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sabato 18 ottobre 2014

Frank Gratkowski sextet: Skein






Skein's theme represents, through music, the chemical process that accompanies the movement of molecules, starting from the awareness of having to dig into a skein looking for reactions; the group accomplishes a detailed fragmentation of sounds that does everything possible to look like a biochemical process: Gratkowski's sax (or clarinet) seems to be shredded into pieces, Kaufmann uses the piano as a computer, de Joode decomposes the bass; but also the project's guests are perfectly integrated into the musical structure: Barrett finds the right sounds of electronics useful to make more credible the atmosphere, Lee reconstructs an abnormal sense of the virtues of the cello, while Buck is continually struggling with the changes of sound passing between silence and activity.

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Sembra che in genetica vi siano tesi discordanti su come possa distribuirsi il talento musicale nell'individuo: gli studi finlandesi cercano di dimostrare che tutti siamo in possesso di geni sfruttabili in senso musicale ma che poi solo alcuni individui riescono (tramite delle mutazioni neurali) a trasformare nel talento, ossia quella condizione umana che permette ad alcuni solo di apprendere e suonare in un modo che è inaccessibile agli altri. Mentre gli studi americani pongono l'accento sull'esperienza fatta sui suoni: si diventa bravi, talentuosi a patto di abituare il cervello ad un determinato tipo di sonorità. 
Molti musicisti sono attratti dagli studi genetici e non solo per scoprire (e magari replicare) il gene della sapienza musicale; l'ulteriore interesse scaturisce dal fatto che è possibile creare musica pensando alla costruzione molecolare di oggetti e ai rapporti dell'uomo con tali oggetti, sfrondando la porta del non spiegabile. Scatta in tali casi quel potere immaginativo (la base essenziale per l'ascolto emotivo della musica) che prende spunto proprio dall'organizzazione dei suoni rivolta e pensata come se si fosse dentro l'oggetto o dentro una situazione relativa e tali oggetti o particelle avessero una voce. 
Un esempio di tale impegno ce lo da Frank Gratkowski, che ha impostato le vicissitudini di un trio (quello con Kaufmann e De Joode) proprio per costruire una dinamica "concreta" dei suoni, elaborata con strumenti non suscettibili di manipolazione a posteriori (a cui ha dedicato altri progetti), tutta incentrata invece sulle moderne teorie contemporanee che hanno modellato i loro istinti creativi con una serie di elementi tipici (uso di  tecniche non convenzionali, anamorfosi musicale, frammentazione dei modelli ritmici, etc.). L'unica differenza è che tutto questo viene creato tramite l'improvvisazione libera, intendendone una che non disdegna anche le proprietà jazzistiche. In tal senso è molto chiaro l'intento di Frank....."Kaufmann/Gratkowski/de Joode combine the transparency of early 21st century chamber music – silence, the moving into and out of noise regions, textural juxtapositions, the relics of almost tonal harmony surging up then evaporating just as quickly– with the energy, the rhythmic momentum and unpredictability of jazz. They would particularly like to give prominence to an attitude of playing music rooted in the African-American continuum that has become all too scarce these days: one which was once aptly called “the sound of surprise....”
In "Skein", ultimo lavoro per la Leo R, in cui il trio viene esteso ad altri 3 ricercati ed illustri elementi, la violoncellista Okkyung Lee, il compositore e musicista elettroacustico Richard Barrett, nonchè il batterista Tony Buck, il tema è in definitiva quello di rappresentare, attraverso la musica, il processo chimico che accompagna i movimenti delle molecole: partendo dalla consapevolezza di dover scavare in una matassa alla ricerca delle reazioni, il gruppo si muove con una minuziosa frammentazione di suoni che fa di tutto per assomigliare ad un processo biochimico: il sax di Gratkowski sembra essere tagliuzzato in più pezzi, Kaufmann usa il piano come un computer, de Joode gambizza il contrabbasso; così come gli ospiti fanno la loro parte a dovere: Barrett trova i suoni giusti del live electronics per rendere più credibile le atmosfere, la Lee percuote in senso abnorme le virtù del violoncello, mentre Buck è continuamente alle prese con le modifiche di suono che passano tra il silenzio e l'operosità.
Questo è veramente un altro tipo di jazz, anzi sinceramente siamo veramente al limite della parola jazz (per via di un pensiero spinto ai confini), ma è anche la dimostrazione di una nuova possibilità che non va dalle parti di armonici o interazioni di software, resta soprattutto negli strumenti, compra l'immaginazione lottando con le acerrime nemiche delle similitudini e a qualcuno può sembrare arida e scientifica; ma è una delle migliori versioni possibili del jazz odierno, costretto a far fronte ad una dilagante crisi retorica. 


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