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giovedì 8 gennaio 2015

French Music and Jazz in conversation


Se è molto probabile che nell'ambito del mondo universitario esistano tesi relative ai rapporti tra la musica classica e il jazz, è in quello bibliografico che manca un'organicità degli argomenti, da sempre sparsi in contributi effettuati su riviste specializzate o presenti trasversalmente in pubblicazioni nate per affrontare tematiche parallele. Qualcuno oggi può obiettare che quello dei legami tra classica e jazz del primo novecento è un tema semplice e piuttosto sviscerato singolarmente nei saggi critici e musicali che si sono succeduti nel tempo, anche e principalmente per opera delle eminenti personalità artistiche che hanno composto quel tema; il primo novecento è epoca in cui si può cominciare a parlare del jazz come entità autonoma della riflessione accademica. Come già espresso in altre occasioni, esiste un'inspiegabile denigrazione dei rapporti tra classica e jazz quando il pensiero cade sulle novità che composizione post-Darmstadt e improvvisazione libera del secondo novecento hanno apportato ai quei rapporti: tale materia, che dovrebbe passare attraverso le difficoltà della critica di accettare ed ampliare il proprio raggio d'azione, è ancora piuttosto immacolata; in attesa che il grosso ritardo venga colmato in qualche modo, lo sguardo ritorna sempre indietro; in termini di riscontro commerciale, la musica che ha usufruito di uno degli abbinamenti più riusciti della storia musicale è tuttora ben viva e ricordata e forse suscettibile di considerazioni più approfondite di quelle in possesso della letteratura musicale.
La ricercatrice dell'Università di Birmingham, Deborah Mawer, si è cimentata con questo embrionale tentativo di mettere assieme, in sede editoriale ed in maniera ufficiale, gli argomenti di raccordo che stanno nella nascita di un pensiero accademico volto al favore del jazz, stilando "French Music and Jazz in conversation": from Debussy to Brubeck", un libro in cui organizza in maniera ordinata tutti i principali interventi sulla contiguità tra la classica francese post-Debussy e il jazz, sparsi in scritti di autorevoli commentatori che hanno espresso pareri, similitudini o agganci alla realtà storico-sociale, tra la musica afro-americana e la composizione classica francese, responsabile del legame primordiale della musica classica con il jazz. Quel legame coinvolge la musica degli impressionisti e neoclassicisti francesi e di coloro che per qualche motivo ne condividevano il pensiero (si pensi alle indicazioni sottaciute e palesi della musica di Stravinsky), ma la Mawer si preoccupa di impostare le sue considerazioni cercando di evidenziare anche i contributi reciproci dei due generi ed innescando inconsciamente così una sorta di scala di valori delle innovazioni presentate.
Dopo una parte iniziale critica ed attualizzata alla discussione delle fonti, la Mawer si focalizza sulle composizioni "vergine" che hanno dato vita ai primi connubi, citando nomi importanti, luoghi e veloci interpretazioni del pensiero altrui: la forma scelta per l'illustrazione dei temi è quella di presentare l'operato specifico dei pionieri Debussy, del gruppo dei Six, di Ravel da una parte, e di Ellington e Gershwin dall'altra, fornendo continui punti di collegamento tra musiche e dimostrando con case studies le relazioni esposte. Particolarmente importante è il valore destinato alla gestazione e all'impianto critico di La Création du Monde di Milhaud (che viene analizzato sviluppando i vari testi che il compositore francese aveva pubblicato su varie riviste dell'epoca), nonchè alle teorie talvolta ritenute contrastanti di Ravel. (qui il riferimento è al Take Jazz Seriously, un'articolo che il francese scrisse su Musical Digest nel 1928); diametralmente le connessioni del jazz alla musica classica francese (con un inevitabile riferimento anche alla stagione classica europea condotta da Chopin), vengono sviscerate con capitoli dedicati agli arrangiamenti di Hylton, alle teorie modali di Russell e Evans (anche qui con case studies che colgono agganci ai Catalogue d'Oiseaux di Messiaen), nonchè con una parte finale interamente dedicata a Brubeck e ad uno dei più sentiti ed incommensurabili saggi dell'americano "Jazz's evolvement as art form" su Down Beat nel gennaio del 1950 (attraente ed in tema la foto di copertina del libro che ritrae il giovanissimo pianista Dave meravigliosamente controllato sullo sfondo dallo sguardo del suo maestro, un Milhaud compiaciuto).
"French music and jazz in conversation" si dimostra serrato nel suo incedere, molto spesso oggetto di estensione critica di saggi già conosciuti, lasciando un pò in disparte quelli di altri compositori o saggisti autorevoli (penso a quello di Schuller per esempio), in uno stile sinteticamente analitico. Si può discutere su qualche prospettiva non particolarmente delineata, ma come primo tentativo di assemblare la materia può costituire una validissima e autorevole fonte di spunto per ulteriori trattazioni dell'argomento.

Libro in lingua inglese - Cambridge University Press

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