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mercoledì 5 novembre 2014

Poche note sul jazz italiano: consapevolezza e bagliori

Nel jazz è impossibile non fare osservazioni sulla maturità degli artisti: è un bagaglio, inglobato nel tempo dall'esperienza, che fa le differenze. Il sassofonista soprano Gianni Mimmo e il trombettista Mirio Cosottini sono alcune delle personalità artistiche che possiedono quel dono, ma anche nelle nuove generazioni di musicisti è possibile già trovarle in quantità visibili.

Mirio Cosottini ha appena pubblicato un cd con il pianista Reinhard Gagel, intitolato "Pieces without memory", musica che condivide molti concetti sulla specialità del tipo di improvvisazione; sia che si tratti di strutture "emergenti" (quelle di Gagel), che di quelle "invarianti" (quelle di Cosottini), la direzionalità di esse sembra comune, poiché l'idea è di costruire dei pezzi non superiori a cinque minuti, densi di carattere e fascino in modo da far risaltare un intento condiviso proprio nell'improvvisazione. 
I "pezzi" o "strutture" di Gagel si intravedono come echi al piano: la parte pensosa e forse oscura del Debussy esatonale, il Ligeti degli studi pianistici ("Arezzo 2"), le impronte minimali (Berlin 9), il Feldman delle stoppature, la preparazione di note alla Cage e un synth pietrificato, anzi direi un distillato di synth; qualche volta sono sketches musicali, che in alcuni frangenti riproducono una sorta di segnali-radio che ricordano (con opportuno ed adeguato trasferimento nell'orbita dell'improvvisazione dei due musicisti) le sonorità informatiche di Ikeda.
I "pezzi" o "strutture" di Cosottini sono aperture che variano tra il frammentario e gli scatti timbrici; echi di una tromba New Orleans che si incrociano con un fraseggio free alla Dixon, una tromba che in alcuni momenti è sfinita, in altri costruisce un borbottio che sembra somigliare ad un motorino acceso. Mirio ricava un'immensa capacità lirica dal suo strumento, che si compone con poche note ben suonate e posizionate: è forse un nuovo alfabeto Morse dell'improvvisazione jazzistica, attualissimo, che si proietta nell'annichilimento del suono, dopo che esso ha svolto la sua funzione comunicativa. Non si tratta solo di tirare fuori dei suoni, ma anche di dargli una forma congeniale, un significato disperso apparentemente tra il mondo delle irregolarità e del complesso. 
Riprendersi l'essenza del suono con tutte le sue più vivide sfumature acustiche, questo è lo scopo di "Pieces without memory".


Il percorso sensorio effettuato da Gianni Mimmo assieme alla violinista Alison Blunt in "Lasting Ephemerals" si svolge nella cornice della chiesa di S. Leonard, Shoreditch, a Londra, un posto di cui vi ho già parlato a proposito di una registrazione di Francois Carrier: è sicuramente un luogo speciale per vari motivi, ma musicalmente quello più interessante è l'acustica che premia le pause e le risonanze dei musicisti. In "Lasting Ephemerals" i due musicisti ricorrono alla loro minuziosa preparazione di improvvisatori che si riflette sulla natura evolutiva dei suoni, trasmettendo percezioni pienamente risolte attraverso l'ingaggio dualistico. Per Gianni, questa innata capacità espressiva al soprano, non è certo una novità, ma in questo Lp a tiratura limitata fatto di lunghe tracce, forse mai come prima si avverte un fare prezioso, art music con notevole capacità narrativa. Specie nella title track potreste seguire storie letterarie: a me ha fatto venire in mente le vicende di Dorian Gray, sia per le surrogate atmosfere notturne dei rientri in casa, sia per le sorprese (puntellate da una intensità crescente degli strumenti) degli avvenimenti nell'abitazione. Una collaborazione di alto livello e, certamente, uno dei lavori più riusciti del sassofonista italiano di tutta la sua carriera.

La Amirani Records di Mimmo ha anche pubblicato i nuovi lavori di Luca Segala e Stefano Luigi Mangia.

Il cd del sassofonista Luca Segala, intitolato "Cloudriding", vede la compresenza di Paolo Botti alla viola, Riccardo Bianchi alla chitarra elettrica, Ferdinando Faraò alla batteria e The Mangialaso Rantzer al cb. Si tratta di un buon lavoro, con un impianto free bop di base ed una ferrea volontà di usare l'improvvisazione per liberare il potenziale nascosto nella natura percettiva dei suoni (così come sottolineato nelle note interne); ma in verità il jazz di Segala è molto più fruibile di quello che si pensa, con improvvisazioni ben congegnate, in cui il punto centrale è quello di trovare una convergenza consapevole dei suoni non necessariamente ascrivibili alla libera improvvisazione più accesa: non essendo estranei al bagaglio artistico dei partecipanti, si scoprono istinti newyorchesi dei settanta (con una prevalenza del Zorn delle operazioni meno sperimentali, più godibili ed esotiche), richiami alle orchestre post-bop e a Mingus, cameralità ed un approccio che cerca le sue carti vincenti non solo negli uomini e nell'improvvisazione corale, ma anche nei temi melodici. 

Stefano Luigi Mangia invece omaggia il John Cage della produzione vocale, con "John Cage CagExperience", in cui figurano alcuni brani del compositore americano dediti a quel settore. Si tratta di riproposizioni storiche e di altre meno note (un paio di brani tratti dal Songbook di Cage), tutte impostate sulla singola voce di Mangia e, laddove previsto, sugli effetti di elettronica di Gianni Lenoci.
L'"Aria" di Cage del 1958 (qui eseguita solo con l'apporto della propria voce) è una composizione notissima e molto battuta dai cantanti contemporanei: ha una storia particolare, direi anche avvincente, ed è stata eseguita per Cathy Berberian, in occasione della permanenza a Roma di Cage. Il compositore americano non aveva nessuna voglia di scrivere un pezzo convenzionale e invece pensava alle qualità della Berberian in funzione di quello che voleva raggiungere: si può certo affermare che un pezzo di storia della vocalità contemporanea è partito anche da questa Aria, in cui il canto non aveva più lo stesso significato. Mangia, in possesso di una splendida caratterizzazione del proprio impianto vocale, nè dà una versione nobilissima, così come è un piacere riascoltare la Experiences n. 2, per solo voice del 1948, scritta per le danze di Merce Cunningham.

In maniera quasi unanime la critica musicale jazz sottolinea che, negli ultimi anni, la principale e reale novità proveniente dal campo del jazz, sia quella fornita dalle evoluzioni geometrico-spettrali del sassofonista Steve Lehman e dal suo entourage di musicisti. In Italia i rappresentanti più illustri di questa tipologia di jazz è il XY Quartet, le cui fila sono tenute dal sassofonista contralto Nicola Fazzini e dal bassista Alessandro Fedrigo (basso acustico). Il quartetto è completato da Saverio Tasca al vibrafono e Luca Colussi alla batteria, appositamente integrati per conferire un'impronta più "progressiva" alla musica.
Quello del gioco di suoni ad incastro sembra essere una veste appropriata per descrivere il jazz del quartetto: il taglio e la ricomposizione di strutture musicali è da tempo una via per combattere l'ordinarietà del jazz di oggi a cui si tenta di aggiungere le scoperte "atonali" provenienti da campi lontani dallo spirito del jazz tradizionalmente inteso. Queste forme di jazz mancanti di geometria specifica, quasi serializzate nella loro integrazione, possono essere un buon antidoto a coloro che cercano di trovare armonicità a tutti i costi nella musica, magari ottenibili anche con approcci estemporanei. 
Il discorso portato avanti dall'XY Quartet in "XY", forse non affronta a piene mani la spettralità degli armonici su cui spesso si concentra la visuale di Lehman, ma coglie la stessa prospettiva di insieme e lo fa benissimo: prendete H2O, essa rappresenta bene lo scopo di fornire la sorpresa di un jazz "computerizzato", con suoni anomali, ripetuti ed incastrati come in un phasing: è qualcosa che incide non solo sul piano melodico ed armonico, ma anche su quello ritmico, non avendo mai la possibilità di definire un "momento". Una scelta modulare, personalissima.



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