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domenica 30 novembre 2014

Adriana Holszky e i suoi lavori all'organo


La carriera della compositrice di origine rumena ma trapiantata in Germania, Adriana Holszky (1953) è spesso riconosciuta nell'apporto profuso nel teatro musicale: dopo che Nono ne aveva lanciato una nuova e fruttuosa prospettiva che si distingueva dal concetto di opera (concetto che era ancora caro ai quei tempi a personaggi come Henze, che lo coltivano attivamente), i compositori avevano compreso che si erano aperti nuovi spazi su cui basare la loro creatività: la Holszky, ben conscia di affrontare una nuova realtà compositiva, si mise particolarmente in vista con "Tragodia -The invisible room" nel 1997, un lavoro innovativo per 18 musicisti, elettronica live e "impostazioni" teatrali: nello specifico si trattava di un set di musica e luci opportunamente manipolate, in cui non comparivano nè personaggi recitanti o parlanti, nè tanto meno si seguivano trame derivanti da testi letterari. "Tragoedia - The invisible room" diventava allora un paradosso che portava alle estreme conseguenze le teorie di Nono, perché non solo mancava qualsiasi aggancio alla semantica, ma il tema del dramma veniva affrontato attraverso una nuova percezione dell'ascoltatore, al quale si richiedeva di intuirlo attraverso l'espressività della musica, la variazione dei colori delle luci e le movimentazioni "ombra" dei personaggi. Tuttavia questi contributi se hanno magneticamente sollevato l'interesse nei teatri di tutto il mondo (invitando la Wergo a sistemare il lavoro svolto su un cd), hanno stranamente distratto l'attenzione per il resto della sua produzione. Un'interessante compilazione è stata redatta nel 2003 dalla Aulos Record in cui apprezzare le doti di scrittura della compositrice alla quale sembra che la critica specializzata abbia affibbiato capacità specifiche della contemporanea, riferendosi a caratteristiche come ansia, panico, mancanza assoluta d'impostazione. Un motivo che probabilmente non ha contribuito nemmeno ad una migliore comprensione della sua musica fuori dagli ambiti accademici. Oggi insegna al Mozarteum di Salisburgo e da tempo si impegna nel consegnare alla sua musica un ruolo specifico: si parla di spazio, tempo, materiali, sculture di suono, che sono concetti sui quali oggi comunque si corre il rischio della datazione. 
"Wie ein glasernes Meer, mit Feuer gemischt" raccoglie tre composizioni in cui l'organo è protagonista attraverso le figure di Dominik Susteck: questi lavori basati su un'esposizione decisamente alla ricerca di equilibri tra sensazioni forti e contrastanti, rivelano tutta la loro affascinante complessità quando l'organo viene messo di fronte all'altro strumento: "Efeu und Lichtfeld" (Ivi and Field of Light) mostra una sontuosa scrittura al violino (Sabine Akiko Ahrendt) che vibra come un infaticabile uccello che casualmente si posa in un avverso campo metereologico, così come "..und wieder Dunkel I (...And again darkness I) pone le percussioni in funzione di avvertimento (Jens Brulls) di fronte ad un enorme sottofondo spiazzante al limite dell'ansiolitico. Il pezzo si basa su frammenti di Ein Wort (A word), un poema di Gottfried Benn che qui riporto per la sua bellezza e per l'uso che vuol farne la compositrice attraverso la musica, un utilizzo attivo che non cerca commiserazioni o vuole festeggiare la "tragedia" dell'uomo, ma cerca nella movimentazione una scintilla che annulli il pensiero e colga intensamente gli attimi del suo decorso.

A word, a phase -: rising from ciphers,
recognized life, sudden meaning,
the sun stands still, the spheres are silent,
and everything condenses into it.

A word - a glow, a flight, a fire,
a burst of flame, a streak of stars,
and again darkness, awesome,
in the empty space around the world, and I.


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