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martedì 6 gennaio 2015

Poche note sul jazz italiano: assetti artificiali umanizzati


Nei percorsi moderni dell'elettronica non sembra esserci spazio per operazioni retrograde o imparentate con elementi che non sono più riconoscibili come tali nell'economia delle espressioni: il progetto del duo Adiabatic Invariants, formato da Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis si proietta in controtendenza nell'attuale panorama sonoro: l'esperimento sta nel combaciare una certa aderenza ad impostazioni primitiviste di Gazzi (percussionista dal linguaggio delle origini), con l'incartamento informatico moderno dell'uomo effettuato da Markidis, quello che trae vita dalle manipolazioni al computer di suoni o voci di determinate entità (elaborazioni in tempo reale tramite CSound o altri software di programmazione audio, spezzoni radio, ricostruzioni vocali incontrollate e subliminali che rimandano ai feedback strumentali). Mentre Gazzi si considera un improvvisatore derivato dallo sguardo profondo infuso al free jazz, Markidis è un folgorato delle relazioni tra scienza ed arte già innescate da Xenakis e Curtis Roads in odore di creazione di algoritmi da utilizzarsi per la composizione al computer. Il titolo del cd venuto fuori da questo connubio, "HKPD", nasconde per abbreviazione e per sintesi gli scopi del progetto: Hybrid Kit and Pure Data delinea un set percussivo specifico e dei linguaggi informatici altrettanto specifici. Di Gazzi può colpire la ferrea volontà di dare alle percussioni una tinta particolare tra le tante, oltre alle modalità con cui le suona restando inginocchiato a terra quasi attratto da una forza magnetica invisibile (vedi qui), mentre con Markidis si potrebbe entrare in una sorta di fredda impostazione informatica, di quelle che siamo soliti scoprire in molta musica del genere che si impantana emotivamente di fronte a tentativi del tutto accademici, tesi ad esplorare nuovi concetti. Sia il primitivismo di Gazzi che l'empasse informatico di Markidis, se presi separatamente, non portano certamente nuovi concetti del contendere ma ne costruiscono uno superiore, ossia quello derivante dall'interazione degli intenti. Le teorie su società del passato permeate di ben altri parametri è argomento che in musica è stato già ampiamente trattato e in varie discussioni di genere; non solo Stravinsky e le Sacre du Printemps o tutti i compositori vicini al pensiero del rito (tra cui si annoverano oltre ai minimalisti, anche i dimenticati musicisti elettronici specializzati nella tribalità), ma anche e sopratutto i veri riferimenti nella scala dei modelli interpretativi di Gazzi, ossia quell'avvicinamento all'uso psicofisiologico di percussioni e sonagli, un impulso che provenne dall'esperienza di Malachi Favors e degli Art Ensemble of Chicago. Per quanto riguarda, invece, Markidis i riferimenti più intimi al live electronics di tanta letteratura passata rischia di offuscare la vorace fame di integrazione di elementi utilizzati che contraddistingue la sua personalità: nei momenti migliori la frammentazione e la ricomposizione di essi sono sincroni al ritmo vitale (senso confusionale, pausa di attesa seguita da evento improvviso, sostanziato in ritorni vocali preimpostati), ossia funzionali al senso che si vuole offrire negli anfratti di quest'attività di elettronica live.
"HKPD" ha una particolarità che lo separa dalla presunzione, da un esercizio freddo di ricomposizione, e sta nel fatto che mentre il nostro cervello si prepara adeguatamente ad un "contrasto", viene in realtà sorpreso da un "connubio": l'evocazione di un tam tam o di un sonaglio si abbina a campionamenti di suoni che ne seguono gli intenti e viceversa. Pur non essendoci alcuna perdita di individualità, antico e super-moderno riescono a convivere, donando alla musica nel suo assieme un'implementazione rafforzativa del suo carattere. Come affermato in Parma Jazz Frontiere 2014, "....questo duo dimostra, come la poesia della musica sia tutt'altro che minacciata dalla tecnologia...": due anime della civiltà (il suo passato e il suo futuro) che lavorano assieme. Un segno premonitore di una diversa visione della società artificiale?




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