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domenica 22 febbraio 2015

Forme composite di fusione alla Cuneiform Records

E' un passaggio graduale a 3 fasi quello vissuto dai musicisti che abbiamo spesso definito "fusion": in questa parola riassuntiva è principalmente esibito il legame tra rock e jazz che cominciò ad imperversare a metà degli anni sessanta risaltando l'unione tra l'improvvisazione ed una parte della cultura musicale americana. Ma quel concetto ha bisogno di specificazioni proprio in rapporto alle vicende temporali: facciamo ad esempio riferimento alla chitarra, la prima ondata di chitarristi di fusione legava modelli stilistici incrociati tra i due generi pescando inevitabilmente in quelli muniti di substrato melodico ed armonico: Jim Hall, Wes Montgomery, Jimi Hendrix furono il crocevia da seguire per gente come Pat Metheny, Mike Stern, Bill Frisell, etc,; l'alternativa arrivò subito alla fine dei settanta seguendo invece i modelli dissonanti dell'improvvisazione o quelli totalmente liberi e i principali movimenti alternativi della musica rock americana: Derek Bailey, Fred Frith divennero i modelli di riferimento per Henry Kaiser, Eugene Chadbourne, Marc Ribot, Nels Cline.
Gli ultimi venti anni hanno inglobato formule miste o cercato di approfondire quelle principali citate, ma il chitarrista perfetto del duemila è quello in cui la preparazione è frutto di una accondiscendenza a tutto l'universo sonoro prodotto dalla storia. Tale circostanza ha probabilmente costituito un ingombrante sviluppo ideologico anche per generi affini: il prog rock, così come lo si conosce per i suoi contenuti artistici, ha risentito di questi incroci con le nuove generazioni affannosamente alla ricerca di nuove formule spendibili con un pò di sapore ideologico. L'ultimo che si può riconoscere in un trend definito è Robert Fripp. D'altronde proprio l'intervento di mosaici non appartenenti strettamente al mondo della fusion primogenita (dall'ambient music al post-rock infarcito di elementi classici, dalla creatività cervellotica della musica contemporanea al metallo più duro ed inconsueto) ha sconvolto le carte in tavola e provocato una forma di fusione allargata in cui i genitori si sono moltiplicati.
Qui vi propongo alcune pubblicazioni recentissime in cui la chitarra svolge ancora un lavoro essenziale, registrazioni fatte in casa Cuneiform R., una label da sempre invischiata nella morsa delle novità jazz/rock, prog o futuribili; in questi lavori sembra riemergere in maniera centrale il gesto nobile, filosofico od artistico che ha caratterizzato il passato.


Jonathan Badger  - Verse -

Di Baltimora, Badger definisce la sua musica come una che "....flows in the post-rock and minimalist veins of contemporary music", una definizione molto sintetica e forse non pienamente comprensiva. Badger è un chitarrista sperimentale con già qualche prova significativa alle spalle, ma "Verse" probabilmente è la sua prova più rappresentativa. Stilisticamente risucchiato in primis dalla scuola di Robert Fripp, in realtà in ossequio al principio della circolarità degli stili, Badger tocca lidi disparati, da Chatam a Verlaine, da Moore al bislacco Partch, ma la sua è ricerca vera, di armonici o di campionamenti collocabili in un dialogo produttivi con il computer. (vedi il botta e risposta con il banjo in The Bear), così come Nimbus è un modulo a più strati che restituisce arpeggi tematici e chitarre progressive fluidificanti e che alla fine dispensa anche un canto alla maniera stralunata di Barrett e Hitchcock.
Verse è pensato, costruito passo per passo, anche quando richiede l'utilizzo di altri strumenti, ma quello che affascina lo si trova scavando un pò più a fondo negli ascolti, quando si scopre quella voglia di comunicare attraverso quei suoni compositi, di porre all'evidenza concetti. Badger è anche un filosofo politico: ha scritto un libro su Sofocle e la politica della tragedia che è, come da lui stesso dichiarato, "...a musical version of the ideas I worked through in the book...". In questo libro ci si riappropria di temi ideologici, proprio quando questi sembrano non essere più necessari, sottolineando come i filosofi greci (non solo Sofocle, ma anche Plato), abbiano provato a dare delle risposte sul problema delle contrapposizioni politiche e delle fazioni, che oggi possono essere lette ed interpretate alla luce del pensiero tragico di Nietzsche. E' quindi un senso di splendore e rassegnazione che permea l'umore di Verse, un dolce ed abnorme consumarsi della vita della comunità.


SchnellerTollerMeier  -X-

La struttura modulare è tra le più recenti e sottovalutate tendenze della "fusione": è qualcosa che sembra aver investito una parte ben precisa dell'Europa (la Svizzera in primis), con approcci variabili ma riconducibili ad una stessa filosofia creativa. In tal senso gruppi come Nik Bartsch con i suoi Ronin o i Sonar riproducono anelli musicali che stanno tra una pulsione ritmica e melodica strutturabile, ripetitiva ma non per questo scevra di valore. Ma anche la scena post-rock è attiva e dinamica e spesso si incrocia con queste innovazioni: con una punta di cattiveria strumentale trovate piacevoli sorprese come questi SchnellerTollerMeier, un trio svizzero composto dal chitarrista Manuel Troller, il batterista David Meier e il bassista Andi Schnellmann: i venti minuti di X, brano guida del loro nuovo cd omonimo, sono una prova programmatica; sovraesposizione musicale sostenuta al limite hard, dove Troller trova corrispondenze con i minimalisti americani e Frith, pause transattive con echi di elettronica descrittiva a farla da padrone e poi ripartenze con viaggi rumoristici che sondano le esperienze degli Explosions in the Sky e del sound garage alla SST. In "Backyard lipstick" soffia un vento catartico che ricorda la Mickey Mouse Song in Full Metal Jacket di Kubrick, "Riot" impegna l'empasse stilistico di Troller con Kaiser e i decostruzionisti che sono alla finestra. "Massacre du printemps" utilizza la modularità e nei suoi 8 minuti raccoglie tutto le velleità stilistiche del trend prog-trash. 
"X" è compatto, godibilissimo nonostante la sua presunta durezza, ed intuisce con precisione quel contrasto tra stati caotici pluristrumentali e oasi di suoni liberi, ottenuti grazie anche ad un lavoro fatto sull'amplificazione (14 microfoni usati, verificando anche i riflessi sui vetri delle stanze).


The Cellar and point  -Ambit-

Il chitarrista acustico newyorchese Christopher Botta, assieme al batterista/produttore Joseph Branciforte sono l'essenza del gruppo "The Cellar and point". Botta è un poliglotta della musica contemporanea poichè per sua ammissione le influenze vanno dall'improvvisazione downtown al folk alternativo, dalla composizione cameratistica alle atmosfere soniche dell'ambient music, passando dall'elettronica e dal pop. Dichiara, poi Branciforte “....From Autechre to Morton Feldman to Wu-Tang Clan to J.S. Bach – there was a lot of time spent listening, discussing, analyzing.....
In occasione del loro debutto per Cuneiform, i due si sono circondati di altri musicisti formando un sestetto a cui hanno partecipato musicisti importanti provenienti dai quartieri colti e non della musica: alcuni dal Jack Quartet (Christoper Otto al violino e Kevin McFarland al violoncello), dai Transit e Mantra Percussion (Joe Bergen al vibrafono), Terence McManus alla chitarra elettrica (che conta già una fruttuosa esperienza nell'improvvisazione con Helias, Hemingway, Berne, Eskelin), Rufus Philpot al basso elettrico (una lunga serie di collaborazioni nel giro che conta della fusion elettrica).
La musica di "Ambit" è una filigrana che scopre luoghi conosciuti della musica e ben accolti: l'iniziale "0852" è notevolissima, ha un motivo che incanta e trasporta, "Arc" mixa un drone con un arrangiamento folk-pop tirato alle latitudini camerali di gente come Penguin Café Orchestra, "Ruminant" vi accerchia con la sua atmosfera, che ha un pò di esoterico e un pò di classica moderna al suo interno. Inoltre il gruppo si impegna nella rivisitazione di due composizioni moderne deflagrando il loro spoglio contenuto emotivo: si tratta dell' Etudes XV di Ligeti, che qui trova una dilatazione quasi "natalizia" e del Five Canons i, op. 16 di Webern, la cui apoteosi seriale viene incapsulata, presentando vibrazioni estranee a quelle contraddistinte dall'austriaco.

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