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mercoledì 3 dicembre 2014

All the madmen: il lato oscuro del rock britannico


Pubblicato due anni fa in Inghilterra per la Constable nel 2012, il libro di Clinton Heylin, "All the madmen" viene con celerità tradotto in italiano grazie alla Odoya con una prefazione di Riccardo Bertoncelli. Si tratta di un volume (oltre 350 pagine) molto interessante sul tema della "pazzia" nel rock, concentrando l'analisi su musicisti e dischi che hanno avuto il loro maggior risalto nell'epoca degli acidi e dei travestimenti degli anni sessanta e settanta. 
Heylin è stato finora conosciuto come scrittore di biografie ed in particolare risulta essere uno dei maggiori biografi di Bob Dylan. Nondimeno la sua carriera ha avuto anche risvolti su temi diversi dalle biografie e probabilmente "All the madmen" risulta essere il miglior tentativo di abbinare la scrittura biografica alla ricostruzione di un tema generale che alle vicende storiche di un'artista o di un'epoca si riconduce. La validità del testo sta in una duplice ordine di considerazioni: da una parte fotografa con un linguaggio sciolto e semplice lo sfondo culturale e sensoriale dell'epoca, dall'altra centra (con una serie di collegamenti) un parco di artisti e soprattutto di albums che hanno fatto la storia del rock, anche solo prescindendo dall'intento schizofrenico. Heylin prende naturalmente in esame i prodromi della follia nella musica rock, inserendo inevitabilmente musicisti visibilmente imparentati con la pazzia come Syd Barrett, Peter Green o Nick Drake, ma tende a risaltare anche "elementi" folli negli atteggiamenti e nella musica di personaggi come Ray Davies dei Kinks, Pete Towshend degli Who o gran parte del Bowie pre-rivolta Berliniana. Mantenendo lo stile biografico che lo contraddistingue, Heylin fornisce gli accadimenti con dovizia di particolari esaltando il risultato finale, ossia la compilazione e l'accoglienza del disco; parecchi capolavori del passato scorrono in queste pagine con commenti centrati e notizie che rinfrescano la memoria: si va dagli elementi folli recuperati nelle famigerate opere rock messe in piedi dagli Who di "Tommy" o dai Pretty Things di "S.F. Sorrows", a quelli delle influenti prove musicali che Heylin intravede in dischi come i primi due di Barrett, nei dischi di Drake o nel solista di Green, così come importanti (anche in un quadro d'assieme) risultano i collegamenti ad albums come Astral Weeks di Van Morrison o Solid Air di John Martyn, fino ad arrivare alle prove progressive di Genesis e Pink Floyd; sarei invece dissenziente sul versante strettamente musicale per quel che riguarda il Bowie pre-Ziggy Stardust e post-Alladin Sane (su Bowie, Heylin si dilunga forse un pò troppo) o sulle capacità evocative di albums come Muswell Hillbillies dei Kinks. 
Il volume offre anche un capitolo dedicato all'excursus storico di quello che viene definito un "male tipicamente inglese" e tale lettura segnala come in realtà la pazzia fosse già presente nell'epoca giacobetana, quando Shakespeare si ispirava anche ad un ciclo di canzoni inglesi antiche su un certo Tom O'Bedlam, saggio "testimone di un mondo alla rovescia". L'analisi di Heylin cerca di chiudere un cerchio sulla figura rispettabile del folle e della sua frequente ricorrenza in Inghilterra citando come alcuni illustri autori della letteratura inglese abbiano rivestito uno status di pazzia molto spesso "riconosciuta" come caratterizzante della propria attività: tra gli esempi illustri William Blake, John Clare e Virginia Wolf.
Un libro come "All the madmen" può sembrare anacronistico specie se scaraventato ai giorni nostri; la realtà è invece che il tema della "follia" sta tornando prepotentemente alla ribalta in tutti i campi per sorreggere un'inesplicabile attività dell'uomo. Non sono solo gli slogans lanciati dai moderni personaggi creativi a richiamare i concetti (vedi il motto coniato da Steve Jobs, -Siate affamati, siate folli-), ma anche le attenzioni "mediche" che già da decenni vengono riservate alla creatività conseguenza della mente squilibrata (scientificamente il cervello di una persona creativa funziona allo stesso modo di quello di uno schizofrenico), alla pazzia inquadrata come esperienza "normale" dell'uomo da contrapporre alla realtà schiacciante e mediocre che si impone nella conformità dei comportamenti. Quei musicisti di cui si parla in "All the madmen" si trovavano in un eccezionale periodo, in cui la gioventù era protesa ad espandere intellettualmente i propri orizzonti (e uno dei mezzi per farlo era purtroppo anche l'uso delle sostanze stupefacenti), per cercare di scovare nuovi rapporti tra la razionalità e la pazzia e superare le prediche di Foucalt invise nella sua "Storia della follia nell'età classica" del 1961 in cui l'autore si sentiva in dovere di "......cercare di tornare, nella storia, a quel punto zero nel corso della pazzia nel quale essa è un'esperienza indifferenziata, un'esperienza di divisione non ancora divisa....L'uomo moderno non comunica più col pazzo, autorizzando pertanto un rapporto solo per mezzo dell'astratta universalità della malattia mentale...."



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