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venerdì 12 dicembre 2014

Jeremiah Cymerman

Jeremiah Cymerman si è dato molto da fare per promuovere la sua musica e la sua label nuova di zecca. Quanto alla musica quest'anno gran parte delle riviste specializzate gli hanno dedicato articoli ed interviste, mentre la sua etichetta discografica, la 5049 Records, ha già espulso i suoi primi 4 capitoli. Non c'è dubbio che Jeremiah si ponga come una fonte di novità per il settore dell'improvvisazione libera: clarinettista 32enne, cresciuto nell'ambiente downtown di Zorn, Cymerman si pone negli ambiti di ricerca che incrociano trasversalmente le proposte musicali della free improvisation con la sperimentazione acustica: per l'etichetta newyorchese della Tzadik, Cymerman ha già registrato un paio di cds, ossia In Memory of the labyrinth system nel 2008 e Fire Sign nel 2011, a cui la critica ha mostrato un tiepido interesse. Sebbene siano clarinettisti diametralmente opposti, Cymerman condivide l'amore per la ricerca alla stessa maniera di un Ned Rothenberg. Il clarinettista rimanda a tutto e sperimenta di tutto; passa da droni in camicia simil-raga a cacofonici suoni/rumori che provengono da un frequente uso di pedaliere attaccate allo strumento o di un tool di effetti di elettronica. Fin qui sembra tutto normale, artisti con queste caratteristiche certamente non mancano, ma la novità di Cymerman sta probabilmente nella cura con cui inquadra il suo pensiero, una circostanza ben riscontrabile nel prodotto finito, il frutto di un'esibizione pazientemente pensata nelle sue manipolazioni anche in fase di post-produzione.
Sebbene dalle interviste e da una buona parte della sua musica emerga una personalità assolutamente buia e in un certo senso terrificante (sembra essere un'amante delle sepolture, della follia e delle situazioni difficili), Cymerman si è posto saggiamente in una zona franca dell'improvvisazione, ossia tra quella tradizionalmente votata alle tecniche di estensione (dalla quale ricava droni, rimembranze armoniche tibetane o microtonalità) e e quella dei rumori, tagli, samples di elettronica (un pò vicina a quella platea di musicisti che si muove nei confini ibridi della cultura del rumore) e lo fa nei migliori dei modi, poichè il binomio in questione, come capite bene, non è affatto semplice.
In Sky Burial ha teorizzato una nuova dimensione di libertà improvvisativa, quella vicina alle oscurità, prendendo spunto anche da artisti dell'ambientazione dark come Basinski; Cymerman fa cose che fanno sembrare il suo clarinetto un alieno in terra di nessuno (per una prima idea vedi questa esibizione) e la sensazione è che ci possa fare assorbire noi tutti dall'amplificazione dei suoni stessi. Naturalmente Cymerman non è musicista che suona sempre solo: le sue collaborazioni sono preziose dimostrazioni che cercano di intersecare le varietà stilistiche nel nebuloso mondo dell'improvvisazione libera: da una parte egli ha messo su un trio composto da un inedito connubio tra clarinetto, violoncello e batteria con Christopher Hoffman e Brian Chase. tutti impegnati nella scoperta di suoni casuali coperti dalla risonanza (una implementazione parziale del suo secondo solo Purification/Dissolution); dall'altra ha convissuto più volte con gente come Eisenstadt, Blancarte, Kulik, ma il coraggio si è fatto sempre più grande tanto da richiamare in causa in un trio le maestose personalità di Evan Parker e Nate Wooley. "World of objects" è un concerto del 2013 dei tre, accuratamente trattato in fase in post-produzione in cui si respira un'atmosfera torbida ma assolutamente necessaria da verificare per l'evocatività delle sue "serpentine" sonore miste ad effetti di feedbacks.
La musica di Cymerman solleva un grosso e annoso quesito, ossia quello di rappresentare una forma d'arte che cerca di scavare in suoni spauracchio o comunque narrativi di situazioni immaginative imparentate con l'ansia e la disperazione. Gran parte del mondo uditivo non riesce a dare uguale importanza a suoni che si conficcano come lame nel cervello e nel corpo, dimenticando che anche questo modo di esprimersi è arte e creatività: la vera piaga oggi è il tipo di educazione musicale che si vuole impartire, che è ancora fermo ad una visione della musica fatta per l'emotività inconscia e non per una sua saldatura con le reti neurali dell'intelletto.

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