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domenica 18 gennaio 2015

Alio Die: Holographic Codex


E' curioso come sia disgiunta la valutazione sulla musica di un'artista a seconda del grado di affetto verso quella parte dei suoni generalmente accettati: coloro che si adeguano anche mentalmente ai canoni di un genere di solito fanno fatica a riconoscere immediatamente le diversità profuse dai musicisti nella propria carriera. Il problema è che ne risentono in maniera inevitabile tutte le fonti di diffusioni: in quasi tutti i siti musicali specifici (web magazine ufficiali, blog, recensioni delle labels, etc.) vengono evidenziati i caratteri comuni di quel genere musicale, soddisfando una instancabile esigenza di costruire nuovo repertorio che poi non ricorderà nessuno (o meglio si ricorderanno solo i pionieri); questo è quanto si può nutrire nel pensiero in merito all'inchiostro reperibile sulla rete circa Stefano Musso, in arte Alio Die, musicista elettronico dell'ambient music italiana, che si pose subito come riferimento del nostro paese, già agli inizi dei novanta.
Inserito nella cerchia dei migliori ed internazionalizzati musicisti del settore, Alio Die diede alle stampe un notevolissimo esordio "Sit tibi Terra Levis", che lo distingueva dai big del settore per il suo evidente e particolare calarsi nelle pieghe psicologiche della musica: stati oscuri, textures strumentali curate e lontane dal cestinabile, Alio Die nutriva un'evidente passione per l'arcano, la situazione concreta, per l'arte e la natura che dovevano essere rappresentate nella sua musica: è questo il motivo per cui essa si è rivestita spesso di field recordings naturalistici (un'aspetto niente affatto scontato dell'ambient music tradizionale), di zithers e suoni orientali (ma opportunamente non sbilanciati verso un prevedibile respiro spirituale raccontato dalla musica), di slanci corali rivisitati in una cornice ambientalistica (deliberatamente modernizzati). D'altronde, come in tutte le discografie che si rispettino, il musicista milanese è stato un crescendo di registrazioni (complice anche il basso costo di esse e il fatto di avere una propria etichetta, la Hic Sunt Leones) che hanno sostanzialmente replicato quel messaggio: nel tempo si è fatta avanti una certe verve spirituale, una propensione maggiore all'uso del drone, restando comunque quasi sempre in lui una dimensione oscura, quasi volta a scovare i retroscena dei temi.
Sono molto in disaccordo con le prospettive discografiche di coloro che si sono presi la responsabilità di ascoltarlo e in qualche modo di definire la sua musica: al riguardo vorrei sottolineare come di Alio Die si sia sopravvalutato l'aspetto tecnologico (valido ma che ha nutrito sonorità non nuove) e si sia sottovalutato l'importanza del musicista scopritore e garante di una scena di piccoli artigiani italiani del suono per lo più sconosciuti: con i suoi cds e la sua maggiore popolarità, Musso ha dato una chance in termini di visibilità a tanti inediti musicisti imparentati con le sue virtù (elettronici, visual arts, naturalisti, teatrali, terapisti, etc.) che non l'avrebbero avuta altrimenti. Si pensi ad Antonio Testa, Mariolina Zitta, Amelia Cuni, il gruppo di Festina Lente (in cui trovare il pianista preparato Michele Breida e Francesco Paladino), Luciano Daini, gli Aglaia di Gino Fioravanti e Gianluigi Toso ed altri ancora, in alcuni casi confezionando eccellenti esibizioni come nel caso del "Il sogno di un piano veneziano a Parigi" o di "Sol Niger", con due desaparecidos come Massimo Iadarola e Gianfranco Cualbu. 
E' alla luce di questa considerazione che va inquadrata l'electronic music di Alio Die, poichè non v'è dubbio che di fronte alla qualità evocativa complessivamente ricavabile dalla sua musica, vadano evidenziati quei picchi di creatività che sono stati utili (nei limiti del possibile) ad uscire fuori dai canoni di una splendente normalità. La tiratura limitata che accompagna "Holographic Codex", esperienza di lavoro effettuata con Lorenzo Montanà, musicista e produttore, collaboratore in più riprese di Pete Namlook nella creazione dei "Labyrinth", ripropone quel raffinato rapporto di textures e drone sounds, infarcite di blando esoterismo e di quella trance cosmica che funziona quasi sempre nel sollecitare le emozioni, sebbene faccia parte delle realtà piuttosto conosciute dell'ambient music.



Qualche consiglio discografico: (tutti Hic Sunt Leones, tranne dove indicato)

-Sit Tibi Terra Levis, 1993
-Suspended feathers, Aqua 1996
-Fissures (con Robert Rich), Fathom 1997
-The hidden spring, Crowd Control Activities, 1998
-Password for entheogenic experience, 1998
-Incantamento, 2000
-Sol Niger, 2004
-Il sogno di un piano veneziano a Parigi, 2005
-Raag drone theory (con Zeit), 2007
-Tempus rei, 2008
-Aura seminalis, 2008
-La sala dei cristalli (con Mariolina Zitta), 2010


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