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sabato 13 dicembre 2014

La musica presso la corte di Enrico VIII

La figura del sovrano Enrico VIII è significativa non solo per aver delineato la famosa frattura o scisma con il clero nel 1534, ma anche per aver scomposto probabilmente due periodi della musica inglese secondo nuove abitudini: le arti, e particolarmente quella musicale, divennero passibili di essere sostenute. Enrico VIII fu egli stesso un musicista che amava la musica tanto da far condannare una delle sue mogli che era sprovvista della giusta sensibilità verso il mondo delle arti. 
Tuttavia si tratta di una significatività in negativo e c'è un evidente conflitto o anomalia nel suo comportamento, poiché il re si preoccupò, sotto le mentite spoglie di una novella formazione clericale in terra d'Inghilterra, di confiscare i monasteri cattolici, nonché di distruggere con la forza qualsiasi testimonianza musicale contraria o a sostegno della liturgia espressa in latino. Non fu certamente un tentativo di imitare il carattere protestante di Lutero, quanto un vero e proprio atto di arroganza che, purtroppo, colpì anche quella cultura che lui dichiarava di amare. Gran parte della musica fatta nelle sontuose cattedrali o cappelle inglesi nel periodo pressapoco ricadente tra il 1400 e il 1530, fu irrimediabilmente persa in questa ignobile restaurazione, e quello che rimane come testimonianza storica della musica rinascimentale inglese, è veramente poco: ci sono alcuni manoscritti medievali (utili per inquadrare la valenza di compositori come Dunstable), naturalmente ci sono i manoscritti delle composizioni di Enrico, così come grazie ai buoni rapporti con il sovrano si rese possibile la conservazione di alcune opere di uno dei suoi favoriti, Robert Fayrfax (1464-1521), opere che sono state riportate al loro splendore naturale dal Cardinall's Musick in una registrazione di qualche tempo fa; Fayrfax, la cui credibilità storica è avvalorata dal Caius Choirbook (compilato nella seconda fase espansiva della sacralità rinascimentale inglese)*, viene inquadrato in una figura di paternità della modernità della musica sacra inglese (molti ritengono che abbia impresso lo stile di Tallis e Taverner), ma in verità, come sempre succede nella storia, la diffusione sincronizzata in tutta l'Inghilterra dello stile monarchico tudoriano era probabilmente una tendenza consolidata. La musica di Enrico VIII è stata oggetto di registrazione discografica in più riprese, in compilazioni in cui apparivano oltre a brani corali, anche brani solo strumentali e/o con voci che ritraevano gli aspetti profani e non religiosi dell'epoca, anche perché Enrico si serviva di un fantomatico potere spirituale per proclamare il suo comando. Stranamente Enrico favorì alla sua corte gli scambi professionali con quelli che riteneva i migliori compositori dell'epoca, inserendo qualcuno stabilmente anche a corte. La migliore rappresentazione di questa subdola situazione storica fatta di un apparente mecenatismo nei confronti delle arti musicali è forse "Henry's music: motets from a Royal Choirbook" del gruppo a cappella degli Alamire, che riprende molte composizioni del re tratte da un manoscritto donato a lui da un anonimo benefattore germanico.
Un altro libro, ampiamente documentato in una splendida confezione di 5 cds, è l'Eton Choirbook, la più fedele ed ampia testimonianza della musica sacra inglese rinascimentale. E' in questo libro che si trovano le composizioni religiose che l'Hilliard Ensemble ha inciso nel nuovo cd per la Ecm "Transeamus" che dalle parole del controtenore David James si preannuncia come la loro ultima registrazione in studio. "Transeamus" contiene il ricordo di personaggi misconosciuti ed essenziali come John Plummer (1410-1483), William Cornysh (1468-1523), Walter Lambe (1450- a. 1499) e, seguendo indizi festivi, di tanti anonimi richiamati dai canti carol. L'Hilliard Ensemble si era già occupato del periodo indicato in un precedente cd del '97 intitolato "Medieval English Music" per Music d'Aborde, in cui però confluivano composizioni per lo più differenti. In "Transeamus" vi è un rispetto per la musica che non si fonda su una selezione rigorosa delle composizioni incentrata sulla verbalità latina; l'equa condensazione con il canto polifonico in lingua inglese, frutto dell'inserimento di carols corali dell'epoca opportunamente armonizzati, rivendica la territorialità della proposta e la loro piena emancipazione dai modelli francesi ed italiani, ma forse, la lega con la canzone popolare abbassa la qualità della ricostruzione. 
Riguardo alle capacità di Enrico VIII non vi sono elementi che fanno pensare ad una grande figura nel campo musicale e per le motivazioni prima citate, sono dubbioso sulle qualità creative non indotte dalle figure di cui si circondava. Tuttavia durante il suo regno, l'Inghilterra portò a maturazione una delle più intriganti realtà musicali di sempre, con musicisti e compositori preparati (anche ben pagati), che erano coscienti di aver impresso la massima varietà possibile alla musica del loro tempo.


Nota:
*La nascente sacralità inglese dell'inizio del 1400 basava la propria coralità su una polifonia imperniata tutto sull'armonia semplice delle voci (Hygon, Horwood, etc.), senza canto imitativo e canto firmus, circostanza che venne presa in considerazione intorno al 1490  da Browne e Lamb, che molto presto lasciarono posto ad una coralità fatta solo di imitazioni, resa celebre dall'interpolazione di Fayrfax e Cornysh.


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