Translate

sabato 6 settembre 2014

Poche note sul jazz italiano: alla ricerca di panorami per redimere il caos

Quartetto Valerio Daniele/Giorgio Distante/Roberta Mazzotta/Vito De Lorenzi - I teatrini di Escher-

Escher viene solitamente accomunato al surrealismo del primo novecento (quello di Dalì o Magritte), sebbene fosse in possesso di qualità artistiche del tutto particolari che gli procurarono la stima degli scienziati, matematici ed architetti di quel periodo. Nel suo artworks un posto speciale occupavano i paesaggi, soprattutto quelli meridionali dell'Italia che furono ampiamente rappresentati: smorzando parzialmente l'impeto surrealista, i panorami dell'olandese conducono a delle geometrie non immediatamente evidenti, in cui viene risaltato il ruolo modificatore della natura che sembra guidi vicende e comportamenti. Escher diceva "....con le mie stampe cerco di testimoniare che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza forma, come sembra talvolta...."; la sua capacità di mescolare tempo e spazio (vedi per tutte le mani che si disegnano), e di sostenere degli equilibri visivi che incollano prospettive inavvicinabili comunque rivelano un mondo gioioso, dove è però necessario non fossilizzarsi su un'idea.
Il quartetto del chitarrista Valerio Daniele, promotore della candida esperienza dei Desuonatori del Salento, si muove musicalmente su queste coordinate: Daniele ha ben compreso e trasferito nel suo bagaglio artistico l'idea che, specie con la chitarra acustica, è necessario sistemare le "angolature" e conduce anche gli altri a farlo. Oggi siamo soliti ricordare chitarristi tecnicamente ineccepibili, e magari dimentichiamo che certe descrizioni interiori devono trovare la loro collocazione con suoni addomesticati, costruiti, che siano in grado di scatenare un'immagine pittorica o artistica nella nostra percezione d'ascolto. Il problema è solo essere creativi al punto tale da sistemare quei suoni nella giusta misura: e Daniele ha questo dono che lo contraddistingue da altri chitarristi. Nei "Teatrini di Escher" fanno bella mostra delle notevoli composizioni in cui si apre spazio per ricostruzioni musicali più che convincenti non solo di Daniele; Giorgio Distante alla tromba potrebbe erroneamente farvi pensare di trovarvi di fronte ad un prodotto di Stanko; Roberta Mazzotta sostiene la parte austera della musica, con il suo violino; Vito De Lorenzi, batteria e percussioni, mai invadente, costituisce la spezia della composizione. Il punto di forza è l'alternanza dei temi melodici (che condividono la classicità musicale, il jazz nostalgico, i motivi popolari salentini), con fasi più intriganti (in cui specie Daniele e Distante si proiettano in ricercati anfratti di suono moderno).
Per il pensiero trasferito, la raffinatezza e la ricercatezza delle atmosfere musicali, tra il colto e la tranquillità emotiva, i "Teatrini di Escher" è lavoro che non dovrebbe mancare sul tavolo degli amanti della buona musica, del jazz, nonchè degli addetti ai lavori!: è un pò come mettere assieme il mediterraneo con il sound nordico, quello che ha fatto la storia di Eicher alla Ecm R., con una prospettiva non aggressiva: ma visti i musicisti che oggi vanno ad incidere a Monaco, non sarebbe ora che qualcuno ascolti le testimonianze di questi "teatrini"?


PBB's Lacus Amoenus -The Sauna session-

Piero Bittolo Bon è nome piuttosto ricorrente nelle pagine del jazz di questo sito: non solo è uno dei più bravi sassofonisti che l'Italia può vantare ma è anche un cultore della forma moderna dello strumento: oggi forse, per trovare nuove vie, non serve più sparare a zero con esso, richiamare alla memoria crudeltà del suono o miscele orientali, ogni fraseggio deve essere intelligente ed esposto all'evocazione, a prescindere dalla velocità. E questo è un aspetto che può far la differenza fra un sassofonista free di qualche generazione fa e quelli odierni. E' stato pubblicato recentemente una validissima registrazione effettuata nell'estate del 2012 in forma di sessions estive, a cui parteciparono Tommaso Cappellato alla batteria, Simone Massaron alla chitarra, Glauco Benedetti alla tuba e Peter Evans alla tromba, con l'appellativo di Pbb's Lacus Amoenus
"The Sauna session" consegna le proprie credenziali ad uno stato caotico ed eclettico: contando sul valore dei partecipanti, la session è una ricostruzione di musica improvvisata che ha tutto il sapore delle jams di free jazz moderne, basate sull'ontologia dei suoni (convenzionali e non), fatte di velocità e pause, ma lontane dalla ricerca di approfondimenti spirituali vissute nell'omogeneità dell'esperienza improvvisativa come in un Coltrane di I love supreme o di Ascension. L'interazione è sapientemente incanalata sul suono e non sull'effetto catartico; è piena della cultura contemporanea sui suoni e rumori. Senza utilizzare elettronica e basandosi solo sulla strumentazione (anche opportuna modulata sull'amplificazione), i cinque musicisti mantengono alto il livello di libertà espressiva ma sono anche spinti dalla volontà di tentare di delineare un immagine attraverso l'improvvisazione e ci riescono benissimo, poichè negli spazi apparentemente angusti del caos ci si confronta con personalizzazioni (chiamasi assoli) che rientrano nel gotha esibitivo dei partecipanti (Bittolo Bon è al suo top, in versione multistrato, poderoso e frastagliato nel fraseggio, Cappellato sviluppa un'attenta ed oscura parte ritmica tramite la sua "anima" free, Massaron evoca allegorie tra i fantasmi della chitarra elettrica ed i "propri" fantasmi, Benedetti sembra aver in mano un'altro strumento ed Evans si arrampica come una scheggia impazzita).

Nessun commento:

Posta un commento