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sabato 27 settembre 2014

Vecchi canovacci che funzionano


Uno dei traguardi più ambiti dai musicisti è quello dell'immedesimazione della loro arte nei linguaggi che essi vogliono rappresentare; attraverso la musica si abbattono le barriere della diversità, perchè la percezione è univoca. Il consolidamento avviene con formule colladaute in cui potersi inserire duplicando la propria personalità nella musica. 

Sten Sandell, veterano pianista free jazz svedese del 1958 e Paal Nilssen-Love, giovane batterista norvegese del 1974, conoscono perfettamente l'arte del riprodursi con efficacia in un mondo musicale dove le novità vere vengono fuori a fatica. Al festival jazz di Konsberg del 2013, i due si sono incontrati per una session tesa a rendere evocativi alcuni temi: la "Curvature" che introduce al concerto è uno splendido anthem al servizio delle angolature, vi porta su un auto che corre a cento all'ora ed è imbarazzante all'ascolto non attento per la sua natura caotica, ma tecniche non convenzionali e una ritmica a stantuffo e propulsiva non permettono di sbagliare su una "curvatura" che di automobilismo ha ben poco. "Jacana" contiene parecchi minuti di esaltazione che sono ancora poco per rendere giustizia a questi due misconosciuti (fuori dagli ambiti improvvisativi) musicisti nordici. Lo scorso anno Sandell ha pubblicato un triplo cd "Music inside the language", un monumentale affresco-tributo all'arte di Bengt Emil Johnson, poeta e compositore che ha lavorato per gran parte della sua carriera al connubio tra testi e suoni, diventando uno dei portavoce dell'arte Fylkingen, un'associazione di artisti (nonchè una label) nata a Stoccolma per supportare le attività elettroacustiche tra cui un posto importante era riservato proprio alla text-sound composition. Per il vostro interesse vi segnalo qui un'esibizione del duo Sandell-Nilssen-Love.

La coppia Sylvie Courvoisier e Mark Feldman ha un pò patrocinato gli inizi del mio sito. Musicisti di spessore, improvvisatori con prospettive comuni ma con una propria distinta creatività, Sylvie e Mark hanno già da tempo gettato le basi per intelligenti abbinamenti tra l'improvvisazione jazzistica e la musica contemporanea. Molto ben considerati da John Zorn, nel processo di rinnovamento indotto dalla downtown newyorchese, i due hanno coadiavuto il sassofonista americano nella collana dedicata alla musica ebraica, rivelando un'insospettata propensione anche su quel versante. Ma sia Sylvie (grazie ad un utilizzo evidente degli interni del pianoforte) che Mark (sempre rigoroso nel trovare al suo violino un futuro possibile), possono vantarsi di aver cavalcato gli orizzonti della musica con il bollino del sound art, tanto la loro musica evoca campi affini alle strategie musicali. 
"Birdies for Lulu", recentemente pubblicato su Intakt, sta avendo un riscontro critico superiore ai precedenti e a ben ragione: avvalendosi di una "nuova" sezione ritmica appropriata allo scopo (Scott Colley al cb e Billy Mintz alla bt), ci regalano uno dei più schietti e sinceri cds di improvvisazione jazzistica del 2014, riproponendo quel gioco di botta e risposta che è tipico della formula apparentemente semplice della coppia. Molti potranno obiettare che le nuove soluzioni dell'improvvisazione stanno passando su altri binari, ma è indubbio che la validità di questo quartetto si basa sulla continuità data ad un jazz pieno di sorprese strumentali, con trovate ad hoc utili per creare quell'afflato emotivo, che è qualità preziosa nella musica, al pari di un diamante. Si assiste ad un elaborato delle impostazioni stilistiche, dove la Courvoisier e Feldman costruiscono derivazioni tra le sequenze di Berio e corali free bop, tra stiracchiate al violino (che lo fanno apparire un flauto) di fianco a sonorità pianistiche interne alla cassa del piano (che lo fanno apparire una percussione). Ma gli aspetti si moltiplicano: Cards for Capitaine chiude il suo terzo movimento con una contrapposizione tra raga e romanticismo decadente, e con Feldman che con il suo pizzicato si inventa a tutti gli effetti un tema. Da parte loro Colley e Mintz forniscono l'intelligente dinamica di interposizione ritmica: Mintz indovina la melodia transitoria di Shmear, dove una Courvoisier caccia via curatissimi suoni a grappoli sulla parte alta del piano e Feldman imbastisce una delle sue svisate fatte all'onore del Medio oriente ma visto con gli occhi di un avanguardista; mentre Colley sorprende talvolta per il fatto di ritrovarsi (in questa aggregazione intransigente) da solo, di fronte alle riflessioni-traiettorie di un La Faro. 
Questo nobile free jazz non ha niente che noi non conosciamo, ma possiede una qualità dei grandi albums dell'improvvisazione, ossia il controllo della tensione, in questo caso una tensione particolare, quelle di un violino e piano che stridono facendoci sembrare di essere di fronte a due gatti che fanno amicizia, oppure quella di un improbabile dialogo tra un piano occidentalizzato ed un violino mediorientale, opportunamente meteorizzati negli arrangiamenti. Suspence ed eleganza. 


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