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mercoledì 1 ottobre 2014

Arcangelo Corelli: Trecento anni dopo


L'8 Gennaio del 2013 è stato il tricentenario della morte del compositore Arcangelo Corelli, avvenuta a Roma, dove il compositore si era insediato da tempo pur essendo di Fusignano. Figura fondamentale del barocco inoltrato, Corelli viene essenzialmente ricordato come colui che in maniera premonitrice ha creato la forma del concerto grosso: dopo un percorso di circa 100 anni, fu il primo a capire che il canovaccio principale della musica del seicento, la sonata, poteva svilupparsi in quantità (con un'accresciuto numero di strumenti rispetto al classico trio della sonata stessa) e in qualità (adoperandosi con una partitura che privilegiava l'organizzazione delle linee armoniche e melodiche tra gruppi). Quella dell'Opus VI, riconosciuta quasi universalmente come il suo capolavoro e pubblicata nel 1714, rappresenta non solo un fattore musicale divaricante, ma anche una svolta culturale per un secolo (il seicento) che era stato oggetto di forti contraddizioni sociali ed economiche. 
I primi compositori italiani che si dedicarono alla pratica strumentale intorno alla fine del rinascimento accolsero le idee del Monteverdi della cosiddetta seconda prattica; la nascita di nuovi strumenti ed in particolare del violino poneva l'accento su una nuova stesura a più voci, che così come era stata organizzata per il canto, poteva essere riproponibile per un gruppo limitato di strumenti. Nessuno fino a Corelli fu però capace di sublimare l'organizzazione degli elementi che componevano la sonata: nella forma concerto creata, Corelli mise a punto un'operazione musicale in cui i caratteri somatici della sonata, così come era conosciuta fino ad allora (un vortice espressivo di sentimenti spirituali, canzoni, danze elaborate sotto varie forme tecniche) si univano alle regole del contrappunto (fattore tipico del barocco, ma con Corelli notevolmente smorzato) e a qualcosa che io chiamerei intreccio ricorrente delle parti: quel paradiso sonoro si basava su una sapiente distribuzione delle parti tra nuclei di strumentisti (violini e basso continuo) e tra questi e tutta la pletora di strumenti che già dal tardo rinascimento aveva fatto capolino nella musica (oltre all'organo, era d'uso cello, tiorba, clavicembalo, tromba). Questa magnifica invenzione, indelebile al tempo e all'ascolto, fu un marchio che segnò tutti i principali compositori dei decenni a venire, almeno fino al classicismo pieno (Handel, Bach, Vivaldi, la Mannheim school, Mozart, Haydn). 
Proprio in questi ultimi mesi continua la celebrazione del compositore che passa attraverso nuovi scritti e musiche: il restauro del testamento e dell'inventario dei beni nonché la trasposizione musicale di alcune sonate giovanili mai pubblicate rendono inevitabile un commento su questo grande e, per certi versi, dibattuto compositore italiano del barocco.


Il libro - Arcangelo Corelli 300 anni dopo. Deduzioni ed induzioni - Vari - Marcianum Press

La riscoperta di Corelli passa però anche sotto un'altro punto di vista, che è quello di raffinato e sensibile amante delle arti e della cultura. In questo fu aiutato dal vivere una vita piena e certamente non avara di soddisfazioni per via della protezione dei cardinali Pamphilj e Ottoboni. Anzi, riuscì anche a farsi un'ottima fortuna, in virtù della sua passione specifica per l'arte pittorica che coltivò bene grazie alle frequentazioni continue di artisti di rilevante caratura.
Il restauro in extremis del suo testamento olografo, assieme ad altri documenti, ha consentito una nuova celebrazione del compositore che si è materializzata organizzando un Corelli day. Di questa evenienza se n'è fatto carico Giuseppe Maria Pilo, presidente del Centro per lo Studio e la tutela dei beni culturali, fornendo lo spunto anche per una raccolta di testi di vari autori che ha dato vita al libro "Arcangelo Corelli. Trecento anni dopo: deduzioni ed induzioni". La raccolta contiene anche una numerosa pubblicazione di fotografie che ritraggono documenti o comunque scritti del tempo in qualche modo riferibili a Corelli, cercando novità di pensiero da un'analisi storica e documentale che scatta tramite considerazioni ed attribuzioni riferibili alle abitudini del compositore: nelle deduzioni o induzioni che scaturiscono dall'analisi dei contributi dei vari scrittori, si cerca di dare un senso ai legami con i "padroni" e con i "pittori", ai carteggi delle disposizioni in sala o dei salari attribuiti ai musicisti, ai progetti accademici che Corelli intendeva porre in essere, nonché alla particolarità della partitura. 
Ci sono dei punti di notevole approfondimento in questi scritti, che lasciano pensare ad un Corelli che ripristina le relazioni semplici della società: nell'"L'eredità corelliana di Claudio Strinati, c'è un perfetto collegamento tra quanto inventariato nella collezione di quadri di Corelli e le prospettive culturali di quei giorni, prospettive che influivano anche sulla musica. Ed è forte la divaricazione che Strinati compie per separare in due grandi tronconi l'arte musicale del seicento, tra Girolamo Frescobaldi ed appunto il compositore di Fusignano: Corelli rompe quel concetto di severità nell'apprendimento delle arti che era il fattore indispensabile per qualificare un'artista vero da uno insignificante; il concetto di bellezza introdotto da Corelli (e che troneggia nel bellissimo scritto di Roberto Donadoni) ha bisogno di vantare semplicità, invero un principio ricorrente della storia che si ripresenta con caratteristiche adeguate ai tempi in cui si verifica. Corelli con i suoi concerti grossi chiude la stagione dell'ambiguità, usufruisce delle scoperte tecniche dei suoi predecessori fornendone un nuovo plusvalore, come nelle parole di Strinati a proposito delle sonate dell'Opus V ".....un'alba della creazione destinata a proiettare una luce limpida e rasserenante su un mondo avviato a progresso e felicità del vivere....". E' un'affermazione esattamente contraria al pensiero di molta critica che lega la sua negatività all'intellettualità a tutti i costi dell'arte, allorchè deve valutare (anche nella musica) innovazioni di processo e non di prodotto, l'organizzazione di fattori semplici e non la scoperta di elementi nuovi provenienti da una ricerca approfondita. 
Un'altro motivo d'interesse si ricava dalla sensibilità e raffinatezza che Corelli elargisce nella descrizione dell'inventario degli oggetti di casa in Piazza Barberini (così come si legge in "Sensibilità figurativa di Arcangelo Corelli e convergenze sociali" di Ileana Chiappini di Sorio), da cui emerge un'aderenza alla nuova prospettiva naturalistica che sta prendendo piede nella pittura: si parla di paesetti, vedute, prospettive che cozzavano contro gli insegnamenti del tempo che vedevano in questo tipo di dipinto un'arte povera, non paragonabile a quella rinascimentale figurativa che presupponeva uno studio dei testi sacri o mitologici.
"Arcangelo Corelli trecento anni dopo" si pone, quindi, come una delle frontiere di interpretazione della figura del compositore più avanzate e affascinanti, una lettura che appassiona lo storico ma anche il musicologo, soprattutto quando si pensi al valore recuperato di tanti documenti, un prezioso tesoro che nel libro viene ben quantizzato attraverso foto ed immagini. 


Il CD -  Arcangelo Corelli  The Assisi Sonatas - Ensemble Aurora Enrico Gatti - Glossa

Accanto alle opere conosciute di Corelli, ve ne sono molte altre di cui ancora oggi non se ne riesce ad attribuire la paternità: questo non è d'altronde una novità se pensate che del barocco (specie il primo pezzo del barocco) non si hanno notizie precise nemmeno sui compositori e sulle partiture: si pensi a Castello di cui non si conosce con precisione la data di nascita e morte o alla mancanza di certezza su quali strumenti sono stati utilizzati in alcune partiture di sonate di quel periodo. In particolare per Corelli vi è un'assoluta carenza di fonti relative ai suoi primi anni giovanili.
Grazie alla consulenza del prof. Olivieri dell'Università di Austin prottatasi per quasi due anni, sembrano non esserci dubbi sulla paternità (riconosciuta a Corelli) di un manoscritto rinvenuto al Monastero di Assisi che data 1670, quando Corelli aveva 16 o 17 anni. Si tratta di sonate da camera scritte a Bologna quando il compositore era in fase formativa con uno stile che si riporta a quello generalizzato bolognese. Colui che se ne è occupato è Enrico Gatti, uno dei massimi esperti di musica antica, già nobile esecutore di altre sonate di Corelli, in favore del quale si adoperò anche per organizzare l'Arcomelo 2013, un congresso di musicologia sul compositore. Gatti spiega a ben ragione che sono già in embrione quei caratteri personali che renderanno famoso Corelli: la scrittura è di ampio respiro, ha già determinate simmetrie, ed un carico di espressività che ben condivide gli aspetti riflessivi e ludici della sonata da camera.


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