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sabato 29 novembre 2014

Suoni in bilico tra fantascienza e camere oscure


Per molto tempo siamo stati abituati a ricevere dalla musica un particolare genere di impulso quando si trattava di ottenere un riscontro narrativo adeguato: da qualche tempo però stiamo facendo i conti con un nuovo stadio descrittivo dei suoni che proviene da una loro geniale combinazione che si trova in molte forme musicali ritenute povere nell'offrire quella qualità. 
Il trombettista Peter Evans sta provando che le capacità narrative del jazz non sono affatto tramontate: con il suo quintetto (che si dimostra probabilmente l'esperimento più genuino tra quelli effettuati) riesce a trasmettere stati descrittivi che riepilogano situazioni scelte nella fitta rete letteraria: dopo "Ghosts" Peter ha preso in prestito il famoso racconto di fantascienza di Frank Herbert, per intitolare il suo nuovo lavoro, cercando di dargli dei connotati che potessero far pensare alle storie futuristiche in subdola motilità mentale. In "Destination: Void" si consuma una finzione scientifica che all'epoca della novella era qualcosa di irrealizzabile nel breve: oggi la creazione di intelligenza artificiale o ancor meglio la clonazione di esseri umani al servizio di menti sovrumane sembra essere una realtà a cui purtroppo dobbiamo già rivolgere lo sguardo e di cui non conosciamo la portata e le conseguenze. Il tetro Lachenmann ha da tempo teorizzato un postulato di questa teoria che si riscontra nell'annullamento dell'io compositivo e della personalità dei suoni. Aldilà delle critiche che si possono muovere a questa affermazione, non sono pochi i musicisti che hanno sposato la tesi dell'annientamento umano e quella della spersonalizzazione dei suoni in favori di quelli di oggetti da animare.
La tromba di Evans diventa allora un flusso ad intermittenza che segnala situazioni scientifiche con un gancio ben coadiuvato nell'elettronica di un esperto come Sam Pluta, con un pianista in forte debito di preparazione dello strumento come Ron Stabinsky e con una sezione ritmica destabilizzata (Tom Blancarte e Jim Black): in "12" si tributa Evan Parker cercando delle corrispondenze tra suoni e un'incontenibile attività enigmistica; "For Gary Ridstroem e Ben Burtt" richiami i principali sound designers della fantascienza cinematografica, così come le orbite sono il tema di "Make it so" in cui l'elettronica ed un jazz denaturato e frammentato lascia spazio ad aperture più "terrestri" che riportano un maggior equilibrio verso forme conosciute di free jazz. Sono comunque tentativi nobilissimi di aprire luci e studiare l'oscurità di certe configurazioni allo scopo di lasciare impronte, superare l'annichilimento stilistico di Lachenmann conoscendone le sue variabili.
Con le armi dei samples, attinti a brevi fonti d'ispirazione passeggere, si articola anche il primo cd solista del produttore norvegese Erik Honoré: "Heliographs" è un omaggio solo cartolare all'inventore della fotografia Joseph Niépce che studiò a lungo le camere oscure; nel senso rinnovato di Honoré le eliografie sono istantanee di vita, momenti che nella nostra vita sembrano insignificanti, ma che inconsciamente proiettano creatività ed ispirazione e ci aiutano a capire l'oscurità. In "Heliographs" tutto il lavoro produttivo (coadiuvato da un cast di musicisti nordici di eccezione) è teso all'atto dell'accenno, della sommessa presentazione degli argomenti, alla narrazione da "oracolo" (usando il termine di un capitolo della sua novella "Orakelveggen"), scoprendo un'unitarietà della proposta che ha pochi eguali nella sua forma e coerenza.

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