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sabato 4 ottobre 2014

Poche note sul jazz italiano: alla ricerca di graduali attimi fuggenti


Uno degli errori della trasmissione televisiva di Stefano Bollani sui Raitre, stava nel fatto di dover affascinare con i soliti mezzi: Stefano dava delle belle lezioni di jazz, si invitavano musicisti piuttosto circoscritti nell'ambito dei gusti del pianista/conduttore del programma, ma in funzione educativa si ignoravano le prospettive più avanzate e meno percepibili (dicasi rischiose) dal pubblico. Non so se questo fosse voluto o totalmente ignorato dal bravissimo pianista italiano, sta di fatto che oggi non può più reggere la favoletta del jazz che "rilassa", perché da tempo si impongono altre strade. Di jazz di un certo tipo in Italia lo si trova a fiotti già da tempo e nessuna sembra interrogarsi sulle prospettive di integrazioni con generi colti o popolari. Quest'aria musicale tutta votata all'impressionismo era d'altronde ciò che Bollani sentiva in quel periodo, percosso da istanze latine canalizzate nel suo mainstream pianistico internazionalizzato: era scomparso il Bollani eclettico per dar posto ad un Bollani normalizzato. Il jazz in casa Ecm era raffinatissimo, ben congegnato, ma se qualcuno vi chiedeva chi stesse suonando, certamente i riferimenti potevano rivolgersi ad altri modelli stilistici. Il trio con i nordici della ritmica ha assorbito nelle prove adulte l'interesse di Stefano nei confronti del jazz nostalgico della Scandinavia (direi comunque di una parte delle istanze progressiste di quella regione) e quella nostalgia si è riversata anche in un'altra delle sue passioni musicali geografiche, quella carioca.
"Joy in spite of everything", ultimo cd per la Ecm, sembra poter ristabilire l'equilibrio stilistico: stavolta la collaborazione si estende a Mark Turner e Bill Frisell (oltre ai soliti fidati Jesper Bodilsen e Morten Lund): è nella seconda parte che il lavoro decolla, quando il melodismo diventa composito e Frisell dimostra tutta la sua empatia; negli spazi concessi ad un leader si comprende come Bollani, con un pizzico di attenzione in più, possa mettere assieme echi di Bill Evans e del volo del calabrone, il sentimento di Poulenc e dei pini di Roma e quegli intermezzi a metà tra l'ironico e il ruminativo che hanno caratterizzato le sue prove migliori.

Un ottimo pianista con tutt'altra acconciatura stilistica è il friulano Claudio Cojaniz: quest'anno la Caligola Records, la sua principale sorgente di pubblicazione discografica, ha istruito il primo volume di "Stride", un concerto in solo al Laboratorio Lorenzo Cerneaz di Attimis, in cui ancora forte è l'omaggio rivolto a Thelonious Monk. Ma nel pianismo di Cojaniz non c'è solo Monk: un ascolto esteso vi proietta in un quadro molto meno specifico, dove si ascoltano le origini del jazz, soprattutto la parte bluesistica di esso (sia antica che moderna), con un pianismo che si affaccia alle porte dell'africanità di Dollar Brand e ad alcune impostazioni dei pianisti rock (al confine con il gusto new age); e non è tutto d'altronde, poiché in alcuni momenti Cojaniz ha anche affrontato (sebbene a sprazzi) gli orizzonti indirizzati verso i territori dell'atonalità. 
Cojaniz, naturalmente, non è una nuova conoscenza per gli amanti del jazz, che negli ultimi quindici anni hanno potuto apprezzarlo in molte versioni: ma quanto agli albums in solo, le registrazioni utili (Blue Demon, Intermission Riff, nonchè anche Stride vol.1) hanno fornito la parte meno esaltante dell'artista. Io qui vorrei consigliarvi di ascoltare il solo di Non son tornati del 2009 (Atracustic/Cinema Zero), una raccolta di brani in cui Claudio, trascinato dalle immagini della seconda guerra mondiale, si inventa qualcosa di più di un omaggio interpretativo, è un personalissimo ed ispirato disegno artistico in cui le influenze prima citate vengono dosate in pillole e fuoriesce in maniera inaspettata la capacità di sondare l'emotività profonda della musica. Al riguardo la recensione di Marco Buttafuoco su Jazzitalia mi pare preziosa ed appropriata e di cui riprendo alcuni passi essenziali: "........la scrittura musicale è ricca di scorie e frammenti: marcette e inni, canzoni alpine,...., relitti di tardo romanticismo, odori di rag-time e di can-can, ventate di blues, brividi di sperimentalismo, quando il piano viene suonato direttamente sulle corde. Nello straziante requiem dell'ottava traccia il pianista friulano rende anche un tributo ad Adbullah Ibrahim. Ma la forza di questo lavoro non sta certo solo nel mero assemblaggio di materiali sonori.....".

L'ultimo brano di Stride Vol. 1 di Cojaniz è dedicato ad Erika e tutto mi fa pensare che sia destinato ad Erika Dagnino. Le mie tredici puntate del jazz, purtroppo, non contemplavano il "reading": la specificità della figura non permetteva di delinearne un quadro sufficientemente ampio. La Dagnino ha dovuto dividere la sua carriera tra la Liguria e gli Stati Uniti, dove a New York, ha trovato un terreno fertile per questa sperimentazione portata in auge da Amiri Baraka e la beat generation. 
Ma Erika ne incarna una visione diversa sia a livello poetico che musicale; il suo reading in doppia lingua (italiano ed inglese) ha un carattere poetico molto forte, inaudito, figlio della letteratura contemporanea, mentre dal punto di vista musicale la Dagnino sposa le free improvisation, che è impostata per cercare di trovare analogie ed equivalenze con il canale poetico. Il suo ultimo cd "Signs" del 2013, in cui partecipano un trio di splendidi musicisti jazz (Ken Filiano al cb, Ras Moshe ai fiati, John Pietaro al vibrafono e percussioni) pone all'ascoltatore attento un duplice problema, quello di valutare prosa e musica, e se dal primo punto di vista non sono la persona giusta per dare un giudizio, per ciò che concerne il secondo le idee che mi sovvengono sono quelle che il tormento vocale inglese rende meglio di quell'italiano (non siamo affatto distanti in tal senso dall'animosità dei readings di Patti Smith al netto della musica), e che la base musicale improvvisata è un prezioso bacino idrografico per le invettive poetiche della Dagnino, perché vi porta nella riflessione in subconscio, e permette di apprezzare concetti nati strutturalmente quasi cinquant'anni fa e non ancora domi. Ma a prescindere dalla validità della proposta c'è un grazie che dobbiamo tributare alla Dagnino e cioè quello di aver contribuito a sostenere, con la sola forza dell'arte, tutta quella elitaria pattuglia di artisti (musicisti e al tempo stesso poeti od artisti collegati alle arti visuali) che da sempre crede che non ci siano regni oggettivi nella musica o nelle arti in generale, ma tutto è subordinato al valore che si riesce ad infondere alla propria espressione. A noi basta solo carpirlo. Invero un paradosso, oggi, per le forme meno comprensibili che sono soggiogate dalla pubblica considerazione dell'essere inattuali.


Al prossimo, imminente festival di Parma Frontiere, un festival di tutto rispetto che anche quest'anno lascia presagire un ottimo palinsesto, si esibira il duo Alessandro Sgobbio - Emiliano Vernizzi, due giovani musicisti che suonano rispettivamente al piano e al sax, che formano i Pericopes. Sono già portati in palmo di mano dalla critica specializzata, che descrive la loro musica come "New Jazz" (cito testualmente il passo adottato..."with roots in the European tradition, Afro-American music, avant garde jazz, post-rock and improvisation and an affinity for melody and compositional structure..." I due musicisti hanno pubblicato un dvd intitolato "Frames", che li ritrae in una serata al teatro sociale Gualtieri di Reggio Emilia, in cui indubbiamente esprimono il loro talento di musicisti completi con una passione per impianti melodici e scansioni ritmiche, ma con un progetto ancora un pò acerbo per colpire fino in fondo. Ma vanno sentiti, perché è così che partono le belle avventure.

La considerazione goduta dai contrabbassisti jazz italiani sembra molto alta all'estero e la vicenda, purtroppo non più perpetuabile, di Stefano Scodanibbio nè è stata una conferma. Molti di loro hanno affrontato una carriera eterogenea, magari con poche sortite discografiche, ma con un progetto ben definito da attuare almeno una volta. E' il caso del contrabbassista Vito Maria Laforgia, che ha da poco pubblicato un nuovo lavoro dal titolo "Il passo del geco", nato grazie agli sforzi dell'autoproduzione e delle associazioni culturali; Laforgia si mise in evidenza in un trio musicalmente non allineato con il trombettista Giorgio Mariani e il batterista Stefano Giust di casa alla Setola, indirizzato nell'orbita dell'improvvisazione libera fatta di risonanze e pause tese a cogliere le sfumature dei suoni non convenzionali. "Il passo del geco", in confronto a quelle realtà sonore, sembra un esperimento più normalizzato. In verità il sestetto barese composto da Laforgia (con Mariani sempre alla tromba, Vittorio Gallo al sax, Adolfo LaVolpe alla chitarra, Giacomo Mongelli alla batteria e Giorgio Pacorig, l'unico oriundo, al piano) si pone ad un livello adeguato tra struttura improvvisativa tradizionale ed avanguardia, se per avanguardia intendiamo il percorrere strade alternative all'ispirazione jazzistica che ormai conosciamo piuttosto bene. In "Il passo del geco" il tentativo è anche quello di combinare l'amore per una disciplina con la magia delle atmosfere, che possono provenire anche per effetto di una semplice idea improvvisativa, così come succede nelle ritmiche "Synchopathology" o nella title-track, mentre la cover di "Zechriel" di Zorn o la "Sarabande" di Corelli assumono forme jazz trasversali in cui compaiono quei segnali aggiornati di riscoperta delle radici arabizzate.

Oggi son poche le cantanti jazz che spendono la propria vocalità lontano dai clichés che siamo soliti ascoltare: pochissime, poi, quelle che realmente compiono un processo di ricerca e sperimentazione (con tutti i rischi di sorta) per trovare nuove e valide combinazioni sonore. A questo proposito è singolare ed unica l'esperienza immortalata sull'ultimo lavoro di Patrizia Oliva, intitolata "Frogs", in cui assieme al percussionista Gustavo Costa si è recata nelle prossimità del laghetto di Marzabotto (prov. Bologna), per un'incredibile suite vocale-percussiva-concreta. Ventisei minuti di originale poesia a flussi, tutta incentrata sulle espansioni della voce (motivetti accennati che fanno pensare ad Ella ed Joni al cospetto di Cappuccetto Rosso per le strade della nonnina, oppure vocalizzi non-sense, a volte tipici della drammaticità dell'arte contemporanea), spunti a fronte di un tappeto percussivo indotto a creare un rituale (tra mini tam-tam e cimbali subdoli), e lo sfondo dei suoni naturali del lago (composto da uccelli, rane, fruscii, etc.) che diventa un elemento integrato nella performance.
"Frogs" è un approfondimento delle teorie della deep listening ed è uno splendido invito all'intelligenza di porre progetti, che dir futuristici è quasi eufemico.

Claudio Parodi è un musicista di Genova che è entrato nel mondo dell'improvvisazione libera con uno scopo ben dichiarato: cogliere il kairos delineato dell'antichità greca, il cosiddetto "tempo opportuno". Nonostante vanti una preparazione classica e jazz completa (dal piano a molti strumenti a fiato passando per l'elettronica), Parodi si è concentrato ed interrogato sugli sviluppi della musica allo scopo di evitare di rientrare nella retorica dei compositori che fanno sempre le stesse ciambelle; discograficamente parlando, i pezzi reperibili con una certa semplicità sono un duo con Francesco Calandrino fatto in Setola di Maiale come Parodia del dito nel 2006 e poi i tre lavori pubblicati su Extreme, suddivisi in approfondimenti su elettronica, feedback e risonanze. La Creative Sources pubblica ora "Heavy Nichel", un altro solo incentrato sulle emissioni del suo Turkish clarinet. Si tratta di quattro lunghe improvvisazione (tra gli undici e i diciotto minuti circa) in cui Claudio suona ancora il clarinetto turco, ma in maniera molta diversa da "A ritual which is incomprehensible" in cui le emissioni erano alla ricerca di risonanze e punti di incontro con effetti concreti; in "Heavy Nichel" tutto si gioca sulle potenzialità acustiche dello strumento, cercando di costruire un catalogo di suoni che abbiamo più o meno sentito nella free improvisation. E' come volersi insinuare in una giornata propizia alla sperimentazione dei suoni, per il gusto di assaporare tutte le geografie possibili di essi, grandezza, lunghezza, forme, elasticità, etc., ottenibili attraverso dei particolari soffi. In alcuni frangenti questo lavoro mi ha ricordato certe sperimentazioni al sassofono di Christine Sehnaoui Adbelnour, tese a fornire nuove chiavi di interpretazione; tuttavia mi chiedo ancora se non ci sia saturazione anche in questa lettura.
"Heavy Nichel" ha naturalmente il carattere somatizzante della musica liberamente improvvisata, ed è per questo molto più difficile scovare panorami sonori rispetto a quelli immediatamente indotti dall'elettronica o dal droning acustico, che in questo, hanno un vantaggio in più, anche se solo iniziale. Sì, perchè il dopo riserva un enorme concetto: il nichel è il simbolo della vitalità estrema, un transfer per la materializzazione della musica vista come rilievo, un innovativo tema che già alcuni compositori stanno affrontando come possibile perno centrale della musica del futuro.

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