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sabato 14 marzo 2015

Il synth pop e la favola dei Tears for Fears

Si fa sempre un gran parlare di rinnovate operazioni nel synth pop moderno, tenendo presente che l'ambiente di riferimento è notevolmente cambiato rispetto a quello che i musicisti si trovavano ad affrontare a fine settanta e per tutti gli ottanta. Qualcuno in Inghilterra rimembrando gli eventi di quegli anni l'ha chiamato movimento della preoccupazione, poiché la gioventù musicale inglese era succube di un periodo storico in cui la sua premier politica, Margaret Thatcher era coalizzata con il governo americano di Reagan contro l'Urss; la "guerra fredda" si faceva presente nel subconscio artistico dei musicisti che prospettava la paura di un inasprimento dei rapporti e di una guerra atomica; il riferimento più esplicito fu Relax dei Frankie Goes to Hollywood con copertine che esibivano fotografie di subdoli scontri fisici diretti, del tipo pugilistico tra i capi di stato delle due potenze mondiali. Operativamente quindi l'imperativo era quello di costruire una musica che fosse denunciatrice ma allo stesso tempo salvifica e questo fu possibile grazie all'incrocio della forza elettronica dei synths e della strumentazione rock di contro ad un risveglio melodico che ben si prestava anche alla classifica; anzi il vero punto dolente era proprio quello di costruire un prodotto che non sconfinasse nella commercialità. Tra i più vicini alla riuscita difficile dell'idioma furono i tentativi dei Japan di David Sylvian (via Gentleman take polaroids), o gli Eurythmics (via The secret garden) che emergevano dalla parcellizzazione provocata da molti singoli incapaci nel complesso ad edificare un album omogeneo di valore (questo vale per tanti gruppi, dai Depeche Mode agli Yazoo, dai Pet Shop Boys agli Heaven 17, dai Duran Duran ai Soft Cell). Ma il massimo splendore e vero punto d'arrivo del synth-pop fu "Songs from a big chair" dei Tears for Fears, un duo formato dal cantante e chitarrista Roland Orzabal e il bassista Curt Smith: in realtà formato nel concreto da 4 elementi (in più Ian Stanley ai synths e Manny Elias alla bt), il gruppo fu circondato per l'occasione da una serie di eccellenti collaboratori e sbaragliò il campo con invenzioni melodiche che sistemavano una serie di elementi che andavano oltre il puro e semplice coacervo dance che di regola veniva attribuito a queste operazioni: traendo spunto dalla disperazione dei testi freudiani e da quel colto sentimentalismo che veniva espresso in musica da musicisti come Robert Wyatt o Robert Fripp, Orzabal e Smith costruirono una macchina del suono perfettamente rodata ad olio, costruita in laboratorio con tanto di effettistica strumentale; la cabala del ritmo veniva mediata in strutture melodiche eccellenti (Orzabal aveva una gran voce, amplificabile a presa rapida di quelle alla Van Morrison per intenderci), con produzione ed arrangiamenti esaltanti (dalle percussioni agli assoli di sostegno di chitarra Pink Floyds-memory, al rafforzamento effettuato ai fiati da alcuni sassofonisti rock di moda ai quei tempi, tra cui spiccava Will Gregory, un musicista e produttore inglese che sarà di fianco a Gabriel e nelle migliori prove dei Portished e Tori Amos (all'oboe), nonché presente nell'opera Nixon in China del compositore minimalista statunitense John Adams. 
Con "Songs from big chair" probabilmente si chiuse definitivamente un ciclo per la musica elaborata al synths, poiché l'esperimento dei Tears for Fears ebbe l'effetto di lanciare un sasso così avanti da rendere impossibile il raggiungimento per gli altri nel tempo: coagulare così bene l'elettronica leggera con la musica impegnata in strutture che del synth avevano le origini ma coinvolgevano sprazzi di rock progressivo, melodie alla Wyatt, sincopi jazzistiche, e persino tracce di composizione classica (la chitarra di Listen non potrebbe far pensare a Morricone?) fu il top degli eventi di quel mondo che poi riuscì a dimenticare anche le vicende politiche.


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