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mercoledì 28 gennaio 2015

Jason Lescalleet nelle fabbriche dei rumori


Jason Lescalleet è un musicista del Maine che fa parte di una delle correnti più forbite dell'avanguardia musicale: la base di partenza è l'elettronica eseguita con le "macchine" di un tempo, quelle che riproducono suoni attraverso nastri, bobine o segnali di frequenza, con una particolare ascendenza alla creazione di rumore. Con molta approssimazione si potrebbe dire che si tratta di improvvisazione libera con noise, una particolarità sonora che da tempo viene coltivata in ristretti poli geografici del mondo e che costituisce il naturale allungamento, in termini di sperimentazione, di una serie di influenze decisamente ragguardevoli: qui convergono la musica concreta, le realizzazioni pazientose di Eliane Radigue, le suites di avvicinamento tra improvvisazione e composizione degli AMM di Cornelius Cardew e Keith Rowe, la stessa composizione elettronica, i Pink Floyd di Meddle, le incursioni nel drone, nel feedback e nel suono pressante dell'Onkyo movement. 
La passione di Lescalleet verso un tipo di strumentazione elettronica prevalentemente tradizionale, nonché verso il vinile, le cassette, i piccoli formati e l'estemporaneità delle produzioni, rivelano un gusto per l'antico che è agli antipodi con il sistema di mezzi profuso dagli attuali musicisti elettronici, incartati davanti al computer e alle sue asperità: chiamatela come volete, ma quella di Lescalleet è probabilmente una nostalgica e silenziosa presa di posizione contro le attuali pratiche musicali dell'elettronica. Lescalleet, come d'altronde altri musicisti con lo stesso dettaglio musicale rumoristico (Dilloway, Block, Colley, Drumm, Lambkin, etc.), ha creato senza molti dispendi di forze una label (nel caso di Jason l'etichetta è la Glistening Examples) che è espressione di un volersi distinguere da quello che la musica di un certo tipo vuole rappresentare: tutti gli attori dell'elettronica puntano sui suoni, ma puntare sui suoni è solo uno degli scopi di Lescalleet, perché il fine ben più ampio è la volontà di personalizzare le sonorità e renderle vive ed attraenti per qualsiasi ascoltatore sotto l'ombrello di un'esibizione. E' qualcosa che forse può essere condiviso con le prerogative di un visual artist, ma che può essere negli intenti senz'altro parametrato sulla musica, beninteso con tutte le insidie del caso, perché si tratta pur sempre di attività sperimentale e come tale soggetta anche a potenziali flop non desiderabili. 
Il problema dell'incomprensione di gran parte dell'elettronica o dell'elettroacustica passata attraverso le nostre orecchie sta nel carico psicologico che riesce a creare e che deve essere decifrato; tale considerazione ritorna sic et simpliciter quando si passa alla produzione di rumore. Uno dei più riusciti tentativi di sistemare filosoficamente la materia del noise fu fatta da Jacques Attali, che nei suoi saggi cercò di dare una spiegazione del rumore addentrata nella storia e nel carattere subdolo delle sue infiltrazioni. "....With noise is born disorder and its opposite: the world. With music is born power and its opposite: subversion. In noise can be read the codes of life, the relations among men....",  "...an exchange between bodies-through work, not through objects. This constitutes the most fundamental subversion we have outlined: to stockpile wealth no longer, to transcend it, to play for the other and by the other, to exchange the noises of bodies, to hear the noises of others in exchange for one's own, to create, in common, the code within which communication will take place.. ...Any noise, when two people decide to invest their imaginary and their desire in it, becomes a potential relationship, future order..." (Jacques Attali, Noise, The Politic economy of music, Minnesota Univ. 1985).
Seguendo la filosofia del risultato utile per la musica, anche il noise può essere annoverato tra quelle sonorità che devono essere giudicate in funzione di una loro capacità emotiva: c'è stato nel tempo un grande fascino e rapimento nei confronti delle teorie del rumore, che in cento anni circa hanno costruito un territorio di tutto rispetto (c'è una storia lunga che parte da Russolo e Marinetti ed arriva fino a Ikeda), ed in sostanza il lavoro di Lescalleet è quello di mettere assieme diversi tasselli anche apparentemente lontani tra loro. I recenti puzzle tellurici edificati dal musicista americano dimostrano una sempre più maggiore maturità ed identità nel raggiungere un risultato discriminante: ascoltando "Popeth" (con Aaron Dilloway), "The Abyss" (con Kevin Drumm) o i dettagli dei più autobiografici volumi dei "This is what I do" (tra i quali scoprire eventi indelebili come le scariche elettriche premonitrici di "Western Net" o il subdolo remake di "Autumn leaves") , si può certamente affermare che girare manopole, tirar via loops sferzati di un registratore o sfruttare l'acustica di una stanza, è attività che richiede pratica al servizio della creatività e soprattutto comporta sapienza nello stimolare silenzi e rumori. 



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