradimento, poiché si fa abuso di suoni per trasmettere concetti e relazioni che non gli appartengono e che non sono in grado di celare tutta la loro monotonia. Bene, tutto quello che vi sto dicendo non ha nessun valore per Francesco Negro, un pianista di Maglie, uscito dai corsi sperimentali del Siena Jazz. Negro ha messo su un trio (Igor Legari al cb. e Ermanno Baron alla bt.) per affrontare con rinnovata razionalità la materia pianistica del jazz e di una delle sue perle più care, la formazione in trio. Tre prove discografiche hanno caratterizzato la vita artistica di Francesco Negro: il primo lavoro è "Abbagli" (Philology, 2008) in cui in realtà il gruppo è strutturato in quartetto (Vincenzo Presta ai fiati e il batterista Alessandro Minetto al posto di Baron), poi "Silentium" (Alpha Music, 2011), di cui sono venuto a conoscenza solo dopo aver ricevuto l'invito all'ascolto del recentissimo "Aspettando il tempo" (l'autoprodotta Silence R., nov 2014). Spero di non aver perso tempo nel segnalarvi la maturità strumentale incredibile del trio ed un pianista serissimo, con credenziali altissime: c'è la volontà di introdurre delle diversificazioni di stile, con una ricerca partita soprattutto da Silentium attraverso riferimenti universali come Bill Evans e Thelonious Monk, ma con un'ampia personalizzazione condivisa negli spazi della tradizione jazzistica dei due mostri sacri (ascoltare le possibilità sviscerate da Clear the way o da Angiolina in Silentium): lo sconfinamento ha germi classici (Negro spesso si inoltra in arpeggi nella parte alta del piano) ed ha, in parti residue, assorbito anche le spartane semplicità dei pianisti rock, sottolineando quindi l'importanza del tema melodico.
"Aspettando il tempo", adulto fin dal disegno di copertina, tratta di una preferenza per la teoria dei contrasti e soprattutto del tempo, così come veniva intesa da Cage. L'americano era profondamente convinto che ci dovesse essere equivalenza tra qualsiasi durata presa in considerazione: sentire due minuti di musica doveva suscitare la stessa emotività di due ore di musica. I risultati di questi rivoluzionari tentativi abbiamo avuto modo di sperimentarli negli innumerevoli rivoli del suo pensiero sparso nella costituzione genetica di tanti musicisti nel mondo, ma trasferire questo concetto nel jazz (che peraltro Cage sembrava odiare), è cosa realmente difficile, anche perché di questi fantomatici spazi vuoti cageani si fa fatica a prendere visione nel trio di Negro, completamente immerso nel jazz. Questo perché il problema viene scavalcato in altro modo: si trasferisce l'essenza del pensiero, una propria visione musicale degli spazi vuoti od imperscrutabili di Cage, spazi naturali a disposizione di tutti, dove respirare delicatamente o profondamente attraverso i suoni. E' una donazione di benessere interiore incorporata in una struttura jazz, una formula che Evans e Monk avevano ben compreso. Per certi versi ammaliante, realizzato armonicamente e ritmicamente in modo da far risaltare il tocco, l'interplay compatto, il Francesco Negro Trio ha la qualità di saper individuare l'attimo in cui le note devono fondere i pensieri armonici e ritmici. Con Legari e Baron ineccepibili ed indispensabili ed una registrazione in studio esaltante, in "Aspettando il tempo" non ci sono momenti di debolezza, e si gode di un disegno pastello che si insinua dalle tre parti della title track al fascino del Triangolo nel cerchio, dal Piccolo Principe ai 12 minuti di "Sky is high"; la tenuta è straordinaria, i tre creano un'organismo sensitivo dotato anche di molta immediatezza; c'è estasi (in alcuni momenti la sensazione è di essere vicino alle frange stilistiche del pianismo new age), c'è dolcezza e sostanza. Persino la rilettura di Monk di Trinkle Tinkle ha molto di personale da offrire.
Il trio è meritatamente finito già su Jazzit e Musica Jazz. Da parte mia vi invito a sintonizzarvi di corsa sulle frequenze del Francesco Negro Trio.


Gran parte della migliore tonalità nel jazz europeo proviene dai prodotti delle scuderie tedesche (Ecm ed Act Music). La Act ha da tempo puntato su prodotti artistici che prevedono l'incontro di personalità jazzistiche di rilievo: l'Italia è stata, al momento, rappresentata da un duo formato dalla pianista Rita Marcotulli e dal fisarmonicista Luciano Biondini, che per l'occasione ha registrato "La strada invisibile". 
Molti si chiederanno se sia un'eresia commerciale la trattazione di prodotti del genere, e si pone sullo sfondo una domanda necessaria, ossia qual'è un buon motivo per amare "La strada invisibile"? Volete innovazione, qui non c'è. Volete comprensione, qui non c'è. Ma c'è qualcos'altro: in quest'oretta circa di musica scorrono immagini nitide e non retoriche. La belle epoque francese, la triste dolcezza dei quartieri napoletani, i films di Fellini, i Pini di Respighi, la postura sul piano di Bill Evans, le incommensurabili albe del Missouri, l'umiltà delle favole di Pinocchio e di Hans&Gretel, i giardini di foglie autunnali cadenti, il deserto distante, i samurai. E' una mappa perfettamente segnata, che bisogna solo percorrere, senza allungare la mente, solo respirandola. Una strada invisibile.


Il post-rock italiano si sviluppò in molte direzioni: tra quelle vicine all'improvvisazione jazzistica o libera, emersero realtà composite di tutto rispetto, che potevano competere senza problemi con realtà musicali dello stesso tipo in ambito internazionale. Gruppi come gli Starfuckers (poi diventati Sinistri), gli Zu, i Bron Y Aur, gli A Short Apnea di Iriondo e le due principali formazioni del chitarrista Elio Martusciello (Ossatura e Taxonomy) hanno dimostrato come, sul versante improvvisativo, si fosse scelta la carta di un espressionismo musicale moderno, imbastito sull'elettronica e sul rumore, in cui l'improvvisazione era la spezia da inserire per la compiuta riuscita dell'opera; l'origine musicale è rimodulata per le esigenze delle nuove bands o dei nuovi trio, nati in Italia. Accanto alla durezza ed oscurità del post-rock italiano, si è comunque affiancata, come alternativa, una propensione più melodica e meno astratta (soprattutto incorporata dai musicisti di formazione jazz che approcciavano ad altri lidi), vicina ad avanguardie più convenzionali (penso sempre ai modelli dell'area newyorchese, da Frisell ad Horvitz). 
Per la Setola di Maiale arriva questo pregevole "Mondegreen" del trio barese Adolfo La Volpe (ch.), Pierpaolo Martino (basso el.) e Giacomo Mongelli (percuss.) che ci presenta un pò il conto di quello che oggi si costruisce su queste basi: suonato senza alcuna minima sbavatura, "Mondegreen" contiene le anime della fusione attuale, fatta di mille elementi al suo interno; pur riproponendo modelli stilistici che inequivocabilmente riportano all'ambiente americano, vi è contestualmente una "faccia" meno allineata, che emerge in superficie con soluzioni azzeccate cercate tra effetti di elettronica o abbinamenti strumentali che possono essere ascritti solo alla loro creatività.
Prendete ad esempio "Poneytails" che dopo una prima parte che sembra architettata per far rimuginare un album di Frisell, a metà percorso costruisce un ironico gioco tra strumenti ed effetti che scandisce un immaginario, artistico e surreale paesaggio da canyon (pensiero a Morricone?), oppure si pensi ai risultati dell'improvvisazione che il trio esibisce per Bass'n'drum, in cui sembra possibile una parodia di decostruzione del genere ibridato dance. I 12 minuti di "In-out-in" sono i più completi del lavoro, un brano che svela velleità diverse, passando tra cavalcate free, noise, oasi lunari. Suoni ricercati, suoni semplici ma di sostanza figurativa.

L'excursus professionale della contrabbassista Caterina Palazzi la vede come una talentuosa musicista impegnata nel jazz più tradizionale e cosa strana impegnata su altri strumenti diverso dal contrabbasso. Poi, causa un cambiamento provvidenziale sulle vedute artistiche, la Palazzi si dedica definitivamente al contrabbasso formando un progetto strettamente correlato: il gruppo dei Sudoku Killer è il pretesto utile per sconfinare in territori condivisi con un certo rock trasgressivo, oscuro e intinto di molta modernità post-rock. L'idea è di costruire una sezione ritmica onnipresente, potente, che possa fornire l'ambiente ideale per temi lirici, consegnati nella disponibilità inventiva dei solisti (sax e chitarra). Circondata da ottimi musicisti che si prendono carico di questo gravoso compito (Antonio Raia al sax tenore, Giacomo Ancillotto alla chitarra e Maurizio Chiavaro alla batteria), la Palazzi distribuisce l'ispirazione mettendo in primo piano l'idea e l'aspetto compositivo mentre l'improvvisazione viene richiamata per vie mediate.
"Infanticide", dedicato esplicitamente ai Nirvana e alla perdita prematura della verginità mentale dei fanciulli (invero un tema su cui non c'è un adeguato riscontro delle coscienze), possiede dei punti di reale interesse che si erigono per effetto delle forme usate: "Sudoku killer" è una suite dagli ampi riferimenti, con sax depresso. modalità ritmiche potenti divise tra kraut e prog, chitarra distorta ed acida, fa ricordare anche i Last Exit con meno enfasi enigmatica; "Futoshiki" è impostata su un gioco di contrabbasso tra arco e pizzicato che introduce lamenti straziati di sax e spezzoni di voci da torre di controllo, con sax e chitarra impegnati in oscure relazioni, che impongono alternativamente la loro corsa.
I titoli dei brani sono espressione di giochi di logica giapponese, un riferimento, penso, frutto della volontà dei musicisti di indicare percorsi diversi da quelli razionalmente imposti nella società e il riferimento al fanciullo sembra essere motivo di approfondimento anche per il prossimo lavoro del gruppo che dovrebbe sentenziare sui personaggi cattivi di Walt Disney. Ma aldilà di un discutibile neologismo innovativo della musica, quello che colpisce è l'impegno concettuale profuso, quel gioco a sommatoria delle parti, che racchiude musica, socialità e letteratura.

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