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sabato 31 gennaio 2015

Willie Nile: If I was a river


L'entrata in scena di alcuni musicisti rock è stata talvolta descritta con coordinate diverse dal reale (si pensi al Petty considerato un punk nei settanta) e questo ha spesso prodotto delle incomprensioni da parte dell'audience non attenta a farsi superare dalle catalogazioni spicciole. Non so per quale recondito motivo ma il principio sembra applicarsi alla perfezione a Willie Nile: nel 1980 venne pubblicato il suo primo album omonimo che venne doppiamente sorpassato dalle definizioni, si parlava di un nuovo Dylan o di un plagio dei Byrds, ma Nile non aveva affatto la voce di Dylan, ne aveva solo le inflessioni ma piuttosto la sua voce somigliava a quella di un dolce adolescente passato in trincea; così come l'arpeggio jingle-jangle dei Byrds non era totalmente al servizio del cantautore, poiché Willie possedeva una carica punk che era espressione dell'ambiente in cui versava il rock di New York alla fine degli anni settanta; inoltre Nile aveva una vena melodica diversa, direi decisamente aggiornata rispetto ai tempi del supergruppo folk. Nel 1980 il punk era arrivato a piena maturazione ed influenzava qualsiasi cosa: pur vivendo in un paese in cui il punk si era trovato nuovi livelli di espressione, Nile è sempre stato affascinato da quello proveniente dall'Inghilterra: i Clash in particolare erano profondamente influenti in quel periodo. Ricordo che "Willie Nile" piacque molto alla stampa specializzata italiana che lo incensì a dovere su parecchie riviste del tempo: Nile era semplice, diretto nell'espressione, mediava perfettamente i tempi veloci con quelli lenti e colpiva per la brillantezza delle melodie (di quelle per niente affatto scontate) e per i quadretti punk-rock (Vagabond Moon sarebbe stato il miglior biglietto da visita per qualsiasi gruppo che avesse voluto uscire allo scoperto nel rock); le batterie in levare si alternavano con quel gusto della ballata che non era certo solo un vezzo di Nile (si pensi alle straordinarie esperienze in questo senso di musicisti come Ian Hunter, Bruce Springsteen o Bob Seger), ma Nile aveva un suo stile. Purtroppo "Golden dawn", la successiva raccolta dell'anno dopo, esprimendo confusione contribuì a stravolgere ulteriormente le non adeguate coperture di pensiero: l'errore fu quello di rifugiarsi in un comodo retaggio nei quartieri dei romantic troubadors (la cover dell'album lo lascia pensare inequivocabilmente per la giacca tipica); in questa nebulosa arte in cui probabilmente nemmeno Nile si rendeva conto di esserci, il cantante americano dimostrava di non possedere i mezzi fisici più arditi del rock americano. Dieci anni di penitenza e Nile ritorna con "Places I have never been" in cui la figura viene messa a fuoco, viene santificata la propensione del rocker melodico (Renegades è un suo vertice) con un adeguamento alle mode del rock internazionale: Heaven help the lonely è infatti puro Nile con chitarra in modalità The Edge: in tempi in cui i big del settore stanno toppando, Nile viene ritenuto un gioiello. Ma ancora un pauroso hiatus per aspettare un seguito, che arriva otto anni dopo con "Beautiful wreck of the world", un cd roccato alla perfezione e pieno di grandi canzoni (su tutte Bread Alone con uno splendido assolo di chitarra centrale): Willie scrive anche una sorta di requiem per Jeff Buckley, "On the road to calvary" che farà impazzire di piacere gente come Lucinda Williams.
I consueti incroci tra chitarre arroventate e motivi punk sono i leitmotiv di "Streets of New York": la bellezza dei dischi di Nile si basa ormai sull'equilibrio degli elementi: c'è la sonorità rompicapo dell'arpeggio indurito stile Byrds, l'arcigno piglio narrativo di Dylan, il punk a stantuffo dei Clash di London Calling, con le sue sincopi e i suoi coretti tipici, alcune raffinatezze melodiche di John Lennon e tanto prezioso cantautorato americano sparso nel tempo: la conclusiva title track è un altro cameo, una delle canzoni melodiche più affascinanti di sempre: l'immagine della metropoli americana riletta con un pianoforte leggiadro ed un'armonica abrasiva tinta di un incredibile pathos; la piena coscienza della realtà contraddittoria della città, in cui tutto è possibile, riconoscimenti e colpi bassi. In questi lavori Nile probabilmente ha raggiunto il massimo delle sue potenzialità artistiche, pur essendo i successivi albums degne prosecuzioni delle prove citate. 

Willie è tornato qualche mese fa con un progetto linfatico fatto di solo piano, voce e qualche ritocco strumentale a corde: la liricità prende il sopravvento in If I was a river, richiamando la poetica di Streets of New York, quella dimensione personale, intima, che si esprime nella forma della recitazione-canto al condizionale (pensate come equivalente a San Diego Serenade di Waits):

If I was a river I'd carry you home
and roll you in my arms so you won't be alone
I would wash away your tears
I'd catch you down from the stone

If I was a mountain I'd stand by your side
I would be there in the dark, a place where you could hide
I would guard you from the storm, and my path would be your guide

If I was a forest I would bow down my head
I would stand back in the shadows and let go instead 
I would offer you some shade, I would offer you my bed


Pur essendoci vari temi e, nel complesso, una quantità di episodi musicalmente meno affascinanti rispetto al suo standard migliore, quello che viene ricalcato è uno stile ben preciso, coerente ed iconizzato, che non cede di un millimetro: essendo un disco che vive sullo stato intimo del cantautore il tutto è incentrato sulla ballata rock; con un Dylan in evidente affanno, Nile si impone con una serie di preziosi che vi consiglio di aggiungere ai suoi trofei: oltre alla title track, ci sono le "piccole" dichiarazioni di "I can't do crazy (anymore)" e "The one you used to love". 



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