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venerdì 27 marzo 2015

In attesa dell'avvistamento di Allen sul pianeta Gong nel 2032























Chiunque si avvicina per la prima volta alla musica del gruppo prog-rock dei Gong non potrà fare a meno di considerare come l'apprezzatissima favola della band inglese fosse incanalata in storicizzazioni di cui non è possibile tacere. Essenzialmente basato sul progetto di Daevid Allen, la particolarità dei Gong si concentrava sulle idee di una fantasiosa mitologia di figure inventate sulla base delle metafore propinate dal filosofo Bertrand Russell, i pot head pixies abitanti di un pianeta che si presentano come gnomi volanti in astronavi impercettibili nel cosmo, simili a tazzine di tè e il cui scopo è in definitiva quello dell'unione cosmica e spirituale, in ossequio a molta filosofia hippy del periodo, che richiamava pratiche dell'Oriente apparentemente non in contrasto con la dottrina artistica occidentale. Quello dell'abbattimento delle porte tra Oriente e Occidente non era d'altronde una novità ai tempi dei Gong, poiché il decennio precedente ne aveva previste di occasioni per liberare questo potenziale di unione anche a livello musicale; sia il jazz che il rock si erano contaminati tramite avvicinamenti di vario genere e forma in cui prepotenti si facevano avanti i tumulti spirituali delle discipline religiose orientali. Invero, qualcosa di universale, che venne recepito dagli artisti come un esaltante novità per espandere le coscienze: le subdole aspirazioni cosmiche di Sun Ra o il movimento psichedelico (con le sue morti e contraddizioni) che aveva letteralmente trasformato il primordiale potenziale rock'n'roll della musica proveniente dalle campagne americane, ne erano la riprova. Specie Hendrix e la psichedelia californiana avevano creato quell'effetto "space" che faceva rientrare l'universo orientale nel reale immaginario musicali di giovani cresciuti probabilmente a blues e country: i Gong raccolsero quella sfida che gli psichedelici non avevano soddisfatto, ossia riuscire a globalizzare un prodotto artistico colto (con agganci espliciti ad altre arti o discipline a sfoggio filosofico) per un mercato "normalizzato", qualcosa che riuscì solo ai Pink Floyd nella parte iniziale della carriera.
E' vero, quindi, che lo space-rock nacque da un'estensione del movimento dei figli dei fiori, e i Gong, tramite la personalità dei loro componenti, riscuotevano interesse per il loro debito di vicinanza artistica a quell'era in cui sembrò molto facile per tutti istituire un nuovo ordine sociale basato su pace, amore e libertà. La realtà insegnò che tali elementi sono raggiungibili forse per pochi eletti, poiché il necessario passaggio di iniziazione (quello che tendeva a preparare mente e corpo al nuovo ordine) non aveva la forza di imporsi su tutti. Sebbene i Gong col tempo vennero inseriti ideologicamente nel filone dei gruppi di Canterbury e più in generale nell'ottica art rock che il genere progressivo aveva assunto nelle sue intime caratteristiche, gli stessi hanno sempre dato l'idea di non farne parte a pieno titolo; anzi se evitiamo l'esperienza della "mitologia" pixies (i tre volumi dei settanta più gli altri tre pubblicati nel tempo), saremmo quasi tentati di pensare che si sia di fronte ad un allungamento posto sulla lunghezza d'onda del freak dell'epoca, rinvenibile nelle opere di Zappa e Captain Beefheart e continuato da tanti fuoriusciti delle loro bands (un ottimo esempio in tal senso fu la riorganizzazione dei Gong fatta dal percussionista Pierre Moerlen in chiara chiave jazz-rock). Tuttavia, con il senno del poi, l'originalità estrema della proposta del cosmo Gong, porta il gruppo, per trascinamento osmotico, nei quartieri dell'art rock progressivo al pari di molti gruppi inglesi. Quali gli elementi? 
a) il glissando di Allen,
b) l'intuizione della compagna cantante Gilli Smyth nel creare gli "space whispers" (un'applicazione poetica dell'inarmonico vocale, ossia l'idea di bisbigliare in uno spazio psicologico amplificato e modificato dalle tecnologie, che segue le provocazioni e le ansie dei temi presentati),
c) l'immancabile humour da istanza dadaista,
d) la pronunciata filosofia hippy che permette l'ingresso alle istanze della deflagrazione mentale e della reincarnazione,
e) tours musicali anche dissonanti, riportati in uno spazio ritmico dinamicamente impostato in sincopi para jazzistiche e popolari. 
C'è unione di elementi, ma c'è sempre Occidente nella loro musica, e per trovare questo spettacolare canovaccio basta solo rivolgersi (almeno) ai sei episodi dedicati dal gruppo alla saga dei pixies: troverete una travolgente trilogia iniziale in cui svetta il capolavoro coinciso di "Flying Teapot" e tre aggiunte degnissime che esprimono gli stessi concetti con una menomata forza, frutto dello sfruttamento del soggetto (vedi Shapeshifter) o di un processo di avvincente senilità dimostrato dalla aderenza perfetta ai temi in Zero to Infinity o 2032, in cui si procedeva anche ad una minimale modernizzazione dei suoni grazie a racconti e bisbigli messi di contro a ritmiche di folk irlandese o di hip-hop. 2032, l'ultima vera prova di Allen e del suo gruppo è anche una programmatica manifestazione di volontà, che profeticamente dovrebbe mettere in contatto la Terra con l'invisibile pianeta Gong per effetto di un riallineamento astrale. Naturalmente tutto è discutibile, ma è certo che Allen ha portato con sé un sogno nel tempo, con la profonda e rara convinzione che esso fosse vero.




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