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sabato 13 dicembre 2014

L'orecchio invisibile di John Butcher


Sembra che il 60-enne sassofonista inglese John Butcher sfugga a qualsiasi definizione del vero contorno della sua musica; dopo aver abbandonato la fisica, Butcher seguì le orme dell'improvvisazione inglese di Parker e Bailey, restandone affascinato ma seguendo, tuttavia, un percorso originale e diverso nelle forme dei due grandi inglesi, perché gli obiettivi di Butcher erano leggermente diversi: rispetto alle operazioni frammentate profuse con il sostegno della respirazione circolare di Parker, Butcher mostrava un interesse più immediato per le forme armoniche dei suoni: la sperimentazione basata su overtoni e microtoni del sassofono, le possibilità rinvenibili da un assemblaggio dei suoni in modalità multitraccia, che tenesse conto di più strumenti a fiato, la soggettiva realtà degli overdubbs o sovraincisioni, sono sempre stati i materiali del suo lavoro. Il suo primo solo "13 Friendly Numbers" raccolse tutte le sue esperienze in questo settore esulando dall'asetticità della proposta, conquistando un primato nella composizione istantanea di suoni dissonanti ma suscettibili di meritare sempre attenzione; fu qualcosa che nel 1991 confermò come un improvvisatore poteva guadagnarsi dei meriti simili a quelli faticosamente cercati da un compositore classico-contemporaneo. Inoltre piaceva molto anche ai jazzisti più tradizionali, poiché spesso partiva da un'intuizione squisitamente imparentata con l'improvvisazione jazz. Dopo aver approfondito subliminali sensazioni divise tra alcuni importantissimi albums solistici (sopra una spanna dalla media dei suoi lavori si trovano "London & Cologne", elaborate registrazioni del '96 e "Fixations 14", che raccoglie improvvisazioni effettuate tra il '97 e il 2000) e parecchie collaborazioni con alcuni musicisti a lui congeniali ma che ormai rientravano nel giro dei musicisti "spolverati" di fine secolo (oltre a Bailey, il violinista Phil Durrant, il pianista tedesco Georg Grawe, etc.), ad inizio di nuovo secolo si dedicò in maniera proficua al tema del movimento e della spazialità in musica. Quello che una volta veniva suonato e deciso nelle anguste strettoie di un locale o di uno studio mobile di registrazione, stavolta meritava di essere approfondito negli spazi aperti, risonanti, dei più vari, così come già Evan Parker aveva cominciato a fare nei teatri o nei luoghi da deep listening: gli spazi acustici del museo dell'Ota Stone Mountain in Giappone diedero vita alle interessanti registrazioni di "Cavern with nightlife", così come grotte, mausolei o i depositi di stoccaggio dei combustibili divennero le sedi nobilitate a ricevere le registrazioni di "Resonant spaces". Dal punto di vista discografico Butcher è tornato a rappresentare gli spazi acustici solo due anni fa con "Bell trove spools", inciso tra la Dan Flavin Gallery di Houston e la Issue Project Room di Brooklyn. 
Molto viene rimproverato al sassofonista sulla ordinarietà dei progetti in gruppo, responsabili di aver anche dilatato senza profitto la produzione discografica: su quest'aspetto probabilmente andrebbero fatti dei distinguo, poiché di tutt'altra levatura sono state le collaborazioni che hanno condensato il suo stile con quello dei partecipanti senza percorrere i soliti sentieri dell'improvvisazione libera: mi riferisco a quelle con John Tilbury (nel trio di "Trinity" con Prevost o nel recente "Exta" con Thomas Lehn ai synths), all'esperienza elettroacustica fatta con Masaoka e Robair in "Guerrilla Mosaics"; all'inusuale arricchimento acustico sempre con Robair nel progetto Apophonics ("Apophenia e "On Air"), la comunicazione stabilita con l'Ongaku sound ed in particolare con Toshimaru Nakamura e il suo no-input mixing board.  
Butcher ci tiene anche a sottolineare i risvolti del futuro, indirizzandoci verso le sonorità ricavate assieme all'arpista Rhodri Davies, nei territori campestri di "Routing Lynn" nel nord dell'Inghilterra, un espediente che mostra un certo interesse per il playback ottenuto da campi sonori esterni. Artista colto e raffinato nello stile sia al tenore che al soprano, Butcher ha sempre dichiarato di guardare con sospetto il mondo della free improvisation nelle sue linee essenziali, così come ha sostanzialmente abolito dalla mente il jazz tradizionale: la sua formula si è basata su una nuova tipologia di espressione, basata sul carattere astratto ed attento dei suoni, una piacevole ipnosi sonora sparsa su tutte le tecniche, abili a donare ai suoni così ottenuti una loro identità e soprattutto facendo leva su un'indiretta prospettiva contemporanea tutta da studiare. In breve, un orecchio che scruta invisibile.

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