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domenica 16 novembre 2014

Stian Westerhus & Pale Horses


Uno dei meriti del pop/rock degli U2, il famoso gruppo di Bono e The Edge, è stato quello di aprire alcune prospettive musicali e canore: se quelle musicali sono state ampiamente trattate, di quelle canore se ne è fatto un parlare più moderato, forse anche alla luce delle modificazioni (chiamasi "resti") che la voce di Bono sembra attraversare al momento. Sulla scia di quel rinnovamento fatto di appariscente timbrica e calore umano si è formata un'intera generazione di musicisti (e di uomini) alternativa ai Doors, basata sul concetto di polivalenza e di speranza. Due le principali innovazioni dopo che la scia del buon fare degli U2 sfumò: la prima fu introdotta dai Radiohead, che però deviarono su percorsi solitari e nichilistici; l'altra venne dal mondo nordico grazie all'opera dei Sigur Ros, che addirittura demolirono il concetto del sperare, facendoci apprezzare una dimensione onirica pura, uno stordimento musicale e vocale che creava un nuovo tipo di "calore", ossia quello dell'equivalente emotivo del gelo. 
Stian Westerhus, uno dei più promettenti chitarristi norvegesi (vedi un mio profilo per una passata recensione qui), sembra essere un buon mediatore delle tendenze sopraccitate, in questa operazione per lui nuova nel campo del "rock", effettuata con un trio in cui sono altrettanto degni gli attori che lo costituiscono (Oystein Moen alle tastiere e Erland Dahlen alle percussioni). Prendendo spunto dall'ipnotismo e le volontà sperimentali delle sue invenzioni, Westerhus in "Malstroem" tocca vari lidi della rock music, lontani e recenti: se è innegabile che la magnifica esperienza della voce di Stian che si fa in Malstroem, paga un tributo all'intimità tutto fuoco del rock post anni ottanta (con un modello però assolutamente non vincolante), è anche vero che l'equilibrio sprigionato dal chitarrista norvegese assieme ai suoi soci intercetta una formula ancora più ampia che sistema pezzi dell'empasse drammatico (oltre agli U2 citerei anche gli echi delle personalità di Jim Morrison, Jeff Buckley e i Simple Minds del periodo Sparkle in the rain) con il prog-rock melodicamente sgrammaticato di Peter Hammill (nella versione Van Der Graaf Generator), con la folktronica dei Sweet Billy Pilgrim e probabilmente persino con le defunte tendenze del pop ipnagogico. Ma non è assolutamente un frullato senza sapore, di quelli che si trovano spesso in giro, perchè ha dalla sua parte la capacità di saper defluire le forme con una personale lente d'ingrandimento che mette a fuoco gli avvenimenti, gradatamente ed inesorabilmente. 
E' pleonastico ricordare come da tempo non riesca ad attribuire validità a molti dei corsi che il rock genericamente ha fornito in questi ultimi anni (anche dal settore indie): è un segnale che percepisco da ascoltatore ma che spesso è condiviso da molti nella mancanza di creatività della proposta; quella di Westerhus e dei Pale Horses si pone in via condizionale come qualcosa di profondamente significativo per il domani della musica integrata. Se cantare e suonare come se si fosse in una campana ovattata in ipnosi e con tanto di effetti moderni, è un percorso futuribile, allora "Malstroem" è degno di infilarsi in cima alla lista dei desideri.

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